Un lungo spettacolo
chiamato Bob Dylan

Gennaio 1965, Greenwich Village, Manhattan. daysofthecrazy-wild.com
Gennaio 1965, Greenwich Village, Manhattan. daysofthecrazy-wild.com

Si è voluto chiamare Bob Dylan, questo gatto della musica magrolino, tutto pelle e ossa, che si apparta e guarda il mondo nascosto in un armadio. La sua voce ha segnato la cultura popolare del secondo Novecento occidentale; Beatles e Rolling Stones in Inghilterra, lui, rotolando decade su decade, in America. Ma per quale motivo Dylan occupa nel nostro immaginario un posto così diverso dalle coppie McCartney-Lennon, Jagger-Ritchards?

Di certo se un giornalista gli chiedesse perché non fa anche lui un concerto a Cuba, risponderebbe che sì, si può fare: dategli un posto e lui ci suona. È dal 1988 che è impegnato nel suo Never ending tour. Ma non aspettatevi di cantare a squarciagola ritornelli e divertirvi, né di ascoltare denunce sociali o disquisizioni religiose. Sentirete una discarica di parole bofonchiate da un uomo; ci sarà un settantacinquenne sul palco, non una rockstar, non un poeta. Eppure, la maschera di Robert Allen Zimmermann continua il suo spettacolo senza tempo.

Crescendo in un paesino del Minnesota attorno a un’enorme miniera di ferro a cielo aperto, Robert ha la radio – la chitarra solo più tardi – e le sue canzoni country come compagnia. Il bambino si ciba delle radici d’America, i singers ascoltati fra le distese di campi, stazioni, neri, emigranti, giacimenti, laghi. Sono gli anni Cinquanta e scocca, fatale, l’amore per il folk. Sotto l’egida dell’epico Woody Guthrie, lasciato presto il college, il giovane Bob si dedica alla musica e arriva il 1961, l’anno del primo disco: entra in scena Bob Dylan a occhi bassi, sguardo a metà fra l’affilato e il distratto, indossando chitarra e armonica a bocca come uniche decorazioni di un corpo un po’ smunto, quasi scricchiolante e per questo protetto da jeans e camicia. Sembra un menestrello sincero grazie a questo abbigliamento da american worker.

Il mondo (giovanile e non) ha trovato così il diamante del movimento folk, il massimo rappresentante degli anni Sessanta. C’è qualcosa, però, nei suoi capolavori Another side of Bob DylanThe times they’re a-changin’ e  ancora prima The freewheelin’ Bob Dylan Bob Dylan – i fuochi di una generazione amante della vita e del diritto di farla amare agli altri, gioie e tristezze comprese – c’è qualcosa che stona. Sarà la voce che secondo David Bowie è di «colla e sabbia», ma il menestrello assomiglia sempre più a uno sciamano, un erede dei bluesmen scesi a patto col diavolo, al bambino che si ciba di radici d’America (e di poeti: Arthur Rimbaud, Dylan Thomas, Allen Ginsberg, Jack Kerouac) alludendo ad altro.

Nel 1965 esce, un’altra volta, allo scoperto. È l’anno di Bringing it all back home Highway 61 revisited, due tuoni a bruciapelo senza preavviso. E la musica popolare è fulminata. Non si spiega chi sia ora questo newyorkese che a malapena si scorge dietro fumo di sigarette e occhiali da sole, quale mutazione abbia subito Blowin’ in the wind per diventare Subterranean Homesick Blues. Bob Dylan – con quella che sarà poi chiamata trilogia elettrica, comprendendo Blonde on Blonde (1966), primo doppio LP della storia – sa di aver spaccato la critica.

A fine anno, infatti, nel dicembre ’65, si presta a una conferenza stampa gremita di giornalisti. Fioccano le domande, e gli hmm, y’know, uh mangiucchiati da un Dylan sornione che spiazza, ironizza e svicola (su YouTube, per i curiosi, è disponibile la conferenza). Ed ecco che alle solite «ti consideri più un cantante o un poeta?», «in Highway 61 c’è molta filosofia, cosa significa per te? », «canti ancora le tue vecchie canzoni?», «come definiresti la tua musica?» Bob Dylan snocciola risposte inaspettate «un song&dance man», «non ci ho fatto così tanto caso»«no, no», «mi piace vederla come vision music»Insomma, è chiaro che si è voluto togliere i panni del profeta, del predicatore folk, per seguire più sinceramente la propria creatività.

In Bringing it all back home rimangono le atmosfere acustiche degli esordi. Il lato B del disco non ha altro che voce, armonica e chitarra; contiene, anzi, brani miliari del folk come Mr. Tambourine man. E così anche la chiusura di Highway 61 revisited, la meravigliosa Desolation Row. Rispetto ai primi dischi, ora, la forza cantautorale di Bob Dylan è più matura – si sa, i suoi testi in musica sono simili a poesie. Ma la «magia post-Dylan» (così la chiamava il giovane Jeff Buckley) è unica, emerge tra le ondate acustiche di It’s alright, Ma, I’m only bleeding. Alla penultima traccia di Bringing it all back home, così si dice, Dylan è molto affezionato. Ed è comprensibile.

«Darkness at the break of noon», così inizia a recitare il brano. Proprio allo scoccare del mezzogiorno arrivano le oscurità. Il primo album della trilogia elettrica, avendo tonalità buie, misteriose, apre per la prima volta il cuore di un’icona. E riesce a farla tornare uomo. «You lose yourself , you reappear/ you suddenly find you got nothing to fear».

È così, con sincerità e poesia, che nascono il successivo Highway 61 revisited e il brano d’apertura Like a rolling stone. L’opera d’arte pop dritta al cuore della storia. Un colpo di tamburo (quant’è umano e forte quel colpo di batteria all’inizio, pa-tum! ) e le emozioni e le idee sono messe a nudo in quei sei minuti leggendari, è l’inno viscerale di tante generazioni legate dalle stesse delusioni e speranze. ImagineLet it beYesterday (sembrerà una bestemmia) sono ninne nanne al confronto. E la magia sta nell’essere consapevoli che nella storia c’è solo una Like a rolling stone, solo una pietra raggiante, dai suoni così sporchi e cristallini, che parla di tutti a tutti con l’urlo:

«How  does it feel, ah! how does it feel to be on your own with no direction home like a complete unknown, like a rolling stone

Andrea Piasentini

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