Violenza e università: Girard e gli scontri milanesi

Martedì 7 Maggio, sono le 16.30 e comincia la lezione di storia della filosofia morale, corso monografico sull’antropologo contemporaneo (e anche un po’ filosofo, pur contro la sua volontà) René Girard, che ha delineato la teoria del desiderio mimetico e della violenza mimetica. Per spiegare tali verità antropologiche è evidentemente necessario un corso intero e una lettura attenta dei suoi capolavori Menzogna romantica e verità romanzesca, La violenza e il sacro, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, ma a noi basti sapere che, secondo questa teoria, ogni uomo imita il suo simile nella formazione di desideri e questo atteggiamento porta a una violenza sconfinata, perché si vuole tutti competere per le stesse cose, che non hanno valore in se stesse, ma hanno valore in quanto desiderate da chi ci sta accanto.

In questa lezione il professore illustrava la lettura di Girard del Mercante di Venezia di Shakespeare, il cui nucleo centrale è che non c’è qualcuno che è nel giusto e qualcuno che è nel torto, qualcuno che è totalmente innocente e qualcuno che è cattivo. Questo perché la violenza pervade tutti e tutto, perché Bassanio, che vuole “comprare il corpo” di Portia con tremila ducati, non è peggio di Shylock, che vuole una libbra di carne come garanzia del prestito – anche se una lettura ingenua potrebbe collocare tutta la colpa dalla parte dell’usuraio ebreo. Questo non significa però che Shylock sia il buono, la visione manichea è sbagliata proprio perché tutti sono identici nei comportamenti negativi e violenti, tanto che le accuse che si rivolgono l’un l’altro sono sempre identiche. Mentre ascoltavo la spiegazione, ho pensato che sarebbe bello se coloro che in questi giorni hanno creato/stanno creando immensi disagi all’Università degli Studi di Milano conoscessero le teorie di Girard.

Ecco i fatti che hanno portato agli eventi di cui parlerò, per come ho potuto apprenderli. Nell’ottobre 2011 la storica libreria CUEM, inserita in uno spazio della Statale, fallisce e chiude. Dal 16 aprile 2012 un gruppo di studenti, che dichiara di non appartenere ad alcun collettivo in particolare, decide di occupare – illegalmente, come è chiaro – lo spazio inutilizzato, con il fine di raccogliere l’eredità della libreria CUEM, vendendo libri usati, creando un info point per le matricole, aprendo a tutti uno spazio dove scaldarsi il pranzo, per mangiare in compagnia, bersi un caffè e (cito dalla dichiarazione del sito degli occupanti) fumare una sigaretta con vista panoramica sul giardino pesci – esigenza fondamentale quest’ultima, non trovate? Ironia a parte, l’iniziativa pare lodevole, soprattutto perché vuole porsi come un’esperienza autonoma e indipendente, in difesa del diritto allo studio per tutti e di una cultura non inculcata dall’alto. Purtroppo il progetto non sembra essere portato avanti per come è pensato in origine: l’attività culturale è subordinata ad attività non prettamente inerenti all’università, o quanto meno disturbanti le normali attività didattiche (come la musica a massimo volume durante l’orario di lezione e le varie scritte sui muri) e soprattutto non suscita l’interesse della maggioranza degli studenti, proprio per come è venuta delineandosi. Il rettore Gianluca Vago, insieme ai rappresentanti degli studenti, cerca una soluzione per legalizzare la situazione e permettere lo sviluppo del progetto iniziale; viene così creato un bando ad hoc per l’uso dello spazio ex-CUEM, accantonando l’ipotesi iniziale dell’amministrazione di creare lì uno spazio a uso degli studenti disabili. Peccato che gli occupanti, sedicenti anarchici, rifiutino qualsiasi dialogo con i famosi “poteri forti rappresentanti del capitalismo” – alias il rettore e i rappresentanti degli studenti – e che, volendo continuare la loro attività lì in maniera illegale, non partecipino al bando e non accettino nemmeno la mediazione di professori e rappresentanti disposti a sostenere la loro causa inserendola in un quadro di legalità.

Arriviamo così agli eventi di questi giorni. Nel weekend del 4 e 5 Maggio i locali vengono sgomberati per la terza volta, ma, mentre le prime due ci si era limitati a sigillare le porte, questa volta viene divelto il pavimento per impedire la rioccupazione dello spazio e vengono rimossi tutti i materiali. Lunedì 6 Maggio gli studenti occupanti, vista la situazione, decidono di manifestare e protestare – a loro dire pacificamente – contro lo sgombero, a favore dell’università clandestina: si piazzano in atrio, mettono la musica, urlano la loro protesta al megafono… e fin qui è accettabile.

Meno accettabile è il furto di microfoni dalle aule, le scritte su tutti i muri disponibili dell’università, l’interruzione di lezioni/esami/sedute di laurea con urla o interventi. Decidono a questo punto di occupare anche un’auletta antistante l’aula magna, disturbando e minacciando il personale universitario che cerca di fare il proprio lavoro. Ora arriva la parte peggiore: il rettore, esasperato dalla situazione, decide – a mio dire improvvidamente – di richiedere l’intervento delle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa, che arrivano, caricano e manganellano. Bollettino: quattro feriti, tre alla testa uno al braccio, nessuno grave. Circolano varie versioni e opinioni sull’intervento della polizia: c’è chi dice che gli studenti lanciavano sampietrini e quindi i poliziotti sono stati obbligati a intervenire, chi dice che i poliziotti abbiano caricato gli studenti senza motivazione alcuna, chi dice che non siano volati manganelli ma che abbiano semplicemente camminato contro gli studenti per dividere il gruppo compatto… la verità starà in una sintesi di queste versioni, ma io trovo inammissibile che sia stato permesso, anzi richiesto, l’arrivo delle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa.

Ed è qui che ci ricolleghiamo a Girard. Forze dell’ordine, manifestanti e aggiungiamo anche l’amministrazione universitaria si sentono tutti nel giusto assoluto, e in totale differenza e contrasto con il loro rispettivo “nemico”. La verità è che il comportamento di chi lancia un sampietrino contro a un poliziotto, la cui unica colpa è quella di fare il proprio mestiere, quello di chi spacca il manganello sul cranio di un ragazzo, la cui unica colpa è quella di urlare la propria opinione, e quello di chi fa divellere un pavimento, buttando fuori tutto il contenuto presente nell’aula, è esattamente lo stesso, spinto dalla medesima motivazione – cioè la volontà di imporre con violenza la propria supremazia e superiorità. La violenza genera sempre altra violenza, per questo trovo non solo esagerato, ma anche inadatto a risolvere la situazione l’intervento violento della polizia.

Io non voglio vivere un’università con muri imbrattati da imbecilli; non voglio vivere un’università dove ci fanno uscire mezz’ora prima da lezione perché tutte le uscite sono state barricate non si sa bene da chi; non voglio vedere poliziotti con il manganello dentro all’università e nei suoi paraggi (è da una settimana che la situazione è questa). Viviamo in una società democratica, dove è giusto e anzi doveroso esprimere il proprio dissenso tramite i canali legalmente permessi, essendo sempre pronti al dialogo – unico modo per tenere assieme una comunità – quindi, se ci si pone al di fuori del dialogo e al di fuori delle regole, non si può pensare di essere ascoltati. Spero sia chiaro che con questo non voglio difendere le forze dell’ordine dal manganello facile, pronte a spaccare le teste di chi manifesta per i propri diritti, ma semplicemente non credo che si possa attribuire tutta la colpa e tutto il male all’una o all’altra parte. La triste verità è che entrambe le parti hanno agito male e che solo se si smette di rispondere alla violenza (perché anche impedire la regolamentare attività didattica è violenza) con violenza si può pensare a una soluzione.

Ironia della sorte: è stata proprio la lezione di storia della filosofia morale, che spiegava così bene tale meccanismo, ad essere sospesa alle cinque e trenta, perché l’università stava venendo barricata. Forse manifestanti e poliziotti avrebbero fatto bene a sedersi dietro i banchi, poggiare sampietrini e manganelli e ascoltare la lezione. Forse avrebbero smesso di considerare la filosofia roba da disoccupati. Sarà per un’altra volta.

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