Perché i francesi rileggono “Festa mobile”?

di Ilaria Moretti

Dopo gli attentati del 13 novembre Festa mobile (A moveable feast, 1964) è schizzato in cima a tutte le classifiche d’oltralpe. In francese la traduzione del titolo suggerisce, semplicemente, che Parigi è una festa (Paris est une fête). Il concetto è stato estrapolato da una frase che Ernest Hemingway aveva annotato nel 1950 all’interno di uno dei suoi taccuini e che precede di una decina d’anni la scrittura dell’opera: «Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna, perché Parigi è una festa mobile».

Non è tuttavia un caso se da venerdì sera l’autobiografia di Hemingway, pubblicata postuma a tre anni di distanza dal suo suicidio, ha realizzato un picco di vendite sia nei negozi di quartiere che nei grandi magazzini. Persino Amazon è stato costretto a correre ai ripari pur di far fronte all’ingente numero di richieste. Un successo tanto insperato ha costretto la casa editrice Folio – la versione tascabile di Gallimard – a prevedere una ristampa di quindicimila copie considerando che le vendite del volume sono passate dalle 10 alle 500 copie al giorno.

Motore di tale boom è stata una nonnina, una mamie di settantasette anni, femminista militante ed ex avvocato, intervistata dal canale televisivo BFMTV. Le sue parole nel giro di pochissime ore sono divenute virali e sono state condivise da un ampissimo numero di internauti che all’insegna dell’hastag #DesFleursPourDanielle (Dei fiori per Danielle) hanno contribuito a diffondere sui social network il suo messaggio di pace. «È molto importante portare fiori ai nostri morti, è molto importante leggere più volte il libro di Hemingway Festa mobile. Siamo una civiltà molto antica e porteremo alti i nostri valori. […] Fraternizzeremo con i 5 milioni di musulmani che esercitano la loro religione liberamente e gentilmente e ci batteremo contro i 10.000 barbari che uccidono in nome, per così dire, di Allah

Danielle su BFMTV, lunedi 16 novembre
Danielle su BFMTV, lunedi 16 novembre

L’iniziativa dei “fiori per Danielle” è nata da Karim Boukercha, scrittore, sceneggiatore e giornalista che per primo si è interessato all’identità – inizialmente sconosciuta – dell’anziana parigina, pubblicando sulla sua pagina twitter un messaggio di ricerca: «Cerco l’identità di questa persona. È per inviarle dei fiori». Un modo, ha riferito in seguito lo stesso scrittore, per premiare “l’umanesimo” di una semplice cittadina e per diffondere al contempo un messaggio di solidarietà e vicinanza a tutti i francesi.

Perché rileggere oggi, dopo gli attentati di Parigi, l’autobiografia parigina di Hemigway? Che cosa contengono quelle pagine? Una consolazione? Una chiave di lettura che permetta di affrontare diversamente la paura? Esiste un messaggio universale, una spinta, o anche banalmente uno spiraglio, che permetta al popolo francese, ai popoli tutti, di comprendere un po’ meglio il nostro oggi? Ma soprattutto, Parigi può essere universale, può farsi simbolo di resistenza e di unità?

Paris est une fête - © itele.fr
Paris est une fête – © itele.fr

Festa mobile è l’omaggio che Ernest Hemingway fa a se stesso e ai propri ricordi di giovinezza. È un libro struggente, un libro d’addio agli antichi bagliori, al fuoco della vita, alla turbolenza e l’entusiasmo degli anni giovani. Sono gli stralci di un’epoca povera e felice vissuta in una Parigi che oggi non esiste più. Una Parigi che molto si discosta dalle zuccherose immagini da copertina, dai calendari patinati deformati da photoshop, dai venditori di souvenirs e zucchero filato ai piedi della Tour Eiffel. Negli anni Venti, quando Hemingway si era da poco trasferito nella capitale, le mucche venivano ancora munte per le strade e i cittadini si facevano sei, a volte anche otto piani di scale per poter arrivare al marciapiede e recuperare così il latte caldo depositato in grandi secchi di latta. La Parigi dell’epoca era uno strano mélange di periferia e splendore, attraversata dai bagliori dei grandi palazzi e da un frizzante spirito popolare, vagamente campagnolo. Sulla Senna si facevano feste, le barche arenate erano addobbate da ghirlande e piccole luci, si friggeva il pesce pescato lungo le sponde del fiume, si beveva e danzava fino a notte inoltrata. Hemingway abitava a Montparnasse, il quartiere degli artisti, dei pittori, degli scrittori poveri e squattrinati arrivati nella capitale in cerca di fortuna.

Il Café des Amateurs, dove lo scrittore amava rintanarsi a scrivere era «il pozzo nero di rue Mouffetard», una stradina stretta e affollata, luogo di mercato, attraversata dalle latrine dei vecchi casamenti che venivano svuotate durante la notte da grandi autobotti trainate da cavalli. Il puzzo di pesce e urina si confondeva nell’aria fredda e nebbiosa, nell’odore prodotto dai comignoli aguzzi che sbuffavano incostanti sui tetti della città. Nessuno, racconta Hemingway, né autobotti, cavalli, poliziotti o altre autorità, era però in grado di svuotare il Café des Amateurs dai suoi avventori. Individui dai visi lunghi segnati dalle pene e da segrete tristezze, spesso stanchi, sovente ubriachi. Tutti carichi di un malcelato desiderio di riuscita, animati dall’illusione che Parigi – dunque la vita, la giovinezza – potesse rivelarsi, da un momento all’altro, donando a ciascuno la ragione – un qualsivoglia motivo, una breve certezza – a cui appigliarsi per andare avanti.

Ernest Hemingway e Bumby, Paris, 1927 - John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.
Ernest Hemingway e Bumby, Paris, 1927 – John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.

Si rilegge Festa mobile per l’amore che vi è contenuto. È un amore tremendo, pazzo. Doloroso perché impossibile. Un amore attraversato da un acuto sentimento di rimpianto, di rimorso verso un tempo passato, quello di una giovinezza antica, ancora carica di infinite speranze, di lunghi amori, di tempo per vivere, scrivere, inciampare e rialzarsi. Andare avanti. A quel tempo Hemingway si univa alla lunga lista di americani trapiantati a Parigi per cercar fortuna, per sentire il cuore pulsante della vecchia Europa, conoscere Gertrude Stein, soggiornare nei suoi salotti, per partecipare, in maniera più diretta, alla Storia, essere parte del tempo presente, viverlo da esuli sentendosi poi, inspiegabilmente, accolti come a casa propria.

Il Café des Amateurs era un luogo «simpatico», una seconda casa più calda, certamente più luminosa della minuscola chambre de bonne che Hemingway divideva con la prima moglie Hadley. Era la tana dove potersi nascondere per ore, dove appendere il proprio cappotto a sgocciolare accanto alla stufa, ordinare un café au lait bollente e scrivere, scrivere a lungo, a mano, con le dita luride di inchiostro e gli occhi ancora attraversati dalla passeggiata gelata di qualche tempo prima. Eccole dunque quelle strade, le immagini delle passeggiate di Hemingway: il Lycée Henry IV, luogo, a tutt’oggi, dove si formano i migliori allievi della città; l’antica chiesa di St Étienne du Mont; la lunga promenade che conduce alla piazza del Panthéon con la sua cupola imponente. Strade ancora spazzate da quello stesso vento cattivo capace di incunearsi sotto i cappotti, di strappare con un soffio il logoro cappello di feltro che Hemingway portava come ultimo baluardo contro i rigori dell’inverno.

Festa mobile, dunque, come canto d’amore. Amore per una città, che ad oggi, dopo gli attentati, diviene più di tutto simbolo, casa, luogo di appartenenza, culla della cultura – la nostra – e incrocio di altre culture, quelle di tutti. I quartieri devastati dall’attentato – il X e l’XI – altro non sono, infatti, che terreno di vicinanza, croisement di nazionalità, centri dove l’attitudine allo scambio e all’incontro è all’ordine del giorno. Passeggiare tra quelle vie significa incappare in una colorata mescolanza tra parigini, arabi, musulmani, atei, ebrei o cristiani, cittadini tutti, francesi per nascita o per appartenenza. E ancora turisti, studenti trapiantati, épiciers tunisini, tabaccai della Normandia arrivati a Parigi negli anni Sessanta in cerca di fortuna.

In piedi benché feriti
Benché feriti, in piedi

Parigi per Hemingway era una festa, un luogo di incontro, fascino, inestinguibile speranza. La festosità della città, il suo carattere di promessa, di gioia indistinta, era forse dato dalla giovinezza, dal ricordo felice di antichi entusiasmi, vecchie lotte, grandi clamori. Ad oggi, quella giovinezza amata, sognata e ricordata è la stessa che, come suggeriscono i media, è stata ferita e uccisa nella sala del Bataclan, sulle terrazze dei caffè, a passeggio per le strade. Alcuni hanno addirittura coniato l’espressione “Generazione Bataclan”. Ed è forse in nome di quella giovinezza uccisa e al contempo di quell’altra giovinezza che, al contrario, imbraccia le armi, si imbottisce di esplosivo e si lancia all’impazzata su una folla di inermi, che il libro, oggi più che allora, acquista un senso.

Per Parigi «non ci sarà mai una fine» insegna Hemingway. Ognuno porta con se i propri ricordi, siano essi quelli del turista, del passeggiatore solitario, del trapiantato, l’immigrato, il cittadino. Non ci sarà una fine se le memorie di un tempo andato, passato, di un tempo che non è più, sapranno farsi tessuto della vita presente. «Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata e quali che fossero le difficoltà, o le facilità con la quale si poteva raggiungerla». Parigi, ci dice Hemingway, ne vale sempre la pena. Perché qualsiasi cosa si dia alla città, qualsiasi cosa le si porti, altrettanto si riceve in cambio.

Davanti alla sala del Bataclan, oggi, i cittadini portano fiori, lumini e libri. Portano Festa Mobile. Alla città regalano il silenzio, la vicinanza e vecchie pagine scritte da uno scrittore straniero, un americano morto suicida, innamorato pazzo di quelle vie strette e larghe, dei cieli mossi dalle nuvole, le cattedrali, rivoli d’acqua, tazze di caffè, tavoli all’aperto. I cittadini oggi danno, donano sapendo – avendo la certezza – che otterranno qualcosa in cambio. Parigi, senza retorica, senza false parole, è davvero un luogo di tutti. C’è spazio per tutti: dal milionario che vive all’ Île de Saint Louis, al magrebino di Belleville, il clochard di Place Saint Sulpice. Anche i luoghi sono per tutti: dalla boutique Chanel alla panetteria che sforna cornetti caldi a tutte le ore, dal couscous al Bistrot stellato per arrivare alle doccie pubbliche – gratuite – sparse in tutta la città, persino in Rue Oberkampf, proprio al cuore di quello stesso XI Arrondissement teatro delle stragi. È la città tentacolare, vetrina del lusso e della povertà estrema. L’incrocio di mondi, latrina del mondo, specchio del mondo. Terreno di contraddizione, ingiustizia, ma anche insperata solidarietà, voglia di vivere, ridere, rialzarsi senza paura. Parigi non si può descrivere. Ci vuole una vita intera per afferrarla, un attimo solo per amarla.

Credo nel domani e nella Francia
Credo nel domani e nella Francia

Photos: I.

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