La Venere di Urbino: eros tra vita e morte

La Venere di Urbino, dipinta da Tiziano nel 1538, è uno dei capolavori dell’arte rinascimentale. Custodita alla Galleria degli Uffizi di Firenze, la Venere si trova attualmente a Urbino, dove rimarrà fino al 18 dicembre.

L’opera fu commissionata da Guidobaldo della Rovere, futuro Duca di Urbino. Quando Guidobaldo vide per la prima volta il quadro a Venezia, nello studio di Tiziano, rimase estasiato dalla bellezza creata dall’artista, ma passarono anni prima che il Duca potesse appropriarsi della tela: “la donna nuda”, così come la chiamava, era un’opera costosa, decisamente al di là delle sue finanze. Tiziano infatti era un pittore noto già nel XIV secolo e non avrebbe dato il dipinto a Guidobaldo senza essere pagato in anticipo. Una volta diventato Duca d’Urbino, Guidobaldo poté finalmente impossessarsi del dipinto tanto desiderato. L’opera ottenne immediatamente un grande successo, tanto che a Tiziano vennero richieste numerose copie.

Fu Giorgio Vasari a nominare il dipinto Venere di Urbino: il titolo scelto dal Duca, Donna nuda era ovviamente inaccettabile. Un’espediente comune era quello di giustificare l’arte erotica con la mitologia: non quindi una semplice donna senza veli, ma una dea, Venere.

L’opera ritrae un’adolescente distesa. Le lenzuola su cui è adagiata sono stropicciate, come se il fidanzato della ragazza se ne fosse appena andato. Vasari del dipinto elogia proprio le stoffe abilmente ritratte, «certi panni sottili attorno molto belli e ben finiti», quasi dimenticando la “Venere” dipinta da Tiziano. Gaetano Milanesi non dimentica invece la bellezza della donna: «è creduta la più bella Venere, o donna nuda, che mai dipingesse Tiziano».

Il mirto sullo sfondo, simbolo della verginità e spesso legato alla dea, sottolinea ulteriormente il legame con la mitologia, ma la donna appare incredibilmente umana, lontana, se non per il titolo dell’opera, dalla divinità romana. Le donne nell’angolo a destra, delle serve che preparano i vestiti per una festa, lasciano comunque intendere lo status della giovane signora, pronta ad acconciarsi per un incontro mondano.

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Fermandosi a osservare la fanciulla, si può notare che nella mano destra stringe un mazzo di fiori, per alcuni il regalo donato dal fidanzato poco prima, per altri simbolo del tempo che scorre. La bellezza della Venere appassirà infatti come le rose che stringe tra le dita.

La mano sinistra poggia invece sul sesso, coprendolo: se da un lato può apparire come un invito, dall’altro per molti critici potrebbe indicare che la ragazza è già stata conquistata dall’uomo che se n’è appena andato, che l’organo coperto è esclusivamente suo. Il riferimento alla fedeltà è esplicito anche nella figura del cagnolino che riposa sul letto, ai piedi della donna. L’opera è infatti considerata un’allegoria del matrimonio: il suo scopo era quello di insegnare la virtù a Giulia Varano, sposa del Duca. Da un lato, quindi, la sensualità; dall’altro la castità e la devozione al marito racchiusa in quella mano sinistra.

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Venere dormiente, Giorgione

Una particolarità della Venere di Urbino sta poi nel suo sguardo: la ragazza non dorme come la Venere di Giorgione (a cui Tiziano si ispirò), ma osserva lo spettatore noncurante – e forse fiera – della sua nudità.

Le interpretazione legate a questo quadro sono ovviamente numerose, tra le più interessanti citiamo quella di Jozef Grabski:

«Dobbiamo sottolineare che un disegno di fiori neri appare sul rosso del letto. Il fiore che cade dal bouquet potrebbe simboleggiare l’amore che è stato fisicamente interrotto dalla morte di uno degli amanti. Il frutto di questo amore permane, tuttavia, sia su un piano psicologico, nella fedeltà della memoria di una persona, che su un piano fisico […] Quindi mentre il rosso ed il nero formano un’armoniosa anche se drammatica scala cromatica, così fanno anche l’amore e la morte nell’esperienza umana».

Grabski sostiene poi che essendo il ventre della donna molto più tondo rispetto alla Venere dormiente di Giorgione, la ragazza potrebbe essere incinta. Da qui deriva il messaggio di speranza dato dal quadro: dalla morte alla vita, in un ciclo infinito portato avanti dall’amore.

Olympia, Manet
Olympia, Manet

La Venere di Urbino è un grande classico dell’arte che ispirò molti degli artisti europei, da Jean-Auguste-Dominique Ingres a Édouard Manet. Quest’ultimo visitò Firenze proprio per ammirare la Venere e farne un omaggio personale. Il risultato è l’altrettanto celebre Olympia, un’opera tuttavia molto diversa dalla sua ispiratrice. Olympia è una cortigiana parigina molto più spudorata, una donna autonoma e forte, autoritaria e non raffinata come la ragazza dipinta da Tiziano.

 

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