Diseguaglianze, o si cambia o si muore

Oggi, 16 gennaio, alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, l’ong Oxfam ha pubblicato il rapporto “Un’economia per il 99%” sullo stato delle diseguaglianze nel mondo. La situazione è peggiorata rispetto al rapporto diffuso nel 2016: se, nel 2015, 62 persone possedevano la stessa quota di ricchezza della metà della popolazione mondiale, nel 2016 sono 8 i super-ricchi che hanno accumulato una quota di capitali pari a quella di 3,6 miliardi di individui che occupano i gradini più bassi della scala economica globale. Questo aggiornamento, fanno sapere i redattori dello studio, è stato possibile grazie all’analisi di nuovi e più approfonditi big data.

Snocciolando un po’ di dati, emerge che l’1% della popolazione mondiale è più ricco del restante 99%: 1.810 miliardari detengono una ricchezza pari a 6.500 miliardi di dollari, cioè quanto posseduto dal 70% più povero dell’umanità. La crescita delle diseguaglianze, che procede incontrastata da 25 anni a questa parte, riguarda il rapporto sia tra le diverse parti del mondo, sia tra le élite ed i ceti sociali più poveri all’interno dei vari Stati: per fare due esempi paradigmatici, un Ceo dell’istituto finanziario Ftse-100 ha un reddito annuale pari a quello di 10.000 contadini del Bangladesh, e l’uomo più ricco del Vietnam guadagna in un giorno più ricchezza di quanta ne guadagni la fascia più povera di popolazione vietnamita in 10 anni.

Quali le cause di questa situazione? Oxfam suggerisce varie risposte:

  • la possibilità per le multinazionali di eludere le fiscalità nazionali, allocando i propri capitali in paradisi fiscali, ed il pressing lobbistico sulla politica per far competere gli Stati a ribassare la pressione fiscale sui profitti delle grandi corporazioni (paradigmatico il caso di Alphabet, società controllata da Google, che grazie all’attività lobbistica paga nell’Unione Europa appena lo 0,005% del proprio fatturato);
  • la decennale crescita del divario tra i redditi delle categorie occupazionali più elevate (Ceo, Cfo, amministratori delegati, ecc.) ed i lavoratori salariati in tutti i settori dell’economia, a causa soprattutto della crescente quota di valore prodotto dal lavoro che finisce nelle mani del capitale piuttosto che nelle tasche dei lavoratori dipendenti;
  • una politica di distribuzione dei dividendi, nelle grandi società quotate in borsa, finalizzata ad aumentare il guadagno degli investitori, che porta a strategie aziendali di breve termine;
  • la grande influenza che le corporazioni ed i grandi capitali hanno sulle istituzioni politiche nazionali, internazionali e trans-nazionali, grande influenza che ha portato e sta portando tutt’ora alla riforma dei sistemi istituzionali e giuridici in una direzione che favorisce il profitto di pochi a discapito del benessere dei più.

Quella condotta da Oxfam è una critica all’ideologia neo-liberale che da oltre trenta anni è sempre più egemone nel sistema economico sempre più globale: l’idea che il libero mercato sia la forma migliore di allocazione delle risorse e che il ruolo dello Stato debba essere minimizzato (la teoria dello “Stato minimo” di Friedrich Von Hayek); che le corporazioni debbano massimizzare il proprio profitto per remunerare il capitale investito dai vari investitori (sia istituzionali che privati) e che l’abbassamento delle tasse sugli alti redditi produca conseguenze benefiche a cascata su tutta la società; che la crescita del Pil debba essere l’obiettivo delle politiche nazionali ed internazionali a prescindere dalla considerazione di altri fattori (qualità della vita, ecosostenibilità, salute ambientale) e dall’equa distribuzione tra i vari ceti sociali della ricchezza prodotta; che la ricchezza ed il successo individuali siano una dimostrazione positiva del merito personale e che il problema delle disuguaglianze socio-economiche sia soltanto un fossile ideologico di un’epoca ormai conclusa.

Il problema dell’estrema disuguaglianza socio-economica non è una questione che appartiene alla sfera della filosofia e dell’ideologia: è il principale fattore che mina la stabilità politica della società contemporanea, e il vento del rifiuto dello status quo ha iniziato a soffiare sempre più forte in tutto l’Occidente. La rinascita dei nazionalismi xenofobi, la vittoria di Trump e la Brexit sono sintomi che i ceti medio-bassi di tutti gli Stati occidentali non tollerano più una situazione che appare irriformabile secondo gli schemi della politica tradizionale.

Per questo motivo Oxfam prova a delineare alcune proposte di costruzione di un “programma vasto” da porre come alternativa positiva rispetto al ripiegamento nazionalistico degli Stati su se stessi: cooperazione tra Stati per la promozione di diritti e di giusti livelli fiscali per gli alti redditi ed i profitti delle società multinazionali, invece che competizione economica a livello globale incentrata sulla svalutazione di diritti e salari; virata eco-sostenibile del sistema produttivo, incentrando la produzione di energia sulle fonti rinnovabili; scrittura di nuove regole per la finanza ed i grandi capitali, sì da finalizzare la produzione di ricchezza al benessere dei più invece che al profitto di pochi; una rivoluzione culturale nel mondo dell’economia, a partire dall’ideazione di nuovi indici di misura del benessere e della crescita economica.

La palla passa alla politica. Ne va della sopravvivenza della società umana per come la conosciamo oggi.

 

 

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25 anni, laureato in Filosofia, attualmente studia Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Firenze, città in cui abita.