“La vita di Adele”: l’amore
tra sensualità e carnalità

di Daniele Tommaso Colombo.

vita di adele

Molto spesso si vede il cinema come un’arte minore: vuoi che è arrivata in ritardo, vuoi per la sua frequente artificiosità o ancora per la sua intrinseca dipendenza dalla produzione; ma forse è proprio dalla complessità nel fare cinema, legata giustappunto a questi motivi, che ne deriva la vera completezza e bellezza. È ovvio come, nella forma, la cinematografia racchiuda in sé molte altre arti (come sostiene Akira Kurosawa): La vita di Adele (Abdellatif Kechiche, 2013) è uno di quei film in cui ti accorgi che ogni “piccola” arte è messa al suo posto e combacia con le altre, dalla musica alla fotografia, passando per la letteratura.

È un film che, lungi dall’essere perfetto, se ne frega totalmente, è una storia a cui non interessa raccontare, bensì essere, un’opera che ti fa prendere coscienza dei tuoi limiti e nonostante ciò ti mette di buon umore. C’è da dire che tanto fanno le due giovani attrici, Lea Seydoux e Adèle Exarchopoulos (quest’ultima è proprio la protagonista Adele, classe 1993), le quali senza ombra di dubbio annebbiano completamente l’oggettività del giudizio riguardo al film e riescono ad essere di una naturalezza tale da far letteralmente volare le tre ore di proiezione. Ma veniamo al tema caldo: l’omosessualità. Un altro pregio del film è che in esso l’omosessualità non è Il Tema (dal greco thema «ciò che si pone» da cui poi «argomento che si vuol proporre»).

L’argomento che si impone nella vita di Adele, come d’altronde in tutte le vite, è l’amore. Un amore certo sui generis rispetto alla storia del cinema in cui è preponderante la coppia eterosessuale, ma la conclusione che qualsiasi persona, che non ci fosse già arrivata da sola, dovrebbe trarne è ovvia: l’amore va al di là del genere senza rinunciare alla sua naturalezza. Nel film questo pensiero è ricorrente in diverse scene certo, ma al contrario di quanto ci si aspetti, non ne monopolizza a livello tematico la storia. Si pensi ai parallelismi spontanei che lo spettatore coglie durante gli squarci di lezione di letteratura nella classe di Adele in cui, riprendendo una frase di Francis Ponge, si discute sullo «scrupolo malsano», sul «vizio intrinseco» dell’acqua, cioè quello di avere un peso. Un liquido obbedisce alla pesantezza piuttosto che alla propria forma: in ciò esiste il suo vizio. Ma come giustamente interpreta uno studente, questa visione va oltre quella del cattolico ben pensante per cui ciò che è naturale è necessariamente privo di vizi.

È interessante comunque notare come Adele, durante la conversazione, venga perfino richiamata dal professore poiché distratta, quindi in qualche modo l’interpretazione della situazione che ne dà lo spettatore è ancora fuori dalla linea centrale del film, perché non passa dal mezzo principale ossia dalla protagonista.

Posto l’amore il tema del film, domandiamoci come è ripreso a livello cinematografico questo amore. L’amore è sempre una ricerca di un qualcosa che è altro da sé e in questo il regista ci ha preso in pieno, creando una Adele vorace in tutto, dal cibo al sesso. Basti pensare al suo modo di mangiare gli spaghetti o il kebab, posto sullo stesso identico piano del suo modo fare sesso, tant’è che lei stessa confonde quasi le due cose, in una sorta di sinestesia, nella scena in cui domanda ad Emma quando era stata la prima volta in cui aveva assaggiato una donna.

Se di solito si dice: “parla come mangi!” con Adele si direbbe che scopa come mangia, letteralmente. Ma la bellezza del film sta proprio in questo: nella estrema naturalezza della passione della protagonista, nella genuinità del suo desiderio. Da questo punto di vista è un film pervaso da un forte senso di realismo, infatti Kechiche, nel modo col quale ha diretto le due attrici, cerca in tutto e per tutto di sovrapporre la figura di Adele-personaggio alla Adele-attrice (non a caso hanno lo stesso nome), per esempio riprendendola sempre, anche durante le pause tra un ciak e l’altro, o lasciando alla libera improvvisazione le due attrici (il film è ispirato a una graphic novel).

D’altronde la chiave del realismo sta proprio in questo. Come diceva il padre del neorealismo italiano, Luchino Visconti: «l’attore è prima di tutto un uomo. Possiede qualità umane-chiave. Su di esse cerco di basarmi, graduandole nella costruzione del personaggio: al punto che l’uomo-attore e l’uomo-personaggio vengano ad un certo punto ad essere uno solo». Così il film cerca in tutti i modi di essere “reale”, a partire dalle inquadrature della cinepresa, che quasi sempre predilige il primo piano se non il dettaglio o il particolare, più o meno casuale. E ci si trova a soffermarsi incantati su una ruga di fianco alle labbra di Adele o al blu degli occhi di Emma per non parlare dei capezzoli di entrambe.

La vita di Adele è un film sulla pelle. La pelle è la naturalezza di un qualcosa che protegge e che contemporaneamente è da proteggere, poiché bersaglio per eccellenza del desiderio. Adele soffre la mancanza della pelle di Emma ed è proprio questa astinenza che genera quella meravigliosa scena nel bar verso la fine. Il film parla di una pelle che cambia col passare del tempo. Che si indurisce alle intemperie dell’amore, ma che subito torna morbida quando è bagnata dalle lacrime. La pelle non è altro che la nostra esperienza, la nostra storia, il confine tra noi e il mondo, il punto di incontro con l’altro, l’orizzonte di noi stessi. Non c’è lieto fine (altra atipicità nei confronti del classico) per Adele che, spoglia della sua adolescenza, si allontana finalmente donna.

Che dire di questo film? Con le parole di Adele stessa: «troppobbello!».

 

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