Ricordando Vittorio Veneto:
la Prima Guerra Mondiale
e la lezione da imparare

Circa cent’anni fa (novantotto, per l’esattezza), il 4 novembre 1918 l’Italia sbaragliò definitivamente l’esercito austriaco in una battaglia, iniziata il 24 ottobre e durata circa dodici giorni, che le costò la perdita di più di 37.000 uomini. Più che festeggiare quella vittoria (una delle poche della nostra storia, quella di un popolo non certo celebre per allori militari), ha senso oggi riflettere su come, cent’anni fa, si sia arrivati a quel conflitto e quali conseguenze abbia poi determinato.

Soldati italiani a Vittorio Veneto Fonte: www.storiaememoriadibologna.it
Soldati italiani a Vittorio Veneto
Fonte: www.storiaememoriadibologna.it

Inevitabilmente, guardiamo al passato con gli occhi del presente: quindi, prima di procedere ad un’attenta osservazione di quel tempo è importante rendersi ben conto di cosa caratterizzi questo nostro tempo. In un’intervista al Corriere della Sera del 25 luglio 2016, Zygmunt Bauman, uno dei più importanti sociologi di oggi, lo ha definito «l’età dell’insicurezza», determinata, a suo giudizio, da più cause, che elenca con precisione: lo sfaldamento della solidarietà tra i cittadini dello Stato e lo sgretolarsi dell’idea stessa di “comunità”; la modernizzazione aberrante; la dinamica non politicamente controllata dell’economia e della società globalizzata; la sostituzione della solidarietà umana con la competizione. Tutti problemi ben noti e di drammatica rilevanza.

Più di cent’anni fa, invece, si aveva in Europa la sensazione di vivere «nell’età d’oro della sicurezza»: così almeno la definì Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petrópolis, 1942), autore di Il mondo di ieri. Ricordi di un Europeo (Die Welt von gestern. Erinnerungen eines Europäers, composto negli ultimi anni dell’esilio di Zweig in Brasile, dal 1939 al 1941, e pubblicato postumo).

Prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, infatti, il mondo visse la Belle Époque, caratterizzata da uno straordinario miglioramento degli standard di vita: è il periodo in cui si diffonde l’uso dell’illuminazione elettrica, della radio, del telefono, del cinema, dell’automobile; in cui si potenziano i mezzi di trasporto e l’umanità impara a volare (il primo volo dei fratelli Wright è del 1903); in cui si registra una notevole crescita demografica e diminuisce significativamente la mortalità infantile; in cui, infine, si afferma il concetto di tempo libero per le classi più agiate, con nuove forme di arte (Impressionismo, Art Nouveau) e di intrattenimento (can can, cabaret, nascita del turismo balneare). Così la descrive Zweig:

«Le comodità della vita passarono dalle dimore signorili a quelle borghesi; non si dovette più attingere l’acqua dal pozzo o dalla fontana, non più accendere con fatica il fornello: si diffondeva l’igiene, spariva la sporcizia. Gli uomini diventavano più belli, più sani, più forti da quando lo sport ne irrobustiva il corpo e sempre più raramente si vedevano deformi, gozzuti, mutilati: tutti questi miracoli erano stati compiuti dalla scienza, arcangelo del progresso […] Non si temevano ricadute barbariche come le guerre tra popoli europei, così come non si credeva più alle streghe e ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nella irresistibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevano che i confini e le divergenze esistenti tra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per sciogliersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi[…]. Quarant’anni di pace avevano rafforzato l’organismo economico dei paesi, la tecnica aveva accelerato il ritmo della vita, le scoperte scientifiche inorgoglivano lo spirito delle generazioni: cominciava un’ascesa quasi contemporaneamente sensibile in tutte le nazioni della nostra Europa[…]. Dovunque si progrediva».

Quindi, fede indubitabile nel progresso; convinzione certa che qualunque divergenza nella politica internazionale avrebbe potuto essere risolta dalla diplomazia e che non ci sarebbero state più guerre. Trionfo del benessere, che si espandeva progressivamente a tutte le classi sociali,  e della ragione. Tanta fiducia e tanta sicurezza furono annullate dai colpi di rivoltella che risuonarono a Sarajevo, come lucidamente afferma Zweig:

«Ed ecco che il 28 giugno 1914 echeggiò la rivoltellata di Sarajevo, la quale in un attimo solo mandò in frantumi, quasi fosse un vaso vuoto di coccio, il mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora».

Cosa successe dopo, è storia tragicamente nota: un conflitto di proporzioni sempre crescenti, mai verificatesi prima nella storia d’Europa e del mondo; un numero tremendo di morti, destinato purtroppo ad essere superato dal conflitto successivo, che avverrà a poco più di vent’anni di distanza da quello.

Si precipitò, cioè, in quello che Zweig definisce «l’isterismo dell’odio»:

«Anche i più pacifici e bonari erano presi dall’ebbrezza del sangue[…]. Ogni conversazione si chiudeva con stolte frasi di questo genere: “Chi non sa odiare, non sa neppure veramente amare”».

Leggendo il libro di Zweig, fa male constatare come anche brillanti intelligenze furono a favore della guerra, misero al suo servizio tutte le loro energie, predicarono convinti le ragioni dell’odio. Non fu così per lui, che così scrive:

«Dopo alcune settimane, io, ben deciso a sottrarmi a quella pericolosa psicosi di massa, mi trasferii in una località fuori città, per iniziare, in piena guerra, la mia guerra personale, quella contro il tradimento della ragione».

Credo che questa debba essere la prima lezione da trarre dal nostro ricordo e dalla nostra riflessione: ogni guerra è sempre il tradimento della ragione. Zweig, poi, dovette vederne un’altra, ancora più terribile, assistere con schifo e con orrore al diffondersi del nazismo, che lo costrinse ad andare in esilio e a morire suicida a più di sessant’anni d’età in Brasile nel 1942.

Toccanti le parole del suo biglietto di addio: «Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io, che sono troppo impaziente, li precedo».

Ci sono, però, altre lezioni che possiamo, dobbiamo ricavare: la guerra si sa quando inizia ma non quando finisce. Non bastano né una vittoria eclatante (come quella di Vittorio Veneto) né un trattato di pace a concluderla.

Così, appunto, non fu con la Grande Guerra, che determinò conseguenze imprevedibili e tremende. In primis il diffondersi dell’epidemia spagnola: la più grave – finora – pandemia dell’umanità, verificatasi tra il 1918 e il 1920; colpì un miliardo di persone, ne uccise circa cinquanta milioni. Il virus fu portato in Francia dalle truppe statunitensi nel 1917. Va osservato che si chiama “spagnola” soltanto perché la Spagna, dove non c’era la censura di guerra, fu la prima a darne notizia. In secondo luogo l’umiliazione della Germania e dei paesi di lingua tedesca. Così scrive Zweig nell’opera citata:

«[si viveva in] un’epoca in cui un uovo in Austria costava quanto prima un’automobile di lusso o in Germania addirittura quattro miliardi di marchi, cioè il valore catastale di tutte le case di Berlino».

Inoltre determinò il sorgere di un fanatico ed estremistico nazionalismo in molti Paesi: in Italia si inventò lo slogan della “Vittoria mutilata”, frase d’autore, coniata da Gabriele D’Annunzio (Corriere della Sera del 24 ottobre 1918); secondo Gaetano Salvemini la “vittoria mutilata” assunse le dimensioni di un vero e proprio “mito” politico nel dopoguerra, andando a costituire una delle basi ideologiche che portarono alla nascita del fascismo.

Gabriele D'Annunzio in posa
Gabriele D’Annunzio in posa

Conseguenza di tutto ciò fu anche la questione fiumana, che rappresentò la traduzione pratica dell’esibito disprezzo degli accordi internazionali: il 12 settembre 1919  una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata proprio da D’Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendone l’annessione all’Italia. L’occupazione durò fino alla vigilia di Natale del 1920 (Natale di sangue), quando l’esercito regolare italiano attaccò la città:  il 31 dicembre ci fu la resa, dopo scontri che videro Italiani sparare contro altri Italiani, chiara e tremenda premessa di quanto sarebbe successo in proporzioni più vaste poco più di due decenni dopo.

Infine, ancora e sempre, odio che generò odio: francesi e inglesi contro tedeschi, nazisti e fascisti contro ebrei, eccetera… in una spirale ancora peggiore e ancora più inarrestabile di quella determinatesi dopo Sarajevo, tanto che Eric J. Hobsbawm, nel suo Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, ha buone ragioni nel ritenere che le conclusioni della prima guerra mondiale contengano le cause della seconda e che in fondo si possa parlare di un unico conflitto mondiale che va dal 1914 al 1945.

C’è, quindi, un’ultima, importante lezione da ricavare: la pace non è mai scontata. All’Europa non sono bastati quarant’anni di pace per eliminare del tutto la possibilità della guerra: dall’età della sicurezza si precipitò con incosciente facilità in un abisso di odio e di morte.

Oggi, la pace garantita dalla tanto vituperata Unione Europea ha superato i settant’anni: dobbiamo restare, però, sempre vigili. I germi dell’odio, tra i popoli e tra le culture, non sono stati affatto debellati, anzi; le parole stolte hanno conservato intatto tutto il loro potere, oggi come ieri, di confondere e sedurre troppe persone.

Oggi che il progresso materiale è ulteriormente aumentato e migliorato rispetto alla Belle Époque, oggi che – nonostante la crisi imperante da tempo – si vive certamente meglio rispetto a cent’anni fa, ricordare Vittorio Veneto dovrebbe servire non a gloriarsi di una vittoria, ma a riflettere sulla fragilità perenne della pace e sulla precarietà della condizione umana sulla terra in ogni tempo della sua storia.

Stefano Casarino

 

 

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In redazione: Michele Castelnovo, Ginevra Amadio, Yuri Cascasi, Silvia Ferrari, Dalila Forni, Camilla Volpe.