Volo, dunque sono: la lezione di Jonathan Livingston

Una sapienza antichissima fa dell’uomo un essere manchevole, esteriormente ricoperto di un involucro difettoso. La traccia della sua perfezione non risiederebbe nel di fuori, bensì sotto il guscio dell’apparenzanell’uomo interiore abita la verità», diceva Agostino). Plotino invitava, affinando un messaggio ben noto al mondo classico, a scavare dentro sé per recuperare la perla di bellezza che le profondità dell’animo serbano. Così, una lunga tradizione che attraversa l’intera storia dell’umanità indica il luogo di quella che talvolta è stata chiamata scintilla divina nel recondito fondo dell’interiorità: chi ne raggiunge i confini trova se stesso, mutandosi in un uomo nuovo.

Il gabbiano Jonathan Livingston. Fonte: scrivi.10righedailibri.it

È una simile metamorfosi che racconta Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach. Pubblicato nel 1970, Il gabbiano Jonathan Livingston è la storia di un giovane gabbiano, Jonathan, innamorato del volo. Tendenza controcorrente la sua, che a dispetto degli altri gabbiani non impiega le proprie ali esclusivamente per procurarsi sardine e cibi vari, ma anela ad una libertà più alta: quella svincolata dai limiti imposti dalla natura. «La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, voltare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più di ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo».

Procurandosi infamie, Jonathan si allontana dallo Stormo, o meglio, ne viene cacciato. Ed è chiaro, perché d’altronde la logica del gruppo non tollera che da questa si esca; è alterigia l’allontanarsi dalla regola comune, come ricorda a Jonathan suo padre: «’Sta faccenda del volo è bella e buona, ma mica puoi sfamarti con una planata, dico bene. Non scordarti, figliolo, che si vola per mangiare».

Una vocina dentro sé è quasi per sviarlo dalle tendenze che lo animano, a conformarsi e tornare «gabbiano limitato», tale e quale agli altri, ma l’amore per la perfezione sarà la causa dell’esilio dal mondo in cui viveva. Il suo tentativo di dare all’esistenza uno scopo più alto, affinando l’arte del volo, planando a velocità estreme e cercando l’eleganza delle mosse acrobatiche, rimane impermeabile alle orecchie dei vecchi compagni; e presto non sarà la solitudine a rimpiangere, ma la cecità dei gabbiani dello Stormo: «il suo maggiore dolore non era la solitudine, era che gli altri gabbiani si rifiutassero di credere e aspirare alla gloria del volo. Si rifiutavano di aprire gli occhi per vedere»

Volo. Fonte: michelabotti.com

Il desiderio di Jonathan rimane monco, ma inaspettatamente, nel prosieguo della breve storia, il gabbiano verrà riscattato da una vittoria più grande di ogni aspettativa. Lasciamo al lettore curioso il piacere di scoprirne il seguito.

Il messaggio di Jonathan rimane in fondo la scoperta della via che conduce alla Bellezza, ultima tappa di metamorfosi interiori che tracciano la via dello scoprimento di se stessi, e dell’immensa libertà che rende vivo ogni uomo. E questo l’avevano capito gli antichi: l’autoperfezionamento che predica Jonathan, l’amore per il volo in quanto volo e l’ostinata volontà di svincolarsi da ogni asservimento – nel caso di Jonathan, doversi procacciare il cibo giorno dopo giorno – sono metafore che ci ricordano la pienezza di un appagamento che proviene esclusivamente da noi stessi. Non a caso Dostoevskij credeva che la bellezza avrebbe salvato il mondo; e non si allontanava poi tanto dalle speranze di Jonathan, al quale «importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere».

Il rifiuto di ogni natura etichettata sulla nostra fronte dal di fuori, ci ricorda Jonathan, è sinonimo di libertà e dunque latore di bellezza. L’uomo bello, l’uomo felice, diceva Aristotele, «risplende», e qui ritorna la convinzione di Dostoevskij, laddove la bellezza, luminosa, proviene dalla scoperta della libertà interiore che fa di noi uomini, e dal conseguente adeguamento di un destino che sembra sopraffarci, all’espressione del singolo. Scoprire la bellezza significa, in ultima, scoprire noi stessi, e con ciò, come dice la dedica del racconto, il gabbiano «che vive nel profondo di noi tutti».

Condividi: