Stolen Apple, l’indie e alternative rock targato Firenze

«Rintanandoci nelle trincee dell’anima, cerchiamo una risposta alle nostre vite»

Dare una classificazione della loro musica sarebbe alquanto riduttivo. Sono catalogati sotto il genere alternative rock o indie-rock, ma preferiscono definirsi post rock. Nel loro primo album Trenches, pubblicato il 23 settembre scorso, troviamo sonorità complesse, molto eterogenee, con influenze che arrivano dall’ambiente alternativo americano degli anni ’90, con digressioni post punk e una caratterizzazione psichedelica preponderante. Ma ci sono anche contaminazioni folk e blues con la presenza di ballad delicate, dal ritmo più soft ed elegante.

La copertina dell’album

La band fiorentina Stolen Apple ha creato con questo disco un mix decisamente originale, una sferzata di energia da cui emerge la passione dei quattro musicisti: Riccardo Dugini (voce e chitarre), Luca Petrarchi (voce, chitarre, mellotron, organo e synth), Massimiliano Zatini (voce, basso e armonica) e Alessandro Pagani (voce, batteria, piano e percussioni).

Da sinistra Alessandro Pagani, Luca Petrarchi, Massimiliano Zatini e Riccardo Dugini

Tutti i componenti calcano i palchi dei live già da diversi anni e sono stati attivi in altre formazioni. Stolen Apple nasce nel 2008, dalle ceneri del gruppo Nest, del quale Dugini e Petrarchi erano fondatori. A loro si aggiungono, negli anni, Zatini e Pagani. I 12 brani di Trenches rappresentano un lavoro collettivo, la summa delle loro esperienze. Sono canzoni che ci parlano di speranza per il futuro e disillusioni, di fragilità e di libertà, di ricordi vivi e di malinconia. Ogni brano, nella sua identità, ha la capacità di far provare emozioni e suggestioni.

Ne parliamo con Alessandro Pagani, che ringraziamo per la disponibilità a questa breve intervista.

Ascoltando Trenches, questo vostro lavoro così poliedrico, è facile immaginarvi davvero in trincea, a difendere la scelta di fare la vostra musica… così Stoleniana, perché non c’è altro modo di etichettarla. Quanto è difficile, al giorno d’oggi, nel mondo della musica, restare indipendenti senza cercare di seguire la via più facile, quella che va incontro alle tendenze più commerciali?

Non abbiamo mai trovato complicato essere indipendenti per svariati motivi, primo fra tutti la consapevolezza di rimanere sempre noi stessi a qualsiasi costo. Niente di trascendentale in questo, se non la semplicità di fare quello che più ci piace, ovvero suonare la nostra musica. Che può essere imperfetta e a volte grezza, ma che ha sempre raffigurato la quintessenza di ciò che siamo. Oltretutto, riuscire ad essere indipendenti porta ad esprimere una vasta gamma di emozioni e creatività, ciò che l’arte nel suo significato più intrinseco richiede. Nel caso di una propensione verso cose più prettamente commerciali, di cassetta, l’inventiva può trovarsi invece di fronte a limiti talvolta invalicabili.

Qual è il vero significato di questo titolo?

Davanti alla parola trincea, la maggior parte delle persone penserebbe alla guerra… ma le trincee sono soprattutto dentro di noi, questo giustifica le barriere materiali, i ripari dal nemico/amico, la distanza di sicurezza con cui ci dividiamo dagli altri, nella nostra contemporaneità. Così abbiamo voluto non dimenticare che, nonostante l’evoluzione dell’uomo, la tecnologia che ci viene in aiuto, e la ricerca continua della felicità (che qualcuno chiama benessere), le barriere che ci dividono e ci allontanano sembrano ancora insormontabili. Dovremmo fare più violenza verso noi stessi per vincere le inquietudini, ed imparare ad usare l’aggressività in maniera esclusivamente costruttiva. Contrariamente, invece, la violenza alimenta la paura stessa. Chissà se ci riusciremo mai…

 

 C’è una ragione particolare, anche tecnica, per la preferenza della lingua inglese nella stesura dei testi?

 La ragione tecnica è perché, con una frase in inglese di poche parole, puoi dire un sacco di cose, con l’italiano questo non accade. Inoltre, in inglese si usano molte più vocali, e su queste si può maggiormente sostenere una melodia o una frase musicale. Usiamo l’inglese come strumento espressivo un po’ perché il nostro background musicale è costituito da moltissima musica straniera, ed un po’ perché, fondamentalmente, l’inglese ci ha sempre attirato di più rispetto a tutte le altre lingue. In ogni caso, la nostra scelta è una semplice circostanza espressiva, la lingua non deve essere un fattore decisivo nella complessità dell’opera di un artista.

In Trenches si può riconoscere una notevole ricerca e cura del sound e degli effetti sonori. Per quanto riguarda i testi, alcuni brani sono più ermetici col rischio di perdere in immediatezza. È giusto pensare che vi siate più concentrati sulla musica piuttosto che sulle parole?

Sì, può essere, anche se non abbiamo mai dato più importanza ad una caratteristica rispetto ad un’altra. L’introspezione di alcuni testi fa parte di noi e pensiamo che in alcuni momenti sia necessaria: alcune peculiarità devono sempre rimanere un po’ nascoste, perché preziose. Ci piace però sottolineare il fatto che i nostri testi seguono sempre gli aspetti musicali, come le scene di un film, dove i contenuti diventano immagini: così i nostri brani cercano di suscitare emozioni a prescindere dalla tecnica costruttiva. Qualche volta riuscendo in pieno, altre forse meno. Pensiamo che ogni composizione si possa prestare in maniera diversa al fruitore, così come un’opera artistica può essere letta in maniera differente da ognuno di noi. La bellezza della creatività sta anche in questo.

Quali sono i vostri progetti futuri? Avete in programma un tour per presentare l’album live? 

Abbiamo diversi progetti in cantiere. Innanzitutto continuare a presentare l’album dal vivo (non sarà un vero e proprio tour), poi girare il secondo video, prestare le nostre musiche per una scuola di cinema di Firenze, ed infine iniziare la stesura dei brani per il secondo album, che inutile dirlo, vi vedrà sicuri testimoni per la seconda volta. Per questo, e per lo spazio che ci avete dedicato oggi, vi ringraziamo con affetto.

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