Il “teatrino erotico” di Patrizia Valduga: poesia contemporanea

Patrizia Valduga, classe 1953, originaria di Castelfranco Veneto, ha esordito nel 1982 con Medicamenta, pubblicato da Guanda, la casa editrice cara al poeta Giovanni Raboni, del quale è stata scandalosamente la compagna fino alla morte di lui, nel 2004. Traduttrice, tra gli altri, di John Donne, William Shakespeare, Stéphane Mallarmé, Paul Valéry e Samuel Beckett, ha pubblicato anche per Einaudi, Garzanti e Mondadori.

Ricerca dello scandalo e sentimenti estremi trovano il loro punto di riferimento in una lingua portata continuamente dall’alto al basso dei registri, dal sublime della letteratura al comico e al pornografico. A questa ricerca linguistica si associa la ricerca metrica, che recupera forme manieristiche e artificiose della tradizione letteraria più di nicchia, italiana e europea. Sonetti anomali e sperimentali, rime aspre, equivoche e rare. Diventata per questo un caso letterario, la Valduga in qualche modo fa parte di quel periodo degli anni postmoderni.

L’amore e la morte, i due temi classici della tradizione petrarchesca, dell’amore doloroso e dell’amore che fa guerra al cuore, occupano i versi della Valduga, rivisti con occhi di un unico io femminile, ferito, fragile eppure seduttore ed egocentrico, indifeso e bisognoso di essere amato. C’è un io che lotta contro tutti, che parla solo di sé, da cui si comprende anche il perché di certe fonti letterarie, non solo posa postmoderna: i petrarchisti minori, i manieristi, i poeti poco noti di Seicento e Ottocento. Questa figura è messa in scena come su un palcoscenico di teatro, spesso in monologhi che richiamano il lavoro di traduzione artistica dell’autrice. Veri e propri monologhi sono infatti la maggior parte delle poesie della Valduga, con qualche intrusione a volte di voci che però non si sa bene se provengano o meno ancora dall’io e dalla sua immaginazione. Lo scenario è indistinto, nessuna descrizione spazio-temporale, assenza di storia o di memoria. Si tratta di poesie che offrono una esibizione linguistica, un linguaggio stra-ordinario, ottenuto con la scelta di forme marcate, espressionistiche, citazioni colte affiancate dal linguaggio più quotidiano, dal turpiloquio, dal lessico della sessualità spinta, della gastronomia o della scienza.

eros e thanatos

Medicamenta e altri medicamentaedito da Einaudi nel 1989, è diviso in tre sezioni: Notti dei sensi, Notti incolori, Notti mancate. Una climax in negativo che dalla notte in cui ancora i sensi al buio sanno muoversi passa nelle notti senza colore e infine nelle notti-atto mancato, notti vuote. La notte come unico momento in cui l’io si libera, fa parlare se stesso e trova i suoi rimedi (“medicamenta”), ma insieme anche la notte che non porta significato, che non ha valore conoscitivo alcuno.

Nel luglio altero, lui tenero audace,/sensualmente a me lanciava da là:/Prima di sera io ti scopo. Ah./Fra trafficar di sguardi dove pace,| dove l’incompenetrabilità…/dove il tempo in quest’ombra…Lui tace/in un empio silenzio a farne fornace./Poi apri, m’intima, apri…più dentro già| si spinge col suo tal colpo segreto./Umidore, pare bacio il calore/su ammucchiarsi d’umano, alto m’accappia| Oh inverni e lirici slanci (con metodo)/Mi sale…mi scende…io come granata/esplosa, contusa, to’, che si sappia.

È questo il primo testo che apre la raccolta mettendo in scena subito quello che Andrea Afribo chiama «il teatrino erotico della Valduga»: due voci discordanti, di una lei e di un lui, o forse tutte femminili, una viva e una immaginata. Una lei fatta di sublime e di slanci lirici e un lui che parla un registro comico e pornografico, con un lessico come “umidore”, “accappiarsi”, ossia “stringere con un cappio”, e le più evidenti allusioni all’atto sessuale. Alla fine resta l’io femminile contuso in questa lotta erotica, arreso e esploso in tutto il suo piacere come granata e, soprattutto, l’io che si toglie la maschera e ammette davanti a tutti di essere stato vinto.

Le sperimentazioni linguistiche e metriche sono ancora più evidenti in una poesia come questa:

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…/comprimimi discioglimi tormentami…/infiammami programmami rinnovami./ Accelera… rallenta … disorientami.| Cuocimi bollimi addentami … covami./Poi fondimi e confondimi…spaventami…/nuocimi, perdimi e trovami, giovami./Scovami … ardimi bruciami arroventami.| Stringimi e allentami, calami e aumentami./ Domami, sgominami poi sgomentami…/dissociami divorami … comprovami.|Legami annegami e infine annientami./Addormentami e ancora entra … riprovami./Incoronami. Eternami. Inargentami. 

Si tratta di una vera e propria preghiera erotica, o forse una serie di comandamenti, in cui l’io chiede a una sorta di dio nascosto che soddisfi le sue richieste, le quali vanno sempre di più verso una specie di elevazione che si realizza nel finale con “incoronami”, rendimi eterna e riempimi di argento. Una poesia fatta solo di verbi all’imperativo, accomunati però in piccole sezioni secondo affinità di significato, antitesi o gioco sonoro: “cuocimi, bollimi, addentami”, “calami e aumentami”, “fondimi e confondimi”. Anche in questo caso sono evidenti le allusioni all’atto sessuale, ma con scelte lessicali forti che avvicinano questo tema ad azioni come quella del mangiare o del fare del male a qualcuno, nell’idea di un eros totale e portato ai massimi livelli fino alla discesa e alla quiete che segue (“addormentami”).

E infine il congedo della raccolta, l’ultimo testo che la chiude:

Frissi d’amor con arte, d’amor scrissi/ senz’arte… rifritture di riflussi/riscrissi…f uor d’ellissi: pissi pissi./In rime parossitone mi strussi.| Scema, così, al naturale, abissi/non sondai, né riflessi colsi o influssi,/afflussi e deflussi male scissi,/e sulla rena disfeci o costrussi.| Risi, mi afflissi, mi rosi… Fui sussi,/testa di turco e testa anche di cazzo,/lessi assai e nulla trassi… Ti sconfissi| o mio cuore, discussi dei tuoi flussi/e sconquassi, li ressi in imbarazzo… /Vissi o non vissi? Se vissi, malvissi.

Verbi al passato che sono sia un elemento di artificioso esibizionismo sia l’elemento che rappresenta l’io che trae le conclusi di quanto si è fatto o non fatto. Come se dicesse: sono “fritta” d’amore, ho scritto d’amore senza troppa arte, anzi bisbigliando e struggendomi; sono stata stupida perché non ho sondato abissi o riflessi per trovare significati e ho costruito, e quindi distrutto, sulla sabbia; ho riso, ho pianto, ho succhiato le emozioni e le cose, ho letto tanto senza trarre nulla; ti ho sconfitto, mio cuore, e tuttavia ho retto con imbarazzo i tuoi turbamenti quindi alla fine ho vissuto oppure no? Se ho vissuto, ho vissuto male.

Un tono elevato dato dalla scelta di passati remoti difficili e di uso non comune, da suoni scivolosi e onomatopee che si accostano al linguaggio volgare delle parolacce, per tirare le fila di una raccolta poetica tutta tesa all’estremo, portata all’esagerazione, dove vive l’io di una donna che si esibisce nella sua nudità davanti al lettore e all’interlocutore, seducendolo e implorandolo al contempo. Dice Afribo: «La poesia della Valduga è un aut-aut, un prendere o lasciare: nell’ostentare immediatamente viscere, nudità e fasti emozionali e linguistici, nega al lettore il gusto della scoperta, dell’attesa, dello strip-tease del testo». Del resto «Sa sedurre la carne la parola,/prepara il gesto, produce destini...».

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Bibliografia di riferimento: A. Afribo, Poesia contemporanea dal 1980 a oggi, Storia linguistica italiana, Roma, Carocci, 2007.

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