Partito Democratico: la strada sociale europea per (ri)prendersi il 40%?

Nella guerra intestina che sta progressivamente dilaniando il Partito Democratico ricorre, sempre più sovente, l’appello al cosiddetto “obiettivo 40%“. Questo “target”, che consentirebbe, sulla base della sentenza della Corte Costituzionale, di ottenere il premio di maggioranza, almeno alla Camera, viene rivendicato, a vario titolo, da tutte le varie correnti democratiche. Tuttavia, se ognuno rivendica di possedere la strategia migliore per arrivare al risultato desiderato, in pochi riflettono sulle mosse e quindi sul come arrivarci, ossia su quale programma politico, attorno quale base identitaria, far convergere l’elettorato. Il che non è questione da poco, specialmente per un partito di centro-sinistra, che ha il dovere politico e morale di esprimersi sul modello di società cui ambisce, sia in termini di organizzazione che di valori.

A tal proposito, una delle questioni con cui il PD deve confrontarsi e sulle quali è chiamato a prendere posizione è indubbiamente quella europea. A poche settimane dalle celebrazioni dei Trattati di Roma, e a seguito delle dichiarazioni di Angela Merkel, diversamente interpretate e interpretabili, sulla necessità di pensare ad un’Europa a due velocità, il Partito Democratico è chiamato a scegliere da che parte stare. A tal proposito, la tradizionale posizione filoeuropeista del PD può essere un ottimo punto di vantaggio per i democratici, che possono e devono far leva su questo spirito per ritrovare convergenza interna e raggruppare intorno a sé un elettorato che, in Italia, è ancora fortemente favorevole all’idea di una Unione come “condominio”.

I risultati di un recente sondaggio d’opinione condotto in sette Paesi membri (Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Svezia) dal team di REScEU (www.resceu.eu), mostrano infatti come, sebbene gli euroscettici facciano sentire la loro voce (circa il 20% del campione crede che l’UE sia ormai una “nave che affonda”), una quota maggioritaria degli elettori italiani (circa il 38%) considera la UE come “casa comune” di tutti gli europei. Non solo il 63% del campione risponde che, in caso di referendum per l’uscita dall’Unione, voterebbe contro.

Alla luce di questi dati, sembra emergere una prima base solida, approssimativamente il 40% dell’elettorato che potrebbe convergere su una piattaforma europea condivisa. Come pensare e declinare questa istanza filoeuropeista diventa allora il secondo obiettivo sul quale i democratici devono trovare convergenza interna e raggruppare il proprio elettorato. A tal proposito alcuni “numeri” potrebbero dare ancora una mano.

Per la prima volta dall’inizio della crisi, nel 2016 l’Eurozona ha chiuso con una crescita superiore a quella degli USA e con un’inflazione al 2%. Il dato riportato dall’istituto di statistica europeo (EUROSTAT), salutato con generale positività, fotografa, tuttavia, una situazione che è fatta certamente di luci ma che nasconde, in realtà, alcune profonde differenze tra i paesi del nord d’Europa, più la Spagna, da un lato, e quelli del sud, con l’Italia in testa, dall’altro. Non solo, se il 2016 ha visto indubbiamente un miglioramento dell’economia della zona-Euro, gli stessi dati dell’istituto di statistica ci ricordano che in Europa vi sono più 27 milioni di famiglie a rischio povertà, che il 27,8% dei minori sono a rischio di esclusione sociale e che 11 milioni di questi sono affetti da concrete condizioni di privazione materiale, ossia non possono permettersi di accedere a beni e servizi considerati dalla società come ordinari. La disoccupazione giovanile, a tal proposito, rimane un problema irrisolto, specialmente per gli stati meridionali, dove questa supera il 40% e dove, nonostante l’aumento degli occupati in termini assoluti, permangono forti ostacoli per i giovani in ingresso nel mondo del lavoro.

Come ricordato dall’eurodeputato PD Luigi Morgano, sulle colonne de l’Unità«Il permanere di questi problemi pone quindi il tema dell’occupazione al centro del dibattito europeo e conferma con forza l’idea per cui la priorità dell’Unione sia quella di adottare misure e proporre strumenti volti a favorire l’economia reale e a stimolare il processo di re-industrializzazione del vecchio continente».

Non è un caso che, sempre dal sondaggio di REScEU, emerga come su questi temi specifici vi sia, a livello sia italiano che europeo, una inaspettata disponibilità all’aiuto reciproco. Ad esempio, sottolinea il coordinatore del progetto, il professor Maurizio Ferrera, una schiacciante maggioranza degli italiani (77%) si dichiara a favore di un fondo europeo che aiuti i Paesi in difficoltà a combattere la disoccupazione. E il 90% ritiene che sia compito della Ue fare in modo che nessun cittadino rimanga senza mezzi di sussistenza. «Un’Europa quindi meno ossessionata dai decimali di deficit»– conclude Ferrera – «e più attenta alla dimensione sociale potrebbe essere un’ottima base di consenso».

Quali conclusioni trarre dunque? Verrebbe da dire, conclusioni ovvie e prevedibili: se il PD vuole ritrovare l’unità interna e creare una solida base programmatica e politica deve presentarsi come forza europeista di sinistra. Dopotutto, le radici cristiano-socialiste dei democratici trovarono convergenza nel progetto del PD proprio su questi punti.

 

 

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