Poletti e l’università del “si salvi chi può”

di Rosa Fioravante

giuliano poletti
Giuliano Poletti

Sostiene Giuliano Poletti, Ministo del lavoro e delle politiche sociali del Governo Renzi, già noto alle cronache per l’esortazione a far lavorare gratis d’estate i propri figli, che sia meglio laurearsi a 21 anni con un voto mediocre che non a 28 con 110 e lode.

Tralasciando che il Ministro ignori l’ordinamento scolastico italiano che impedisce di laurearsi a 21 anni, a meno che non si sia fatta la “primina”, e supponendo che il ministro si riferisca a tutti quegli studenti fuori corso per “deliberata scelta” – cioè non costretti a causa di disagio economico, problemi di salute, necessità di assistenza alla famiglia e così via -,  l’affermazione rimane comunque più propria del registro dei luoghi comuni intorno al mondo del Sapere e del Lavoro, che non un’affermazione idonea ad un esponente del Governo; figuriamoci del titolare del dicastero che dovrebbe non dormir la notte perseguitato dai dati ISTAT, dalle parole di Tito Boeri e dalla cruda realtà di un’intera generazione a spasso. Purtroppo per il Ministro, proprio pochi giorni prima della sua infelice battuta, l’OCSE ha pubbicato Education at Glance 20151, studio condotto sui 34 paesi membri che dimostra in un colpo solo che l’Italia ha il più basso tasso di occupazione fra i laureati, non investe a sufficienza nell’istruzione superiore e ha gli insegnanti più anziani dei paesi analizzati. Insomma, non sembra affatto colpa dei giovani “lazzaroni” o “choosy” (come li chiamava una illustre predecessora di Poletti) se non c’è feeling fra mondo del lavoro e dell’istruzione.

Il registro dei luoghi comuni pare però esser frequentato anche da quegli stessi giovanissimi oggetto della riflessione: ne è perfetto esempio l’intervento di Francesco Giubilei sul suo blog al’interno del sito de il Giornale, nel quale lancia strali indignati contro i propri coetanei fuori corso non adeguatamente puniti dal sistema accademico. Certo, se anche si accantonassero per un momento i problemi di un sistema di potere pubblico iper-corporativo, di politiche di spesa pubblica o riduzione della stessa mal gestite, della diffusa cultura clientelare e para-mafiosa della quasi totalità della classe dirigente e dei quadri intermedi di istituzioni pubbliche e private del bel paese, se anche si chiudesse un occhio sui tagli sempre più pesanti al finanziamento degli atenei, sul trattamento di dileggio riservato alla categoria degli insegnanti e degli intellettuali dall’opinione pubblica e dal ceto politico, sul problema morale ed economico costituito dalla burocratizzazione di ogni settore produttivo, spesso a copertura di un altrettanto diffuso affarismo, ecco, anche al netto della considerazione di questi “piccoli” problemi che potrebbero essere più rilevanti nel soffocare le chances di successo della nostra generazione, prendersela con i fuoricorso non sembra comunque opportuno. Come spesso accade infatti, la dichiarazione era volta a mettere gli uni contro gli altri coloro che soffrono gli stessi mali ma in forme diverse, così da celare il vero “nemico”; non stupisce che Giubilei ci sia cascato, e con lui tanti altri coinvolti nella consueta “guerra fra poveri”.

Tornando al Ministro, la retorica di chi, dall’alto della propria poltrona conquistata con anni di attività all’interno di un sistema di potere cresciuto all’ombra della politica e titolato a fare il perito agrario (e davvero, la mancanza di qualifica è l’ultimo dei problemi), diventa ogni giorno più insopportabile. Poletti infatti non sostiene solo le sue perle di saggezza, ma fa anche parte di un Governo che ha archiviato con il Jobs Act una volta per tutte lo statuto dei lavoratori. Appartiene al Governo sempre applaudito da Confindustria, che si ispira a Sergio Marchionne (sì, proprio il manager contro le cui misure recentemente hanno votato i lavoratori statunitensi), che è stato superato a sinistra pure da Flavio Briatore.

In sintesi, Poletti – il Compagno Poletti – sostiene un Governo che crede che il problema dell’Italia siano le ferie pagate, i contributi versati, l’impossibilità di licenziare un dipendente per motivi politici o religiosi o perché una donna è rimasta incinta. Ignorando che a prescindere dal voto di laurea e dagli anni impiegati per conseguirlo, sul mercato del lavoro siano richiesti solo schiavi. Perché questo è quello che si è, quando l’unica opzione che si ha è accettare uno stage a 50 ore lavorative settimanali e 400 euro al mese. Schiavi molto qualificati, dato che son richiesti solo laureati in tempo e col massimo dei voti che sappiano tre lingue, abbiano esperienza all’estero, e possibilmente già lavorato.

Insomma, Poletti, come tanti altri privilegiati, si ostina a spiegare a chi sconta sulle proprie spalle la peggiore crisi economica, dopo quella del ’29, cosa sta sbagliando. Curiosamente, questo elenco di consigli non richiesti comprende sempre il suggerimento di rinunciare ad un pezzetto della propria dignità. Perché la gran parte del ceto politico non può dire di aver abdicato alla propria bevendosi tutte le favole della globalizzazione di mercato, della deregolamentazione della finanza e della liberalizzazione del mercato del lavoro; non può dirlo perché altrimenti dovrebbe ammettere che sono loro i primi responsabili della crisi del 2008, solo loro che hanno dimenticato che dovrebbero rispondere a chi li vota e non a chi li finanzia, e se lavoro non ce n’è né per chi si laurea a 20 o 30 anni, né con 90 né con 110, è perché, quando la ricchezza si polarizza fra un 1% di ricchissimi e un 99% di poveri e classe media che si impoverisce, l’economia non cresce.

Quello che Poletti voleva dire davvero, va letto fra le righe ed è: «si salvi chi può». Tuttavia, non si vive di sola retorica e propaganda. Presto o tardi in molti capiranno che gli unici che si salvano davvero sono coloro che dicono «NO» a questo sistema politico ed economico che li marginalizza, e che bisogna negare il consenso a chi chiede di continuare a cedere diritti in cambio di favole che non si avverano mai. Bisogna dire no a chi pensa di rivedere il mondo del Sapere per adattarlo ad un mondo del lavoro così meschino senza considerare di fare piuttosto viceversa. I tanti che oggi pensano di dire «no» lo fanno cercando rifugio nella retorica razzista di Matteo Salvini, o in quella fintamente “anti-casta” dei Cinque Stelle. Fortunatamente per il nostro Ministro, chi decide di andare ad ingrossare le fila di questi due populismi sbaglia il bersaglio polemico, che non possono essere né gli immigrati né i politici, considerati razza a sé stante. Se i nostri studenti davvero capissero cosa li tiene in scacco e si organizzassero per “dire di no”, quell’1% di ricchi privilegiati sarebbe irrimediabilmente nudo, e con esso tutti i suoi più affezionati difensori, non ultimo il signor Poletti.

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