Pena di morte nel 2015:
il quadro della situazione

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Il rapporto sull’applicazione della pena di morte nel mondo, redatto come di consueto da Amnesty International, quest’anno è causa di gioie e dolori. Se da una parte infatti, per la prima volta, la maggior parte degli Stati del mondo (102) è ora di fatto abolizionista per ogni reato – grazie alla recente svolta di Madagascar, Repubblica del Congo, Suriname e Fiji – dall’altra il 2015 ha registrato un aumento di oltre il 50% delle esecuzioni capitali rispetto all’anno precedente, arrivando a un totale di 1.634. Un dato così alto non si vedeva da oltre un quarto di secolo. A queste devono poi essere sommate le esecuzioni effettuate in Cina, che si presume siano state migliaia, ma delle quali non possiamo sapere nulla, visto che il governo cinese considera questo tipo di informazioni come segreto di Stato.

Un altro dato molto significativo riguarda la distribuzione delle condanne a morte: quasi il 90% di quelle note è stata eseguita Iran, Pakistan o Arabia Saudita. L’Iran ha messo a morte almeno 977 prigionieri, la maggior parte dei quali per reati di droga. Vanta inoltre un primato agghiacciante: è rimasto uno degli ultimi paesi al mondo a uccidere minorenni al momento del reato, comportamento che viola palesemente il diritto internazionale. Nel 2015 sono stati almeno 4 i casi di questo genere.

Il Pakistan ha continuato sulla strada degli omicidi di stato, ripartiti nel dicembre 2014 con la fine della moratoria sulle esecuzioni di civili. Nel 2015 sono stati impiccati oltre 320 prigionieri, il maggior numero mai registrato da Amnesty International.

Anche l’Arabia Saudita fornisce numeri scioccanti: le esecuzioni sono aumentate del 76% rispetto al 2014, e sono almeno 158 i prigionieri messi a morte. La maggior parte delle condanne è stata eseguita mediante decapitazione e in alcuni casi i cadaveri dei condannati sono stati esibiti in pubblico.

Iran, Cina e Arabia Saudita sono tra i pochi Stati che ancora applicano la pena di morte in casi considerati meno gravi dal diritto internazionale, quali traffico di droga, corruzione, adulterio e blasfemia.

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Le Americhe hanno continuato a fare passi avanti verso la fine dell’uso della pena di morte. Per il settimo anno consecutivo, gli Stati Uniti d’America sono stati gli unici a eseguire condanne a morte: le esecuzioni sono state 28, il numero più basso dal 1991, mentre le nuove condanne sono state 52, il numero più basso dal 1977, anno in cui la pena di morte è stata ripristinata. In totale, 18 Stati degli Usa sono completamente abolizionisti. Oltre agli Stati Uniti d’America, solo Trinidad e Tobago ha emesso condanne a morte.

La zona Asia – Pacifico invece ha avuto una tendenza opposta: nel 2015 le esecuzioni sono aumentate in maniera vertiginosa, principalmente a causa del Pakistan, responsabile, escludendo la Cina, di quasi il 90% delle condanne a morte eseguite nella regione. Purtroppo anche Bangladesh, India e Indonesia hanno ripreso a eseguirne. In particolare, in Indonesia sono stati giustiziati 14 prigionieri, anche in questo caso per reati legati alla droga.

La Cina è rimasta il primo paese al mondo per numero di esecuzioni. Anche se mancano dei dati ufficiali, Amnesty International ritiene che nel 2015 vi siano state migliaia di esecuzioni e migliaia di nuove condanne a morte. Vi sono segnali che negli ultimi anni il numero delle esecuzioni sia diminuito ma la segretezza che circonda l’uso della pena di morte rende impossibile affermarlo con certezza.

In Europa e in Asia Centrale invece la situazione è molto diversa: la Bielorussia è rimasta l’unico paese della regione a usare la pena di morte. Nel 2015 non vi sono state esecuzioni ma sono state emesse due nuove condanne a morte.

Come precedentemente anticipato, il quadro della situazione offre diverse interpretazioni. La diminuzione dei paesi che praticano la condanna a morte è un ottimo segnale positivo, ma è pesantemente controbilanciato dall’uso smodato di questa “soluzione” da parte di alcuni Stati che ancora la praticano. Bisogna considerare che i dati raccolti in queste analisi possono variare sensibilmente di anno in anno. Purtroppo, non è scontato che una volta abolita la pena di morte non possa essere riproposta o riutilizzata. I cambiamenti sociopolitici all’interno di uno Stato possono infatti portare la classe dirigente a ritenere giusto tornare a questa pratica medioevale. A volte, come nel tristissimo caso del sondaggio proposto dal sito Skuola.net agli studenti delle scuole superiori italiane, anche la collettività, e soprattutto i giovani, può cadere nella tentazione di credere che la soluzione occhio per occhio sia la più pragmatica ed efficace per porre fine ai mali della società. Fare qualcosa, da esterni, per rimediare alle tragiche situazioni dei paesi più colpiti da queste pratiche, risulta quasi impossibile. Ma impedire che il germe di questa barbarità si diffonda anche in Europa, ora più che mai, in questo momento di crisi totale, dove spinti dalla paura e dalla diffidenza si innalzano muri, si distendono chilometri di filo spinato, si vogliono dispiegare ruspe, si vuole sparare sui barconi, è sacrosanto.

I paesi che mantengono in vigore la pena di morte: 
 
Afghanistan*, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita*, Bahamas, Bahrain, Bangladesh*, Barbados, Belize, Bielorussia, Botswana, Ciad*, Cina*, Comore, Corea del Nord*, Cuba, Dominica, Egitto*, Emirati Arabi Uniti*, Etiopia, Gambia, Giamaica, Giappone*, Giordania*, Guatemala, Guinea, Guinea Equatoriale, Guyana, India*, Indonesia*, Iran*, Iraq*, Kuwait, Lesotho, Libano, Libia, Malesia*, Nigeria, Oman*, Palestina (Stato di), Pakistan*, Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Singapore*, Siria, Somalia*, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Stati Uniti d’America*, Sudan*, Sudan del Sud*, Thailandia, Taiwan*, Trinidad e Tobago, Uganda, Vietnam*, Yemen*, Zimbabwe.

* paesi che hanno eseguito condanne a morte nel 2015.

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