“Velluto Blu” di David Lynch: oltre lo scandalo

Uno degli equivoci più grossi della storia del cinema porta la firma di Gian Luigi Rondi e di un distributore deciso a cavalcare l’onda dello scandalo. Era il 1986 quando l’allora selezionatore della Mostra del Cinema di Venezia si alzò in piedi inorridito e rifiutò di far partecipare al Festival un film in cui Isabella Rossellini appare nuda infangando la memoria della madre Ingrid Bergman, mancata nell’82. Troppo grossolana la (s)vestizione della figlia d’arte in una pellicola caratterizzata, secondo Rondi, dall’assoluto non rispetto per due grandi del cinema (Roberto Rossellini e Bergman, appunto). Eppure Velluto Blu di David Lynch voleva servirsi dello scandalo per scavalcarlo, mostrando al pubblico quell’universo sospeso di paura e smarrimento che è alla base della maggior parte dei lavori del regista americano.

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Rondi però non volle proprio saperne e, dall’eco della sua requisitoria, trasse linfa vitale la Filmauro che si apprestava a distribuire il film nelle sale italiane. Il manifesto pubblicitario toccava i tasti sempre funzionanti di sesso e perversione, presentando una donna in reggicalze distesa su un biliardo, a gambe divaricate, con le caviglie legate tramite una corda alla stecca, mentre una biglia poggiata sul tavolo gronda sangue sul pavimento. Un gran bel lavoro artistico firmato Enzo Sciotti che riproduceva però una scena del tutto assente all’interno del film.

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Manifesto firmato da Enzo Sciotti per l’uscita italiana di Velluto Blu
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La scelta, senza dubbio furba ma al contempo controproducente, fu quella di far decollare alle stelle gli incassi di una pellicola con sufficienti scene-shock da turbare un’opinione pubblica sempre affamata di vouyerismo più o meno mescolato ad arte. Lo stesso Lynch, forse per puro gusto di provocazione, aveva del resto affermato che il lavoro, nella sua idea di partenza, traeva spunto da una propria ossessione personale«Ho sempre desiderato intrufolarmi nella stanza di una ragazza per guardarla di notte e forse, a un certo punto, vedere qualcosa che fosse un indizio in un caso di omicidio».

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Tutti questi elementi, sapientemente mixati per una buona riuscita, contribuirono a presentare – e connotare – il film per ciò che non era: un film erotico. Certo, le labbra della protagonista che si schiudono con un fremito di piacere e inquadrate in primo piano richiamano inequivocabilmente alla mente il sesso femminile, sono solo uno dei tanti fotogrammi di una pellicola inzeppata di sensualismo a tratti estremo, ma, al di là di tutto il sadomasochismo che pervade l’opera, Velluto Blu va ben oltre la pura messa in scena di perversioni senza uscita.

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La storia è quella strana di Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan), il quale vive a Lumberton, tranquilla cittadina della provincia americana che si scopre macabro teatro del ritrovamento di un orecchio. Una volta raccolto il ritrovamento anatomico e portatolo alla polizia, Beaumont si improvvisa a sua volta occasionale e improbabile detective, trasformando ben presto la sua curiosa indagine in un’iniziazione al sesso e alla violenza che lo vede terzo incomodo nel legame tra Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), cantante di night club, e Frank Booth (Dennis Hopper), criminale mentalmente instabile.

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Il caso viene risolto con molto spargimento di sangue, unito all’aiuto di una dolce e brava ragazza (Laura Dern) la quale, in quanto figlia di un poliziotto, sa indirizzare Jeffrey sulla strada giusta. Questi si sveglia nel suo giardino, con un inquietante pettirosso meccanico posato su un ramo. La vita a Lumberton è dolce, ma il pettirosso ha in bocca uno scarafaggio. Tutti si vogliono bene, sorridono ai vicini, ma dietro la facciata delle cittadine di provincia ci sono psicopatici – come Frank – che celebrano riti orrendi. È in quest’ottica, allora, che leggiamo a ritroso la celebre scena iniziale con i pompieri salutanti dal camion e la vigilessa che fa attraversare i bambini al ritorno da scuola; sono dettagli che sottolineano l’armonia del piccolo centro, ipocriticamente attraversato dal Male che si nasconde in ogni anfratto. 

Ecco infatti il padre di Jeffrey colto da infarto, mentre innaffia il giardino di casa. Cade a terra e tiene la canna all’altezza del sesso come in una grossa, e grottesca, eiaculazione infinita. Si vede poi il terreno, con scarabei che lottano tra loro, mentre un inquietante risucchio sonoro accompagna la scena.

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Velluto blu: la scena di apertura del film
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Il significato è semplice, ed è lo stesso che si cela in un altro prodotto lynchiano che ha rivoluzionato il mondo delle serie tv, Twin Peaks: la paura e lo smarrimento dei sensi hanno forza incommensurabile e anche un piccolo dettaglio, macabro come il ritrovamento di un orecchio mozzato, può essere il biglietto di ingresso per un incubo senza fondo. Viviamo sempre, quasi senza accorgercene, accanto a mostri che sono dentro e fuori di noi e prima o poi – senza esclusione di colpi – finiamo inevitabilmente per restarne complici, vittime o carnefici.

Ecco allora il più che si nasconde dietro lo scandalo dell’eccitazione perversa e masochista. Lynch, come gli è proprio, in Velluto Blu racconta una storia per farne sentire tante altre. E le musiche di Angelo Badalamenti (qui alla prima collaborazione con il regista) non fanno altro che accentuare, accompagnandolo, quel secondo livello di significato che il racconto nasconde in sé. L’inquietudine e lo smarrimento la fanno da padrone, in una pellicola che venne rifiutata a Venezia per entrare poi di diritto nel Canone dei grandi che contano.

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Nata nel 1992, laureata in Lettere Moderne, studia Filologia Moderna presso l'Università di Roma "La Sapienza". Ama la letteratura, il cinema e la scrittura intesa come mezzo per diffondere liberamente il proprio pensiero.