Quando i Promessi Sposi “escono”
dalla pagina: un pomeriggio
a Lecco e dintorni

 

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni».

L’incipit de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873) è, insieme a pochi altri, uno dei più conosciuti di tutta la letteratura italiana: descrivendo il paesaggio partendo dal generale per poi “planare” al particolare, facendo lo zoom sulla stradicciola dove Don Abbondio passeggia leggendo il suo breviario, Manzoni avvia quello che è uno dei romanzi più apprezzati e più odiati della nostra tradizione. Generazioni di studenti infatti, con più o meno voglia, hanno visto il curato minacciato dai bravi, Renzo andarsene coi quattro capponi nello studio dell’Azzeccagarbugli, Lucia rapita dai bravi, l’Innominato redimersi, Gertrude scontare il suo monacato come si sconta una prigionia e don Rodrigo – spoiler! – morire abbandonato dai suoi uomini. Eppure, che cosa succederebbe se si “uscisse” dalla pagina e si andasse, libro alla mano, alla ricerca dei luoghi che fanno da sfondo alla parte più “nostrana” del capolavoro manzoniano, ossia la città di Lecco? Bene, volume nello zaino e si parte!

Cominciamo da dove tutto ha avuto origine, dal luogo del cuore dello scrittore che ha ispirato il settlement della sua opera più famosa: Villa Manzoni. Ci troviamo in quello che ora è il cuore pulsante della città, nel quartiere del Caleotto, dove si trova la residenza dei Manzoni, abitata dal 1621 dagli avi dello scrittore. Fu il nonno di Alessandro a dare alla villa la sua configurazione attuale, incorporando edifici preesistenti su progetto dell’architetto milanese Giuseppe Zanoia. Alla morte del padre, don Pietro Manzoni, nel 1807, Alessandro ricevette in eredità la villa, il suo fiorente giardino e un fondo agricolo destinato alla vite e alla coltivazione dei gelsi, utili per nutrire i bachi da seta. La villa, attualmente adibita a museo, è una piccola perla del turismo locale e custodisce, oltre a diverse stanze di pregio e vari esemplari de I Promessi Sposi, anche la famosa cantina dei Manzoni, cui Alessandro era molto legato: gli atti di vendita della villa, infatti, presentano una clausola per cui i nuovi proprietari avrebbero dovuto spedire annualmente al Manzoni una botte del vino qui prodotto.

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Ci spostiamo ora verso la parte alta della città, più precisamente nei rioni di Olate ed Acquate: se tradizionalmente si suole collocare la casa di Lucia proprio ad Olate, controversa è invece la collocazione della chiesa di Don Abbondio. I due rioni, infatti, si contendono la paternità della parrocchia con simpatico campanilismo (ricordiamoci che I Promessi sposi sono pur sempre un romanzo, una fiction, e che cercare una corrispondenza precisa tra i luoghi del racconto e i luoghi reali è solo un “gioco” da bibliofili), anche se si tende a collocare ad Acquate la parrocchia del prevosto più vile della letteratura: lì vicino, infatti, c’è un tabernacolo proprio come leggiamo nel romanzo. Poco distante troviamo il presunto palazzo di Don Rodrigo: anche oggi arroccato su una collinetta, è però circondato da un parco ed è sede di associazioni che agiscono a scopo benefico ed ha sicuramente un aspetto più accogliete ed ameno di quello che presumibilmente aveva il palazzo del prepotente signorotto.

Spostiamoci ora verso l’Adda e raggiungiamo il rione di Pescarenico, uno dei luoghi più caratteristici della città: un piccolo quartiere di pescatori che sembra mantenere, nonostante la vicinanza ad una delle principali vie della città, gli antichi ritmi di una volta, con le due reti stese ad asciugare al sole e le barche che oscillano sulle onde del fiume. Qui si trovava il convento di Fra’ Cristoforo di cui rimane poco; visitabile è però la chiesa dei Santi Materno e Lucia dove si conservano interessanti sculture di cera. Da non perdere il famoso campanile triangolare, l’unico in Italia. Direttamente sul lago, scorgiamo il ponte Azzone Visconti, collegamento con il Ducato di Milano e possiamo pensare che proprio poco più a sud del ponte Lucia si sia imbarcata per fuggire da Lecco, in corrispondenza del cippo che riporta il famosissimo Addio monti: lasciando alle spalle il fiume, non si può non ritrovare nel paesaggio del Resegone e dei paesini che si inerpicano sulle sue pendici i riferimenti al celeberrimo brano manzoniano.

convento fra cristoforo
www.lombardiabeniculturali.it

Concludiamo il nostro itinerario con uno dei luoghi più suggestivi del percorso: arriviamo ora nel comune di Vercurago, confinante con Lecco, e saliamo verso la dimora del personaggio forse più riuscito di tutto il romanzo, l’Innominato. Il “castellaccio” del losco figuro si trova nella frazione di Somasca e le fonti storiche lo fanno risalire addirittura all’epoca carolingia; probabilmente, Manzoni ha in mente, quando idea il suo personaggio, Francesco Bernardino Visconti, signore di Brignano, che, però, appunto, nasce e vive soprattutto a Brignano d’Adda. La famosa descrizione manzoniana all’inizio del capitolo XX è forse l’unica che, esulando dai luoghi che trovano un riscontro nelle fonti storiche, possiamo leggere in loco, riuscendo a calarci perfettamente nell’atmosfera che l’autore ha messo nero su bianco all’epoca della stesura del romanzo.

castello innominato
www.rete.comuni-italiani.it

Concludiamo così questo tour che tra fantasia e realtà ci porta a toccare con mano i luoghi di un’opera che spesso si fa fatica a digerire proprio perché ci viene imposta “dall’alto” e ci sembra troppo poco concreta: basta avere un pomeriggio libero, una bella giornata di sole, il libro sotto braccio e la voglia di ricercare con mano e attualizzare quello che leggiamo per riuscire a comprenderlo e, perché no?, apprezzarlo un po’ di più.

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