La sorveglianza
tra libertà individuale
e sicurezza collettiva

«Il re prende nota di tutte le loro intenzioni, con mezzi che nemmeno possono immaginare». Questa citazione dall’Enrico V di William Shakespeare, oltre a essere di estrema attualità, rappresenta anzitutto un bisogno dello Stato che oggi si è amplificato notevolmente: la sorveglianza.

Il controllo statale è un fenomeno che si può riscontrare anche prima della nascita degli Stati moderni, infatti i funzionari di organizzazioni istituzionali hanno da sempre avuto il compito di raccogliere dati, cercando di classificare, conteggiare e descrivere in maniera ordinata le informazioni che si riferiscono a categorie di persone. È dunque sempre esistita una necessità primaria di controllo sociale, strumento attraverso cui si può garantire l’ordine per qualsiasi forma di società.

La sorveglianza può essere rappresentata metaforicamente dalla struttura del panopticon, ideato dal filosofo utilitarista Jeremy Bentham (1748-1832) nel 1791 per rispondere ai nuovi bisogni di organizzazione e di controllo sociale, dettati dallo sviluppo dei centri urbani e dalle nuove condizioni di lavoro, entrambi epifenomeni della cosiddetta prima Rivoluzione Industriale.

L’obiettivo della struttura è quindi quello di permettere a un sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di un’istituzione carceraria attraverso quell’occhio che da sempre ha monitorato attentamente possibili comportamenti devianti.

panopticon

Anche il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984) analizza la struttura del panopticon in Sorvegliare e punire (1975) affermando che «Il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile; e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatorio». 

Il filosofo francese traccia così un’analisi del panopticon come emblema del potere invisibile nel quale è importante demistificare la dicotomia vedere-essere visto e, a proposito di questa inversione del rapporto di sorveglianza a favore del potere invisibile, scrive: «Nell’anello periferico si è totalmente visti, senza mai vedere; nella torre centrale si vede tutto senza mai essere visti». In questa affermazione ritroviamo l’importanza dell’individuo che «automatizza e deindividualizza il potere».

 Nell’età della tecnica e della globalizzazione anche la sorveglianza ha subito cambiamenti, infatti dal prigioniero del panopticon siamo passati al cittadino del “villaggio globale”, illusoriamente libero da occhi vigili. Con la nascita di internet la torre di sorveglianza non è più una struttura fissa in mezzo a una una stanza, bensì è l’insieme dei mezzi tecnologici che abbiamo sempre a disposizione, proprio come dimostra questa immagine:

prigioniero panopticon pc sorveglianza

Se un tempo ai cittadini veniva espressamente richiesto di fornire dei dati personali, oggi assistiamo a una «servitù volontaria», per dirla con le parole di Etienne de la Boétie, attraverso cui rinunciamo ai nostri dati più sensibili, senza aver coscienza di ciò che stiamo facendo, pur di entrare a far parte di una comunità virtualmente sociale quale Facebook, Twitter, Google, e altri.

D’altronde se non accettassimo le condizioni poste da questi “giacimenti di informazioni” saremmo costretti ad abbandonare la cosiddetta vita social: non abbiamo possibilità altra rispetto a quella che ci viene presentata. Siamo noi stessi gli artefici di una sorveglianza globale, pronta a tracciare e monitorare ogni nostra azione che possa andare oltre gli schemi dettati dal pensiero comune.

In questi anni ha giocato un ruolo chiave anche il terrorismo, infatti molte volte il pretesto degli attacchi terroristici ha legittimato la sorveglianza personale da parte di governi e intelligence, ledendo così il diritto alla privacy.

Ne è un esempio l’Usa Patriot Act, approvato nel 2001 subito dopo gli attentati dell’11 settembre che hanno determinato una notevole accelerazione di processi avviati già precedentemente ed hanno portato a tollerare forme più invasive di sorveglianza, come quelle che si basano sul controllo delle comunicazioni via Internet o sulle intercettazioni telefoniche che permettono ai servizi d’intelligence americani quali Cia, Fbi e Nsa di poter controllare in ogni momento e senza alcuna condizione tutti i flussi di dati informatici che coinvolgono le nostre vite.

Infine, assistiamo continuamente alla recita di ritornelli oramai logori che pongono la cittadinanza dinanzi a un aut-aut : o la libertà individuale (privacy) o la sicurezza collettiva, quando in realtà bisognerebbe ritrovare l’equilibrio tra questi principi fondamentali di ogni Stato democratico.

Pietro Regazzoni

 

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