“Voyage of Time”: della variazione
qualitativa nella temporalità

È in concorso al Festival del Cinema di Venezia il dramma-documentario Voyage of Time del regista americano Terrence Malick. La pellicola ha come obiettivo quello di mettere a tema lo svolgimento cronologico-ontologico della nascita della vita sulla Terra e del suo sviluppo sino all’età odierna, sia in termini filosofici sia storico eventuali: dalla formazione della crosta terreste per opera delle eruzioni laviche, alla creazione propriamente umana delle megalopoli. Il regista ha scelto la questione della temporalità per connetterla al tema del destino e della causalità con il proposito di fornire una rappresentazione della riflessione scientifica sull’origine dell’universo.

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L’opera, quantomeno ambiziosa, avrà due voci narranti: quella di un uomo (il veterano Brad Pitt) e quella di una donna (la pluripremiata Cate Blanchett). È plausibile che mediante la duplice narrazione Malick voglia operare una divisione degli eventi e più in generale una vera e propria variazione qualitativa nel susseguirsi dei millenni, per la quale l’uomo passa da essere una creatura tra le altre ad essere il creatore di altro. Questa modificazione avvenuta nel tempo sarà motivata proprio dallo svolgimento del film. Verosimilmente la descrizione dell’origine naturale spetterà alla Blanchett, quella invece della creazione del mondo propriamente umano, a Brad Pitt.

Cosa aspettarci da un resoconto cinematografico che ambisce a rappresentare non solo l’origine e lo sviluppo della vita tout court, ma addirittura di trovare l’anello di congiunzione tra il mondo della nostra vita (la Lebenswelt husserliana) e il mondo artificiale e tecnologico proprio dell’età contemporanea?

«Il passato viene saputo, il presente viene conosciuto, il futuro viene presentito».

Così Schelling inizia una sua redazione. È a tutti noto che il tempo si estenda nella tripartizione cronologica costituita da un Presente, anticipato e reso possibile da un Passato e seguito da un Futuro che ne prosegua le orme tracciate. Il filosofo francese Henri Bergson, sulla scia delle Confessioni di S. Agostino, ritiene che il Tempo sia un organo interiore che misura il proprio decorso in base alle impressioni del nostro animo. Innestato su questa teoria nel 1924 il filosofo tedesco Martin Heidegger tiene una conferenza dinnanzi ai teologi di Marburgo, intitolata Il concetto di tempo. Heidegger sostiene che noi uomini siamo soliti considerare il tempo a partire dall’eternità; dall’assolutamente identico a se stesso noi stracciamo un divenire tripartito funzionale alla nostra esperienze di vita.

Ma se il Tempo storico fosse il semplice susseguirsi di una causa e di un effetto e se alla domanda «cosa accadrà?» la risposta fosse «ciò che è accaduto prima» e al quesito «cosa è accaduto?» la risposta suonasse «appunto ciò che accadrà dopo», non ci sarebbe per noi alcun punto stabile. Così è saggio considerare le tre dimensioni temporali come relazionate relativamente alla linea evolutiva, per la quale in ogni futuro è conservato, in certa forma, ogni passato. In questo modo è suffragata l’antica concezione di una temporalità ciclica secondo la quale l’eternamente temporale è ciò che torna a ripetersi. Ciò che si ripresenta come tale, uguale in tutti i tempi dell’umanità è il ciclo naturale delle stagioni per il quale l’assolutamente passato è anche il presente e sarà il futuro. Come ci dice anche Eraclito nel frammento 30 :

«Questo ordine, che è identico per tutto, non lo crearono né gli Dèi né gli uomini, ma era e sarà fuoco eternamente vivente, da cui tutto nasce e in cui tutto ritorna».

Lorenzo Pampanini

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In redazione: Michele Castelnovo, Ginevra Amadio, Yuri Cascasi, Silvia Ferrari, Dalila Forni, Camilla Volpe.