Poesia della memoria
come “amuleto”

Sullo sfondo nero campeggia lei, sola, piccola eppure maestosa, in un tripudio di colori mal assortiti: calze blu in scarpette rosse, gonna fiorata e gilet fucsia con alamari. Tinte forti per delineare l’atmosfera esotica e caliente dell’America Latina e il carattere forte di una donna eccezionale, Auxilio Lacouture «la madre della poesia messicana», interpretata magistralmente da Maria Paiato in Amuleto, monologo dal romanzo breve (1999) dello scrittore cileno Roberto Bolaño, per la regia di Riccardo Massai.

© Archètipo
© Archètipo

Chi è Auxilio, personaggio reale o maschera finzionale creata dalla spericolata furia creativa di Bolaño? Poco importa, perché lei è soprattutto Voce, esaltata, passionale, disperata, ironica, tenera, che si abbandona a una confessione sgranando i ricordi frammentari di un’epoca effervescente di idee e utopie, dibattito politico e lotta libertaria (il mito del “Che” Guevara), scoperta della solidarietà di massa («El Pueblo unido jamás será vencido») e soprattutto confronto poetico. Questo vento di speranze, progetti, ansia di novità ha portato Auxilio «senza sapere come e perché» dal suo Uruguay a Città del Messico, ombelico della Poesia e di sperimentatori di avanguardia come León Felipe e Pedro Garfias. Si immerge con voracità in questo mondo vorticante di vita e stimoli: di giorno in Università, poi lavoretti domestici a casa e notti infinite annaffiate dal vino e dalla poesia.

C’è qualcosa di dissonante nel suo fiume di parole, disorganico e senza apparente filo logico. Il segnale è dato dall’incipit: «Sarà una storia del terrore, una storia poliziesca, un racconto del terrore. Ma non sembrerà, perché sono io a raccontarla». Un’ambiguità di fondo che dapprima siamo portati a non prendere sul serio, come se fosse la battuta della nostra stravagante narratrice, ma gradatamente scopriamo con lei che la bocca dell’inferno si spalanca ovunque, anche dove meno te lo aspetti.

E infatti la traccia memoriale di Auxilio, che procede per catene associative e riflessi prismatici, si raggruma attorno a un fatale giro di boa, cioè i giorni terribili dell’autunno 1968 quando, alla vigilia dei Giochi Olimpici in Messico, il presidente Díaz Ortaz spegne nel sangue le manifestazioni popolari. Il massacro di Piazza delle Tre Culture (dove restò ferita anche Oriana Fallaci) è preceduto dalla violenta irruzione della polizia alla Facoltà di Lettere dell’Università, con l’arresto di centinaia di studenti inermi. Auxilio era lì. O meglio, c’era e non c’era. Chiusa nella toilette delle donne e immersa nella “bolla della Poesia” dei versi di Pedro Garfias, non si accorge subito della tragedia che si svolge intorno a lei. Poi sente le urla, gli spari, si affaccia, vede e mentre un soldato entra nei bagni per un ultimo controllo, resta immobile. Per quasi tutto il tempo, infatti, l’attrice è ferma, congelata in un immobilismo statuario del corpo (a cui fa da contraltare una mobilissima mimica facciale e vocale), a simboleggiare la presenza testimoniale che si fa resistenza.

A tutti è capitato di sentire sul collo per alcuni attimi il respiro della Storia, che penetra improvvisa nella quotidianità. Che cosa stavi facendo quando hanno ucciso Kennedy? Ti ricordi quella mattina mentre crollavano le Twin Towers? E quando sono arrivati i primi twitter dall’orrore del Bataclan? Immersi ormai nel villaggio globale, non possiamo più ritenerci estranei alle “tragedie degli altri”, eppure, dopo un’istantanea sospensione, il moto della vita riprende, zoppicante e appesantito dal fardello di interrogativi e dolore dapprima, poi scorre e talvolta sfocia nell’indifferenza. Compito del teatro è anche scuotere le coscienze anestetizzate e Auxilio ci dà una splendida lezione sulla potenza della memoria che si fa carico dell’evento e lo “salva” rivelandone impensabili carature poetiche.

© Alessandro Botticelli
© Alessandro Botticelli

Costretta all’immobilità spaziale e assediata dall’orrore, Auxilio sperimenta la mobilità liberatoria della mente. «Il tempo si piegò e si dispiegò», racconta, mentre sgrana i suoi ricordi e traccia ritratti di amicizie, amori, incontri, disillusioni. In questo fluire errabondo e labirintico del pensiero, il passato si trova a convivere con la visione del futuro: «nel ’68 ero presente a me stessa nello spazio, ma non nel tempo». La violenza della politica ha spezzato nel sangue il futuro dell’America Latina, a Città del Messico e in Cile, ma la Poesia, proprio grazie alla forza del suo non-potere, non morirà, ci assicura Auxilio, che in un delirio furioso e surreale si fa profetessa di una metempsicosi spirituale e ideale: James Joyce nel 2124 si reincarnerà in un bambino cinese, Majakovskij tornerà di moda, André Bréton risorgerà dagli specchi…

All’improvviso un bagliore greco illumina questa creatura nata dall’anima inquieta e postmoderna di Bolaño: il pittore Carlos Coffen Serpas, ubriaco di vino, arte e follia, le narra il mito di Erigone, l’unica scampata all’ecatombe degli Atridi. Come il suo archetipo mitico, Auxilio (simbolo di un’intera generazione) ha sperimentato da vicino l’orrore e la pena-dovere della testimonianza, che si articola nell’ultima, fulminante visione: una schiera di giovani attraversa una vallata incantevole, in una marcia che termina nell’abisso. Auxilio vede, sa, ma non riesce a fermarli: può solo ascoltare il loro canto, che parla di sacrificio, coraggio, bellezza: «quel canto è il nostro amuleto».

Chi è dunque Auxilio? Giustamente ella si definisce “madre della poesia messicana”, perché considera suoi figli quei giovani studenti massacrati, “poeti” che riempivano del profumo di sogni le notti di Città del Messico, con i loro slanci ingenui ed eroici di ribellione o di nichilismo. Belli e poeti perché giovani, lo sguardo audace di chi non misura il tempo perché sicuro di un futuro immortale.

Buio in sala. Auxilio si è dissolta e il suo nome è viatico per le nuove avventure della Poesia, capace di valicare frontiere temporali (allora/ora), spazi geografici (Cile, Messico, Italia) e generi letterari (pagina scritta o scena teatrale). In scena resta la Paiato, vibrante ancora di emozione, mentre riceve dieci minuti di meritati applausi.

 

Amuleto
di Roberto Bolaño
con Maria Paiato
regia di Riccardo Massai – Produzione Archètipo
Teatro Franco Parenti, Milano

5-10 aprile 2016

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