Una Pin-Up chiamata Marilyn

Pochi sanno chi fosse Norma Jeane Baker prima di diventare Marilyn Monroe. Pochi conoscono la sua storia, l’infanzia difficile che segnò la sua vita, una zia assurta a surrogato materno pur sempre e inevitabilmente difettoso. Si sa forse qualcosa del suo matrimonio con Jim Dougherty, il vicino di casa ingenuo e bonario, stella emergente del football locale che faceva impazzire di gelosia la  fidanzata perché scarrozzava in giro – prima di sposarla – una giovanissima Norma Jeane già procace e matura.

Ciò che si conosce, però, è sempre ammantato dal velo del sospetto, del vouyerismo sfrenato, quello che si alimenta di dietrologie e complotti perenni, spazianti dai Kennedy a Frank Sinatra con l’onnipresente zampino dei servizi segreti. Si guarda al pre-Monroe come a un prequel del film principale, quello scandalistico, fatto di capricci e vizi da star con tutti gli ammennicoli che questo porta con sé.

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Sarebbe interessante in realtà ripercorrere l’intera vicenda umana di Marilyn, i rapporti d’affetto che l’hanno stabilizzata e poi scardinata, le emozioni miste a voglia di riscatto che l’hanno animata come un fuoco dirompente sino a farle spiccare il volo con la forza dell’ambizione. Questo però non è possibile, non è né la sede né il tempo adatto. Meglio decidere di parlare dei suoi primi lavori, delle origini di quel successo agognato e sognato, guadagnato con tutta la gavetta possibile seppur spianato da una bellezza dirompente figlia di ottimi geni e doti naturali.

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Dopo essere stata notata da David Conover in fabbrica, mentre spruzzava vernice sulle fusoliere degli aerei, Norma Jeane Baker era finita in breve tempo sui registri dell’influente Blue Book Modeling Agency. Da qui la strada per il successo fu lastricata di buone intenzioni e tante, tantissime foto da lasciare incantati.

Non solo gli scatti dell’amato (e amante) Andrés De Dienes, ma innumerevoli immagine artistiche per le riviste di Pin-Up, quelle che ancora si vendevano sottobanco, nascoste tra le carte del quotidiano portato sottobraccio. Nel 1946, del resto, la futura Marilyn Monroe aveva firmato le carte del divorzio da Jim Dougherty. Tra un matrimonio incrinato e il successo futuro non aveva esitato neanche per un momento a scegliere la seconda opzione.

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Il lavoro però mancava, e di soldi ne aveva bisogno vivendo sola all’Hollywood Studio Club, dove pagava un affitto di 50 dollari al mese. L’appartamento era sito nella città delle star, dove molte modelle alle prime armi spaccavano la moneta pur di stare al contatto con il mondo dello spettacolo che contava.

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Fino al 1949 Marilyn fu una delle semi-anonime bellezze che popolavano gli studi fotografici della città californiana. E proprio nel ’49 posò nuda per Tom Kelley, autore del celeberrimo servizio destinato al primo numero di Playboy. Prima di quegli scatti, decisamente più famosi e fortunati, Marilyn Monroe si era già svelata al naturale per Earl Moran, artista che realizzava i celebri disegni di Pin-Up, quelli che ancora sopravvivono negli interni di qualche locale vintage e nostalgico. Non molti associano il viso sbarazzino e acqua e sapone di quegli schizzi erotici ai lineamenti ancora acerbi di Norma Jeane Baker. Eppure la somiglianza, a un confronto diretto, appare lampante, tanto che Marilyn stessa faticherà non poco, nel corso degli anni, a uscire dai panni della Pin-Up smaliziata che le era stato cucito addosso come il tristemente noto abito di Mr.President.

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La Monroe modella posava per 10 dollari l’ora, il minimo indispensabile per sopravvivere dignitosamente là dove avrebbe poi vissuto in grande. Nelle foto in studio di Moran, Marilyn si firmava “Mona”, un soprannome destinato a cadere nel dimenticatoio per volere della stessa attrice che, una volta raggiunta la celebrità, abbandonò per sempre anche il troppo pudico Norma Jeane, a favore di un nome più seducente così come le consigliò – con grande fiuto – Ben Lyon.

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Una delle tavole di Moran, però, a distanza di moltissimi anni, fu venduta per la cifra record di 83.650 dollari. Tutti gli scatti, pubblicati su Playboy nel 1987, a distanza di 25 anni dalla sua morte hanno fatto la fortuna, per la seconda volta, della rivista maschile più nota al grande pubblico. Marilyn era una star già prima di diventarlo. Senza Arthur Miller, senza J. F. Kennedy. Solo lei, il suo sorriso, e una femminilità spiazzante che ancora oggi, nonostante il passare del tempo, si fatica a trovare anche nella più bella donna contemporanea.

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