Vittorio De Sica: eleganza, tenerezza e genialità

De sicaIn un Paese come l’Italia che solitamente e storicamente non esita a osannare i propri talenti per poi lasciarli scivolare, in un battito di ciglia, nel dimenticatoio, Vittorio De Sica è senza dubbio il cineasta che meno è andato incontro a un destino di oblio. Un nome che non conosce eclissi il suo, legato a una stagione d’oro del cinema italiano in cui l’elegante gentiluomo di Sora seppe ritagliarsi uno spazio di assoluta importanza, vestendo i panni dell’attore che non disdegna di passare dall’altro lato della cinepresa e amando un pubblico che di volta in volta seppe sedurre, commuovere, affascinare.

Di lui Carlo Lizzani disse che «riusciva a far diventare importanti le cose piccole, a dare un senso profondo alle vicende più quotidiane», e non è un caso che proprio dalle piccole storie di ogni giorno il bel Vittorio abbia deciso di partire per dar voce ai suoi personaggi, plasmando gli interpreti fino a identificarsi con loro per poi restituire al pubblico quella semplicità che risiede, a volte, nella crudezza della vita. Artista di indiscutibile talento, versatile, mai stucchevole nelle interpretazioni, De Sica ha saputo legare le sue prove da attore a quelle di regista, facendosi «forma naturale di una materia vivente», cercando sempre l’espressione più vera, più immediata, per riprendere una scena.

pane amore e fantasia
Pane, amore e fantasia

«Se per gli italiani il neorealismo è Rossellini, per gli americani è De Sica» ebbe a dire Orson Welles, per il quale, senza ipocrisia alcuna, Sciuscià era il film più bello del mondo. Eccessi e artifici retorici non facevano parte del suo repertorio stilistico, erano nient’altro che mistificazioni di una realtà che in tutta la sua crudezza andava indagata, rappresentata, mai manipolata. In lui non vi era furbizia o trucchetto alcuno, neanche quando, scherzando, diceva al figlio Christian: «ricordati, prima di entrare in scena, un’ombra di grigio sulle palpebre». Vittorio era vero sul grande schermo come nella vita.

Un uomo dalla proverbiale eleganza, dalla generosa ilarità, che sapeva rivelare di sé, candidamente, anche i più grandi difetti, gli incorregibili vizi: «il vero signore lo si vede al tavolo da gioco» era solito ripetere, non facendo mistero della sua passione-ossessione per il gioco d’azzardo. Eppure, anche da questo “vizietto”, altra piccola storia quotidiana, Vittorio seppe ricavare il meglio, cucendosi addosso la parte dell’incallito e perdente Dino della Fiaba in Montecarlo e del Conte Max nell’omonima pellicola, conquistandosi simpaticamente il cuore dei tanti italiani che vedevano in lui quel divo moderno a lungo atteso in un Paese che, per anni, non aveva avuto nessun attore da contrapporre ai grandi di Hollywood.

Ladri di biciclette
Ladri di biciclette

In De Sica vi era una sorta di devozione alla spontaneità, di aderenza ad un’idea di spettacolo come rappresentazione della realtà tutta. Dalla sua lunga militanza attoriale ricavò una forza di immedesimazione senza pari, uno sguardo attento e indagatore che gli permise di girare film dal sapore amaro, inventando e diventando lui stesso quell’«uomo della strada» che il cinema Neorealista aveva sdoganato. Che interpretasse personaggi come il maresciallo Carotenuto, o l’attacchino senza bicicletta Antonio Ricci, o il solitario Umberto D., De Sica fu sempre in grado di portare in scena quel miracolo di umanità e verità che oggi, sugli schermi italiani, appare irrimediabilmente perduto.

Il sodalizio con Cesare Zavattini rappresentò una ventata di modernità nell’Italia degli anni ’40, che riemergeva dalle ceneri della mediocrità cinematografica per ritrovare creatività e capacità innovativa, elaborando un modo nuovo di trattare le immagini e il montaggio che, sul finire del decennio, contribuì a dare vita a grandi capolavori come Ladri di biciclette e il già citato Sciuscià. Fu questo cinema, disincantato e indagatore, a portare al Paese i primi riconoscimententi internazionali (quattro Oscar) e a far scoppiare le prime, inevitabili, polemiche (Umberto D., affresco sulla precarietà finanziaria degli allora pensionati italiani, fece dire ad un indispettito Giulio Andreotti che «i panni sporchi si lavano in famiglia»). Un nuovo corso cinematografico che ebbe la forza di segnare il vero punto di rottura con quello della propaganda fascista, in grado di raccontare la realtà degli umili e le difficoltà di un Paese ridotto in miseria, usando gli strumenti del cinema come fossero un bisturi.

Umberto D.
Umberto D.

Le mille anime di Vittorio De Sica (giocatore e amatore seriale, padre dell’associazionismo di categoria, attore e regista superbo) convissero e danzarono in ogni suo personaggio, in ogni pellicola che, in un modo o nell’altro, segnò una tappa fondamentale nella storia della cinematografia mondiale. Mai nessuno come lui seppe trasformare grandi attori in icone immortali (Marcello Mastroianni, Sophia Loren), né far uscire da questi la loro più grande e incredibile umanità.

Con singolare naturalezza fu in grado di interpretare i gusti di una società in movimento, rappresentando la parabola di un Paese avviato verso il boom economico ma ancora, profondamente, in crisi identitaria. «Si è sempre detto che era Alberto Sordi a rappresentare il carattere degli italiani -disse Gianluca Farinellima è stato Vittorio a interpretare con amore quegli archetipi, dallo squattrinato ed elegante Signor Max al maresciallo Carotenuto, in cui ognuno di noi può rispecchiarsi senza vergogna e con un sincero sorriso».

De Sica è infatti riuscito, senza sforzo apparente, a rappresentare per lungo tempo i tratti essenziali del “carattere italiano” attraverso un’adesione intima e una parallela distanza ironica che, senza artifici di sorta, ha saputo colpire al cuore lo spettatore. E forse proprio in questo, più di ogni altra cosa, sta il segreto del suo successo.

 

Il film della settimana:

Il giardino dei Finzi Contini

il giardino dei finzi continiTratta dal romanzo di Giorgio Bassani, questa pellicola rappresenta per De Sica il punto più alto dell’ultima fase del suo lavoro cinematografico.

Sullo sfondo di una Ferrara a ridosso della seconda guerra mondiale, si svolge la storia della famiglia Finzi Contini, nel cui immenso parco giardino, apparente oasi di pace, si rifugiano per giocare a tennis i giovani ebrei che, a causa delle leggi razziali, sono interdetti dai pubblici uffici e dai circoli sportivi. Ai giochi prende parte anche il giovane Giorgio, amico d’infanzia innamorato della sensuale Micol la quale, tessendo maliziosamente i fili del gioco della seduzione, adora circordarsi di uomini che la ammirano. Interpretata da una splendida Dominique Sanda, quest’enigmatica figura di donna è in assoluto il ritratto più complesso cui De Sica ha saputo dar vita. Scaltra e ammaliatrice nel romanzo di Bassani, Micol Finzi Contini lascia invece trasparire la sua profonda infelicità nella pellicola desichiana; il suo cinico carpe diem nasconde infatti la consapevolezza di un domani incerto, la voglia di sognare un futuro che, a causa gli eventi bellici, non potrà mai avere. Ragazza libera, emancipata, vitale, Micol prende ogni decisione con sicurezza e coraggio, anche quella di rinunciare ai suoi sogni per non causare ulteriore dolore a chi l’ha amata di un amore folle. Scegliendo di non sottrarsi all’ignominia di quell’assurdo progetto razziale, l’eterea Finzi Contini è, nella straziante scena finale, immortalata da De Sica in cima al grande scalone della villa, mentre con dignità sorregge la nonna e con un ultimo, estremo atto di vanità, riprende stizzita l’ufficiale delle SS che ha osato chiamarla Mìcol anziché Micòl.

È a questa donna che De Sica sceglie di affidare il compito di rappresentare gli orrori della storia, che, come in un racconto narrato sottovoce, lasciano il segno attraverso emozioni, stati d’animo, angosce e dolori, in un film sulla ferocia nazifascista in cui non ci sono svastiche né camion blindati ma giovani amori spezzati per sempre dall’atroce follia umana.

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