Referendum costituzionale:
perché bisogna votare No

In queste settimane stiamo assistendo al rush finale della lunga campagna referendaria che ha avuto come protagonisti il fronte del e quello del No. Entrambe le parti il più delle volte si son dimostrate tifoserie, puntando molto sugli slogan e senza entrare mai veramente nel merito della riforma. Oggi proviamo a vedere le ragioni di chi ha deciso di votare No, dopo aver ospitato la scorsa settimana quelle del Sì.

Superare il bicameralismo paritario

Era necessario superare il bicameralismo paritario? No. L’Italia non ha un problema di lentezza nell’approvazione delle leggi, e spesso le peggiori sono quelle approvate con più celerità (Porcellum, Legge Fornero eccetera). Né l’Italia sconta un problema di assetto istituzionale: con questo bicameralismo siamo diventati la quinta potenza industriale del mondo e abbiamo portato ampie fasce di società in condizioni di emancipazione sia dal bisogno sia dalla morale più primitiva (basti pensare alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’edilizia popolare, i provvedimenti sul divorzio, tutte norme ottenute in regime di bicameralismo e governo di larghe intese).

L’Italia sconta, semmai, un problema di volontà politica: gli esecutivi nazionali sono schiacciati fra le promesse elettorali, le pressioni di Bruxelles e l’incapacità di anteporre il benessere dei cittadini e della società agli interessi di bottega della propria conventicola al governo. È per questo che da molti anni si parla di riforme costituzionali: poiché la classe dirigente diffusa è incapace di fare le riforme che servirebbero davvero (contrasto all’evasione, abbattimento della disoccupazione, riqualificazione del territorio ed energetica eccetera), e quindi cerca attraverso la propaganda di scaricare il malfunzionamento della politica, che dipende dalla sua inadeguatezza, sull’architettura istituzionale.

Il primo motivo per votare No è quindi un motivo politico ma non per questo meno di merito. Dire No significa comunicare che ci siamo accorti che il Governo ci prende in giro e che dal 4 dicembre chi ci governerà non potrà più farlo con la stessa leggerezza.

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Riduzione del numero dei parlamentari

Il secondo motivo per dire No ha a che fare con la riduzione degli spazi di rappresentanza dei cittadini e con la trasformazione del Senato in una Camera dalle funzioni incerte e la composizione ridicola. Il nuovo Senato diventa un dopolavoro di ceto politico eletto per esercitare una funzione (consigliere regionale, sindaco) che si ritrova a svolgerne anche un’altra. Non è il primo caso di riduzione degli spazi di rappresentanza: durante questa legislatura è infatti stata abolita la possibilità di votare i propri rappresentanti nei consigli provinciali e la legge elettorale Italicum non prevede si possano votare nemmeno larga parte dei deputati, prevedendo i capilista bloccati.

Nonostante siano espressioni territoriali, ai nuovi senatori spetta l’immunità parlamentare che è prerogativa dei rappresentanti della nazione nella sua interezza. Quanto ai cinque nominati dal Presidente della Repubblica, non si capisce perché siedano nel “Senato delle autonomie”, essendo personalità che illustrano la Patria e non uno specifico territorio, e lo fanno senza avere alcuno stipendio poiché i nuovi senatori sono pagati dall’ente di provenienza; potranno pertanto essere scelti solo fra coloro che possono permettersi di lavorare gratis per sette anni.

In nessun modo questo Senato assomiglia al “Senato delle regioni” di stampo tedesco: in Germania infatti, il Senato dove siedono i rappresentanti dei Land (stati federali) vota la legge di bilancio così da esercitare una funzione di controllo sull’allocazione delle risorse, e i rappresentanti dei Land votano compatti a seconda del Land di provenienza, non dello schieramento politico; se non vi è accordo fra rappresentanti dello stesso Land essi si astengono. In questo modo si evita l’effetto che si creerà nel nuovo Senato italiano: i consiglieri regionali baderanno ai propri interessi particolari tanto dell’istituzione di provenienza quanto del partito che li ha nominati, determinando l’impossibilità di esercitare quella funzione di “raccordo” per la quale il nuovo Senato è stato così costruito. Inoltre non è vero che si depotenzia il Senato, il quale sarà un dopolavoro particolarmente oneroso: solo l’attuazione delle “politiche europee” menzionata dall’art. 55 significa occuparsi del 70% delle leggi varate ogni anno.

Bisogna votare No per invitare il Governo a schiarirsi le idee: se il Senato fosse stato considerato inutile lo si sarebbe dovuto abolire, se lo fosse stato considerato utile sarebbe stato opportuno che delle persone elette dal popolo fossero destinate alla funzione di senatori.

Revisione del Titolo V

La terza ragione per votare NO è che questa riforma aumenta la conflittualità fra Stato e regioni, aumenta i conflitti di attribuzione determinando confusione e incertezza nei processi normativi, e concorre a spaccare ulteriormente un paese già lacerato dall’aumento delle diseguaglianze: nel nuovo art. 116 si introduce il principio del “federalismo differenziato” che dà maggiori poteri alle regioni più “virtuose” (che significa quelle più ricche) e nel nuovo articolo 119 ribadisce che è necessario rispettare i vincoli economici e finanziari imposti dall’Unione europea. Questo meccanismo aiuta le regioni che già hanno una certa sostenibilità nei conti ad avere ancora più agio, mentre incatena tutte le altre in una spirale recessiva, poiché senza spesa e investimenti non si dà nessun tipo di crescita economica e quindi i conti non saranno mai “virtuosi”. Inoltre abolendo la legislazione concorrente bisogna rifare da capo tutta la legislazione in materia di conflitto di competenza Stato-regioni e si rende impossibile la loro risoluzione con un mediazione in tempi brevi.

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Contenere i costi della democrazia

In assoluto la forma di governo meno dispendiosa, più veloce e più stabile è la monarchia. Infatti, in regime di monarchia assoluta non vi sono spese per elezioni, per mantenere un numeroso ceto politico eletto, per partiti politici eccetera, le decisioni sono prese immediatamente appena il sovrano emette la propria sentenza e la stabilità del governo è determinata dalla buona salute del monarca e dalla coercizione esercitata in caso di sommosse. Tuttavia il referendum sulla scelta fra Repubblica e Monarchia ha già avuto luogo nel 1946 e la Carta Costituzionale che il Governo vuole cambiare è il risultato dell’aver scelto la prima opzione.

Certo, contenere i costi è sempre una buona notizia in tempi di crisi. Tuttavia, la Ragioneria di Stato, interpellata dal Governo, ha certificato che il risparmio determinato dall’entrata in vigore della riforma sarà di meno di 60 milioni, meno di un caffè per italiano. La quarta ragione per dire No è che, come tutte le cose low cost, anche la riforma è di cattiva qualità e durerà poco, facendoci risparmiare un caffè a testa quest’anno per poi pagare molto di più, in termini economici e non solo, in futuro.

Sfortunatamente il problema dell’Italia non è avere troppi politici ma avere troppi politici incompetenti, i quali preferiscono eliminare l’elezione di alcuni colleghi così da non pagare il loro stipendio, invece di pensare a come far sì che i cittadini comuni ne abbiano di dignitosi e incidano di più nelle decisioni. Per combattere questa inadeguatezza sarebbe necessario fare il contrario di ciò che propone la riforma: cioè aumentare gli spazi di rappresentanza e i cittadini coinvolti nel gioco democratico, sensibilizzandoli e formandoli per essere all’altezza del governo del paese nelle sfide della contemporaneità. L’incompetenza della classe dirigente si paga al prezzo del calo vertiginoso dei consensi assoluti: abbiamo governi che chiedono sempre più potere a fronte di una sempre minore legittimazione democratica, data l’astensione in aumento.

Abolizione del Cnel

Non è un caso che il Cnel sia un’istituzione ormai inutile: si occupa infatti di economia e lavoro, i due ambiti più importanti per lo sviluppo e il benessere dei cittadini, e i due ambiti nei quali da decenni i governi che si susseguono non fanno più gli interessi degli italiani. La disattenzione al patrimonio industriale italiano, che continua a essere dismesso, la progressiva flessibilizzazione del mondo del lavoro fino a renderlo infinitamente disponibile spogliandolo da ogni tutela, il rifiuto di fare spesa pubblica di investimento per rianimare il tessuto produttivo del paese hanno determinato un aumento vertiginoso delle diseguaglianze, erodendo il risparmio privato, scaricando il peso del welfare sulle famiglie, sulle madri e sui nonni e rendendo impossibile ad intere generazioni giovani di progettare un avvenire dignitoso.

Questa divaricazione di opportunità e benessere che si determina fra una piccola minoranza della società che gode dei processi di globalizzazione e una grande maggioranza che invece arretra nelle proprie condizioni di vita si concretizza in rabbia sociale che si incanala verso “i privilegi dei politici” e “gli immigrati”, e che non sappiamo in quali altre forme potrà scoppiare. Non stupisce che il Governo abolisca un ente che, se fatto funzionare, avrebbe potuto lavorare per la coesione e la costruzione di comunità, cercando di restituire dignità al lavoro e diminuire le tensioni sociali.

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Il metodo

La sesta ragione per votare No è che chi vuole questa Riforma rinuncia alla discussione per procedere per strappi; si divide il Paese mentre la Costituzione lo dovrebbe unire. A questo esecutivo infatti non interessa la pace sociale: il motivo per il quale siamo chiamati a votare a questo referendum è che la riforma non è stata condivisa con una sufficiente maggioranza in Parlamento; addirittura non è condivisa dai componenti dello stesso partito di maggioranza. La stessa legge elettorale, che norma le regole del gioco democratico, è stata approvata ponendo un voto di fiducia invece che concertandone il contenuto con altre forze politiche. Il tutto avviene poi in un Parlamento eletto con una legge elettorale, il Porcellum, dichiarata incostituzionale; pertanto questa legislatura avrebbe dovuto dedicarsi solo alla riscrizione di una legge elettorale in senso più proporzionale e all’ordinaria amministrazione. Non ha nessuna credibilità per riscrivere quasi un terzo della Costituzione Repubblicana come fa la riforma.

Bisogna votare No coscienti che è solo il primo passo per riprendersi la dignità e la democrazia dando un segnale ad una classe dirigente incompetente. Inoltre è un’occasione per dire che la Costituzione vogliamo che sia applicata e non usata come scusa per i fallimenti del Governo.

Rosa Fioravante
Sinistra Italiana – coordinamento regionale Lombardia

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