Vittorio Gassman, il “Mattatore”
tra palcoscenico e grande schermo

È quasi impossibile descrivere Vittorio Gassman (Genova, 1 settembre 1922 – Roma, 29 giugno 2000) unilateralmente, poiché durante il corso della sua vita ha attraversato tutti i generi e i ruoli possibili: è stato sia attore drammatico e comico, sia regista e autore, dominando così le scene in teatro e in televisione.

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Dopo aver conseguito la maturità classica al Ginnasio Liceo Torquato Tasso di Roma, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, che però abbandonò presto in favore dell’Accademia dell’arte drammatica della capitale, diretta da Silvio d’Amico. Si esibì in palcoscenico sin dalla stagione 1941-1942, pur non essendo ancora diplomato, ne La nemica di Dario Niccodemi, insieme ad Alda Borelli. Emerse fin dall’inizio per la sua straordinaria presenza scenica e le doti di temperamento, che con il tempo gli valsero il soprannome di Mattatore.

In seguito si affermò come uno dei più apprezzati fra gli attori giovani della scena teatrale nostrana, lavorando con Guido Salvini, Luigi Squarzina e Luchino Visconti, e il suo repertorio fu sin da subito vasto e poliedrico: recitò nei panni di Kowalski in Un tram che si chiama desiderio, di Tennessee Williams (diretto a Milano da Luchino Visconti nel 1951) e in quelli degli eroi classici della tragedia, come Oreste di Vittorio Alfieri, Amleto e Otello di William Shakespeare e Adelchi di Alessandro Manzoni.

Nel 1952 insieme a Luigi Squarzina fondò e diresse il Teatro d’Arte italiano, portando in scena la prima versione completa di Amleto, nonché opere rare come I Persiani di Eschilo e Tieste di Seneca. Quest’ultimo non era mai stato rappresentato, pur costituendo una testimonianza fondamentale del travaglio cui la sicurezza imperiale e la dubbia solidità dell’arte e della letteratura non potevano porre rimedio nella mente del filosofo.

Con la regia di Luigi Squarzina Amleto esordì al Teatro Valli di Roma nel 1955 e segnò per Gassman il definitivo inserimento nella regia teatrale, l’affermazione, «il rischio e il gusto, l’accrescimento, comunque, del capocomicato». Il lavoro dell’attore sulla sua interpretazione fu molto intenso, pensando che da essa si sarebbe dovuta irradiare una sufficiente chiarezza sugli altri aspetti dell’opera. Il suo intento era riuscire a renderla non assoluta (impossibile da perseguire in Amleto), ma coerente all’estremo e chiaramente avvertibile in ogni dirottamento.

Vittorio Gassman
Foto tratta da www.wikipedia.com

Raccogliendo materiale per una condotta univoca del personaggio, si consultò con Charlie Laughton, il quale, concentrandosi per lo più sulla parte filosofica del testo, identificò il protagonista come una sorta di messia del pensiero, di uno nuovo che lo abbia folgorato, non rivelando però nulla su come attuare questa linea di pensiero. Gassmann, una volta iniziato lo studio del testo, capì immediatamente: Amleto è un’opera circolare ed inesauribile, fitta di prodigiosi errori che l’autore riscatta continuamente servendosi di una più fulgida impennata della fantasia, del ragionamento oppure del sentimento. Tentando di non incorrere nell’ingenuo errore della semplificazione, l’attore seguì le curve del testo, le sue insenature e i suoi trabocchetti. Si interrogò però a lungo su un punto nevralgico: accettata l’opera come una tragedia di pensiero, compreso come nucleo del dramma di Amleto la sua incapacità di azione e il perenne conflitto acceso tra il pensare e l’agire, quale era il termine migliore, l’azione o il pensiero? Essendo Amleto un intellettuale, l’unica maniera per portarlo in scena integro fino alla fine era fargli odiare l’azione sin da subito: egli era recintato in un mondo interno dove risultava invulnerabile e non aveva alcun rapporto con l’esterno. Gassman, inoltre, pensò al corpo del suo personaggio come inerte («gli muoverò le braccia ad ogni morte di papa, o di Polonio», decise l’attore), perché qualcosa in lui gli faceva pensare ad una paralisi benevola, che infiacchiva sì il corpo, ma aguzzava la mente. Quest’opera generò una sorta di Gassmania, una specie di divismo teatrale di nuovo genere, il primo in Italia dopo il secondo dopoguerra.

Nel 1946 dal palcoscenico Gassman approdò al grande schermo con Preludio d’amore di Giovanni Paolucci, ma per il successo e l’apprezzamento pubblico dovette aspettare il 1949, quando recitò in Riso Amaro, diretto da Giuseppe De Santis, che lo consacrò ai ruoli dei seducenti villains.

Vittorio Gassman in Riso Amaro

Fece molto discutere la critica la scelta di Mario Monicelli di assegnare la parte di Peppe “El Pantera” a Gassman il quale, a causa della sua aria da intellettuale e del suo vasto repertorio teatrale, non sembrava adatto a un ruolo comico; venne scelto proprio perché era un regista di cinema che frequentava anche il teatro. Ma proprio questo azzardo da parte del regista de I soliti ignoti (1958) valse all’attore l’affermazione di sé come attore comico e poté in seguito recitare in La Grande Guerra (1959), sempre di Monicelli, Fantasmi a Roma (1961) , di Antonio Pietrangeli, Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica e I mostri (1963) di Dino Risi.

L’attore si prestò, inoltre, per la pellicola più celebrata e famosa di Dino Risi, quella in cui lo sguardo del regista riuscì a trovare un equilibrio tra ironia e disincanto, partecipazione emotiva e capacità narrativa: Il Sorpasso. Considerato uno dei manifeste del genere della Commedia all’italiana, fin dai primi giorni di programmazione si rivelò un successo eclatante di pubblico e di critica, sia in Italia sia all’estero, tanto che negli Stati Uniti il film si rivelò un fenomeno cult e la sua struttura narrativa on the road ispirò in parte Easy Rider di Dennis Hopper. I dialoghi, ora amari, ora vivacissimi, la recitazione, spesso marcata dalla capacità di improvvisazione degli attori (Gassman per la sua interpretazione di Roberto ottenne due premi come miglior attore protagonista, il Nastro d’argento e il David di Donatello), nonché l’atmosfera rarefatta e assolata che avvolge all’ambiente – grazie alla fotografia di Alfio Contini – sono tutti motivi tra loro ben combinati che garantirono il successo del film. Ad assicurarlo intervenne anche lo sguardo clinico e caustico di Risi, tra Anton Checov e Billy Wilder, disincantato e distaccato, pedagogico ma senza tirate moralistiche, asettico nel cogliere a caldo i mutamenti della società dell’epoca.

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Attore del teatro tragico e di ruoli comici, Vittorio Gassman ha regalato mille volti dell’Italia del secondo Novecento, modellando il suo corpo e la sua voce per interpretare ruoli molteplici: da quelli monolitici e tipici della tragedia a quelli comici, stolti e un po’ gigioni della Commedia all’italiana degli anni Sessanta, e ancora a quelli più intimi e interiori nelle pellicole degli anni Settanta, fino ad arrivare agli anni del minimalismo (nei due decenni successivi), in cui la recitazione dell’attore, da barocca ed eccessiva, si scarnificava fin quasi a sottrarsi e sconfinare nella vita vera e propria. Sopraggiunta l’età avanzata, arrivò anche la depressione che lo costringeva ad assentarsi dal lavoro per lunghi periodi di tempo. Provava indifferenza per se stesso e odiava la vecchiaia e le sue mortificazioni: era stato così bello e non riusciva ad accettare il proprio decadimento fisico. Neppure la poesia gli piaceva più, e sosteneva:

«I miei versi

sono sempre più corti

perché più breve

è l’ansito dei miei polmoni insecchiti

dalla mia vita strinata »

Nicole Erbetti