Tra tempo e spazio, le immagini dal Sol Levante

«Il tempo non torna indietro.
L’unica cosa che riusciamo ad afferrare con le mani è l’istante»
Banana Yoshimoto

Di fotografia giapponese si sente raramente discutere, il motivo forse è collegabile alla mancanza, o meglio all’effettiva impossibilità di poter analizzare la sua nascita e stilare una storia compiuta passo a passo.

Questa difficoltà iniziale può anche essere interpretata come lo specchio della stessa cultura giapponese antica, che agli occhi degli occidentali è sempre risultata intima, riservata, delicata, quasi distante e avviluppata su se stessa, sulla stessa cultura di quel popolo che è in grado di trasmettere più di altri l’equilibrio; pilastro alla base di ogni pensiero proveniente dal Paese del Sol Levante.

L’espressione mukashi muskashi, traducibile con il nostro c’era una volta ci torna utile per descrivere l’inizio di questo cambiamento: collocabile intorno al 1850, anno che segnò la comparsa della fotografia a Nagasaki per mano di un mercante olandese che, sotto richiesta dell’imperatore locale Ueno Shunojo, fece sbarcare la prima macchina per dagherrotipi in suolo giapponese.

La fotografia si inserì, in uno scenario di dominazione dell’ultimo Shogun e riuscì a testimoniare l’ultima fase della società feudale di quegli anni. Nessuna di queste immagini però è giunta fino ad oggi.

Nel 1857 un Ufficiale Sanitario della marina olandese insegnò il procedimento fotografico proprio nella baia di Nagasaki; a quell’anno risale la più antica immagine conservata realizzata da un giapponese, Ichiki Shiro.

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La fotografia iniziò a interessare i ceti più aperti alla modernità e più agiati economicamente così si aprirono i primi studi fotografici di proprietà giapponese. Qualche anno dopo si diffuse la tecnica al collodio umido.

L’Europa conobbe per la prima volta le immagini del mondo fluttuante in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi dal 1855. Sorprendente come tutti i rappresentanti della fotografia giapponese abbiano caratteristiche proprie e non ripetibili: la rappresentazione bidimensionale, l’assenza quasi totale dei chiaroscuri, il dinamismo, espresso attraversò linee sinuose e, soprattutto, il taglio fotografico insolito… Gli stessi elementi a cui anche l’Art Nouveau si ispirò. Spicca tra i tanti Kimbei Kusakabe, con le sue fotografie ricche di grazia e simmetria, in grado di descrivere accuratamente i segni distintivi del paese del Sol Levante.

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Con la dinastia Meiji il Giappone si avviò a diventare uno Stato moderno, passando con un processo rapido da paese feudale a paese industrializzato.

Tra i soggetti fotografati, per tentare di mettere ordine in un mondo già in perfetto equilibrio, ci sono i ritratti della donna giapponese, quelli della filatrice di seta, del samurai, del lottatore di sumo e dei preti shintoisti e buddisti; ancora quelle per rappresentare i mestieri e le arti della tradizioni, i fiori e i luoghi tipici.

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La rappresentazione dello spazio condiziona la lettura dell’immagine stessa, l’ambientazione è sempre arricchita di particolari, dalle stoffe ai mobili tutto è in armonia con i soggetti, ritratti da soli, in coppia o in gruppo, intenti in quelle azioni quotidiane; sotto la superficie si possono leggere le relazioni che intercorrono tra loro grazie alla posa e ai gesti.

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La “messa in scena” riproduce sempre la verosimiglianza della vita reale aiutando anche il fotografo, che prima dell’avvento delle istantanee, con i lunghi tempi di esposizione, riusciva meglio nella realizzazione delle immagini. Così negli atelier dei fotografi si ricreavano salotti, scorci di abitazioni e di balconi che, con l’aiuto di attori pagati, raffigurassero il quotidiano.

Shashin è il termine usato per descrivere la sublime bellezza dell’universo femminile capace, in Giappone, di essere armoniosa come gli stessi ritratti, dominati dal colore incarnato pallido dei visi in contrasto con quello dei vestiti vivaci. Donne intente in faccende domestiche che nello stesso tempo sembrano bambole di porcellana pronte a rompersi.

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L’emblema che più rappresenta la particolarità del Giappone quando si parla di fotografia è data da  immagini come questa

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Si tratta dei Contadini nelle risaie, un ritratto che nonostante le sembianze di spontaneità è per l’appunto una messa in scena, o meglio una sapiente mise en scène in esterno.

Queste particolari tipologie di fotografie in realtà nascondono una piacevole intuizione che risiede nel complesso della composizione, più che nel soggetto. Le linee delle aste dei contadini nell’atto di simulare il lavoro non seguono un movimento casuale, conducono tutte verso un unico punto di fuga: le capanne sul retro. Queste linee invisibili descrivono l’ideogramma della parola chicco di riso 米. 

Una visione ideografica della realtà espressa in uno scatto; il grande ordine che risiede in scatti come questo rispecchia la tendenza dei giapponesi a schematizzare la realtà servendosi la forma degli elementi base: i semi e gli ideogrammi. Tale tecnica esprime un modo di scrittura all’interno di uno spazio e riesce a dar vita a una sorta di narrazione.

È proprio questa continua ricerca di significati che distingue la fotografia giapponese e in qualche modo rappresenta anche l’identità culturale di questo arcipelago. Tutte immagini in grado di trasmettere una simmetria concordante di questo mondo che di fronte alla modernizzazione veloce del Paese, ha voluto lasciarne una traccia perenne.

Intanto l’era moderna irrompe e la fotografia espande la propria forma, staccandosi dall’equilibrio iniziale viene stravolta dall’occidente e dal suo pensiero. Tracciare una storia certa non risulta impresa facile: sicuramente Shomei Tomatsu è tra i più importanti artisti in grado di comunicare questo momento cruciale e di diventare occhio spietato verso la realtà.

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Egli fu testimone oculare delle cicatrici lasciate dalla bomba atomica, dell’americanizzazione della cultura, della ricostruzione, del boom delle nascite e di quello economico degli anni ’60.

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Nato a Nagoya, sull’isola di Honshu, nel corso della sua carriera compie una spasmodica ricerca antropologica e con il suo sguardo si avvicina alle enormi differenze tra la cultura tradizionale e la crescente occidentalizzazione del suo Paese. I suoi ritratti sono capaci di raccontarci il volto giapponese del Dopoguerra inserendosi magistralmente tra i cambiamenti sociali come un attento sismografo della realtà.

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Fausta Riva nasce in Brianza, il 7 novembre 1990. Da suo nonno prima, e poi da sua madre, la prima impronta alla fotografia. Il suo intento, quello di accostare la visione fotografica a quella geografica, cercando un modo per spiegare il mondo, per capirlo. Fausta Riva nasce sognatrice, esploratrice dell’ordinario. Ama le poesie, ama perdersi e lasciarsi ispirare.