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Pomponio Leto: recuperare l’antichità per affrontare il presente

Ci sono figure che non vengono ricordate abbastanza. Figure che quasi non esistono nella conoscenza comune, solitarie e silenziose come la vita che hanno condotto. Sono quelle figure che i divulgatori hanno teso a dimenticare, privando così di una casa coloro che per propria natura, con il passare degli anni, ne avrebbero necessitata una per mantenere un posto – sempre più labile – nella memoria dei posteri. Figure vissute scolasticamente e proprio dalla scuola dimenticate. Figure grandi ma sfortunate a nascere nel mezzo di una linea capeggiata da estremi impareggiabili. È così, allora, che tra l’ombra gigantesca di Francesco Petrarca (e Boccaccio, Bracciolini, Salutati) da un lato e l’immensa statura di Erasmo dall’altra, Pomponio Leto è rimasto nell’ombra.

Professore dello Studium Urbis (l’odierna Sapienza di Roma) per quasi trent’anni, amante dell’antichità nel senso puro, vero e tenace inteso dall’Umanesimo, l’unica colpa di Pomponio è stata forse quella di vivere umilmente il ruolo a cui la sua indole lo aveva portato. Nessuna scoperta eclatante, nessuna opera destinata ad occupare intere pagine di manuali. Una vita semplice, con pochi viaggi volti a sedare la sete di cultura, un lavoro amato e fatto proprio conducendo l’esistenza tra le mura di casa e dell’Università.

Pomponio Leto
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Poi certo, c’era l’Accademia Romana, quell’alta espressione della cultura umanistica che proprio lui aveva fortemente voluto. Un’umile casa sul Quirinale (la sua) bastava a far rinascere la grande antichità, riecheggiata nelle orazioni, negli spettacoli che l’honestissima frequentia della gioventù romana metteva in scena in quel luogo “sacro”. L’Accademia che innalzava Pomponio a «unico oracolo delle lettere», l’Accademia che attirò i sospetti del sommo Pontefice Paolo II.

Troppo strana la pratica di mutare il proprio nome di battesimo in un altro latino. Una pratica ardita, un po’ bislacca, finanche pagana o forse empia. I sodales dell’Accademia andavano imprigionati, se non altro perché nell’aria – non si sa dove, non si sa da chi – circolava il sospetto di congiura volta a sovvertire l’ordinamento pontificio:«[…] facendo propri i nomi dei gentili si sforzavano di sopprimere il nome di un santo che gli era stato attribuito nel battesimo. Il capo di questa setta per decoro non intendiamo nominarlo qui, essendo egli manifestamente sulla bocca di tutti, insegna a Roma pubblicamente grammatica, per primo cambiò il suo nome, poi a gara rinnovava i nomi dei discepoli e degli amici imponendo nomi pagani» [1]. Così Pomponio finì a Castel Sant’Angelo, senza una prova tangibile a carico degli accademici se non gli atti di accusa che sono finora noti (tutti labili).

Pomponio Leto dictata pomponiani
Il commento a Varrone di Pomponio Leto, tramandato dai dictata originali degli allievi relativi ai libri V-VII del “De lingua Latina”, corso tenuto nell’anno accademico 1484-1485 e tramandato nel codice Vat. lat, 3415
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E pensare che per lui – come racconta Bartolomeo Sacchi, sodale pomponiano – usare gli illustri nomi degli antichi costituiva unicamente uno sprone alla virtù dei giovani. Perché Pomponio più che un umanista classico era soprattutto un insegnante. Amava i ragazzi, spendeva a sostegno loro tutta la sua cultura e immensa preparazione. La passione per l’antichità – e per le antiquitates, nel senso varroniano del temine – si trasformava nel recupero di una grande civiltà attraverso la raccolta di reliquie del passato, dei passi dei grandi autori in grado di parlare, allora come oggi, al di là dello spazio temporale, trasmettendo valori che andavano recuperati nella loro originaria purezza.

Quando ricevette il mandato di cattura (con annessa estradizione), Pomponio si trovava a Venezia, dove – anche in vista di un viaggio culturale da compiere in Oriente – prestava “servizio culturale” presso due illustri famiglie nobili. Era il precettore dei figli, che amava di amore filiale come i principi di Quintiliano avevano insegnato. Non potrà svilupparsi nei giovani amore per lo studio se questi non impareranno a ben volere il maestro, primo vero tramite per loro al grande universo della cultura. È ciò che anni dopo attuerà anche Erasmo, è ciò che al Consiglio dei Dodici basterà per accusare Pomponio – come se non bastasse – di sodomia.

Dopo il processo e il breve imprigionamento ogni capo d’imputazione si rivelò debole. Non sussistevano colpe politiche, Paolo II era al sicuro. Tutti gli accademici, da Bartolomeo Sacchi a Marcantonio Sabellico furono liberati, ma l’accusa pesante – mai del tutto verificata se non sulla base di supposizioni e studi che proseguono ancora oggi – continuerà ad aleggiare sempre sulla testa di Pomponio Leto.

Forse è per questo che Michele Ferno e Pietro Marso, discepoli affezionati del grande umanista, nelle loro orazioni funebri non faranno altro che sottolineare l’intensa religiosità del maestro; Pomponio che onorava la Vergine “panagia” sul Quirinale, Pomponio che anche nella morte mostrò saggezza offrendo spontaneamente l’anima al Creatore:«la morte non è misera se non per chi ha avuto costumi corrotti e ostili alla verità della fede» [2].

Quel che è certo comunque è che nell’opera scientifico-letteraria dello studioso non vi è, in ogni caso, alcuna traccia di paganesimo. Solo un amore vero e spassionato per tutto ciò che atteneva alla grande antichità classica ripulita, recuperata nella purezza originaria precedentemente corrotta dalla “barbarie” in uso nel Medioevo.

È così allora che troviamo i commenti ai sommi autori del passato, richiamati nei suoi corsi universitari come numi tutelari volti a guidare la formazione degli adulti di domani. E ancora assistiamo a intense passeggiate archeologiche per Roma rievocate come in uno stato di grazie negli Excerpta, o al giro delle chiese da visitare in Quaresima quando i pellegrini giungono a piedi nell’Urbe. «Errava solitario tra gli antichi monumenti, tutto preso dalla passione d’indagare il passato. […] Più di una volta, sorpreso mentre vagava tra le ceneri e le tombe degli antichi, fu creduto un fantasma» [3] racconta Michele Ferno, e amava talmente tanto Roma – ricorda Sabellico –  da compiere solo un viaggio fuori da essa (anche se i viaggi, da quel che sappiamo, furono almeno tre), disdegnando qualsiasi cosa la sua epoca avesse prodotto, preferendo vivere – in pieno spirito umanista – nel ricordo di un passato migliore.

«Nessuno mai ammirò di più l’antichità e nessuno dedicò più impegno nello studiarla» [4] di Pomponio Leto. Per questo sarebbe utile recuperarlo oggi, proprio come lui fece guardando alla storia maestra del domani. Un intellettuale dimenticato come guida per il futuro, uno sprone più che essenziale per capire quanto ancora si possa imparare da ciò che purtroppo, scelleratamente, crediamo morto.

 

 

 

 

 

[1] Atto d’accusa ai pomponiani ad opera di Michele Canensi da Viterbo (Canensi, Vita Pauli II, p. 79)

[2] Petri Marsi, Funebris oratio habita Romae in obitu Pomponii Laeti, in Dykmans, L’humanisme, p. 83)

[3] M. Ferni, Iulii Pomponii Laetii Elogium historicum, ed. G. D Mansi in J. A. Fabricii Bibliotheca Latina mediae et infimae aetatis, pp. 630-631)

[4] Sabellici epistola. Pomponii vita. Marcus Antonius Sabellicus Marco Antonio Mauroceno equiti salutem, a cura di E. Dell’Oro, Roma, 2007, par. 25)

 

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Nata nel 1992, laureata in Lettere Moderne, studia Filologia Moderna presso l'Università di Roma "La Sapienza". Ama la letteratura, il cinema e la scrittura intesa come mezzo per diffondere liberamente il proprio pensiero.