Uno schizzo su una tela: Pollock e gli irascibili

Milano, Palazzo Reale.

Una tela per terra. Un uomo che ci gira intorno con un pennello in mano schizzandola nervosamente. Sigaretta in bocca, sguardo concentrato. Jeans imbrattati. Sovrappone i colori. Compie gesti diversi per ogni colore. Non gli ci vuole tanto per finire di riempire quella tela.

Ad un certo punto sembra soddisfatto, poi però prende in mano un altro secchio e decide che l’opera non è finita, che deve correggere qualcosa.

C’è quindi forse un criterio in quegli schizzi che sembrano letteralmente lanciati senza una ragione da quell’uomo che senbra un po’ pazzo e mette una certa ansia.

Sono davanti ad un video girato da Hans Namuth. Dall’altra parte della cinepresa c’è Jackson Pollock intento a dare vita al suo celebre Number 27.

Rifletto su tutta questa scena pensando all’inquietudine che mi trasmette e cerco di capire perchè mi dà questa sensazione.

 Poi mi giro.

 

Dietro di me c’è proprio quel quadro.

Il Number 27.

Non so, queste cose mi impressionano sempre molto: su una parete immortalati i momenti in cui quella tela si riempiva, su quella di fronte quella stessa tela finita.

E, soprattutto, esposta in un museo, a distanza di decenni.

C’è una ragione per cui quella tela è lì.

Mi soffermo a guardarla e cerco di capirne il perchè.

Perchè mi affascina, perchè è bella.

E’ questa la difficoltà, il rischio grosso dell’arte contemporanea: pensare che noi tutti saremmo in grado di mettere una tela per terra e schizzarla ripetutamente con un pennello.

Ci chiediamo se anche la nostra opera finirebbe in un museo.

Ci sentiamo in qualche modo truffati.

Forse lo pensiamo quando ci dicono che qualcuno ha fatto un taglio su una tela, ma senza che noi lo abbiamo visto con i nostri occhi.

Forse lo pensiamo se vediamo di sfuggita su google immagini le foto di qualche pittura astratta.

Forse può capitare che succeda anche trovandocela di fronte, questa pittura, ma credo sia più raro.

Ci vuole uno sforzo per capire.

Non dico che sia uno sforzo facile, ma ci vuole uno sforzo.

Lo sforzo della fiducia.

Dobbiamo avere fiducia e allora con la fiducia riusciamo a capire e a vedere quello che prima ci sembrava assurdo.

Prima era soltanto uno schizzo su una tela.

Adesso è tormento, inquietudine, emozione irruenta sprigionata da una passione incontenibile, ed è il gesto a diventare importante.

Non è il ristultato, è il gesto.

E’ esattamente il fatto di mettere le proprie mani, l’emozione, l’inquietudine, il tormento, la passione, tutta la propria vita, su quella tela.

E’ scegliere quel gesto per accompagnare ed esprimere tutto quello che siamo, vogliamo, speriamo, patiamo, soffriamo.

Tutti se stessi, per tutta la vita.

E’ continuare a farlo quando si è rifiutati dalla critica, quando il Metropolitan Museum di New York decide che la tua arte non vale l’esposizione.

Quando tutti intorno a te non capiscono ancora quello che stai facendo perchè il loro criterio ad essre diverso.

Pochi riescono a leggere Finnegans Wake di Joyce. Ti viene da dire ma chi me lo fa fare.

E chi ha un criterio diverso finchè lo avrà non potrà mai capirti.

Potrebbe non capirti nessuno fino alla tua morte.

Ma se tu continui nonostante tutto a metterci la tua vita, questa è l’arte.

E qeuesto  è esattamente il motivo per cui Pollock è esposto al museo insieme agli altri irascibili.

Tu puoi dire che anche tu avresti potuto schizzare quella tela: ma l’avresti fatto per tutta la vita?

Non avresti sentito modo migliore per esprimerti?

Avresti accettato di morire di fame per la tua tela?

Avresti rifiutato committenti generosi per non commercializzarla?

Perchè è tua, perchè per te è sacra e perchè lì c’è veramente il tuo senso?

Se la risposta è sì, allora dipingi la tua tela.

Se la risposta è no, allora capisci l’importanza di quello che significa tutto questo, e abbi fiducia.

Ma non banalizzare mai.

Silvia Lazzaris

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