Oltre Baudelaire e Rimbaud:
Stéphane Mallarmé
e la parola per dire l’Assoluto

Ô rêveuse, pour que je plonge
Au pur délice sans chemin,
Sache, par un subtil mensonge,
Garder mon aile dans ta main.

Une fraîcheur de crépuscule
Te vient à chaque battement
Dont le coup prisonnier recule
L’horizon délicatement.

Vertige! voici que frissonne
L’espace comme un grand baiser
Qui, fou de naître pour personne,
Ne peut jaillir ni s’apaiser.

Sens-tu le paradis farouche
Ainsi qu’un rire enseveli
Se couler du coin de ta bouche
Au fond de l’unanime pli!

Le sceptre des rivages roses
Stagnants sur les soirs d’or, ce l’est,
Ce blanc vol fermé que tu poses
Contre le feu d’un bracelet.

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Questa presentata è la poesia Autre éventail de Mademoiselle Mallarmé, scritta dal poeta simbolista Stéphane Mallarmé (1842-1898), pubblicata per la prima volta nel 1884 su La Reveu Critique e musicata da Claude Debussy nel 1913. La traduzione italiana del testo dice pressapoco questo: «O’ sognatrice, affinché io possa sprofondare / nella delizia pura senza sentieri/sappi, con una sottile menzogna / conservare la mia ala nella tua mano. / Una freschezza di crepuscolo / t’arriva ad ogni battito / il cui colpo prigioniero allontana / l’orizzonte delicatamente. / Vertigine! Ecco che rabbrividisce / lo spazio come un grande bacio / che, folle di nascere per nessuno / non può sgorgare né calmarsi. / Senti il paradiso selvaggio / così come un riso seppellito / scorrere dall’angolo della tua bocca / al fondo dell’unanime piega! / Lo scettro delle rive rosate / stagnanti sulle sere d’oro, è questo / questo bianco volo chiuso che tu posi / contro la luce di un braccialetto».

A parlare è un oggetto, un ventaglio da signora. Il ventaglio si rivolge alla sua proprietaria sognante invitandola a muoverlo tenendolo stretto nella sua mano, per custodire con una raffinata bugia il viaggio che l’oggetto si prepara a compiere e far compiere. La menzogna sottile consiste nel mascherare, dietro l’apparenza di ventaglio, la vera essenza dell’oggetto. Il ventaglio ricorda infatti un’ala: ala che si appresta al volo come uno slancio verso una dimensione di assoluto che non si trova seguendo una via tracciata («pur délice sans chemin»). La trasformazione del ventaglio in ala si compie nel crepuscolo, alla luce soffusa della sera appena iniziata o del giorno non ancora finito, dove l’oggetto continua da un lato a fare il proprio dovere e rinfrescare la signorina, prigioniero della sua forma, dall’altro ad ogni movimento tocca il confine dello spazio, l’orizzonte, portandosi delicatamente oltre. Ed ecco: nella terza strofa un’esclamazione, «Vertige!». Qui si realizza l’esperienza trascendente: l’orizzonte, confine estremo del reale, ha ceduto sotto la spinta dell’ala-ventaglio e si apre uno spazio che è descritto da una geniale similitudine, cuore di tutta la poesia. Uno spazio che rabbrividisce come un grande bacio che fa impazzire, perché resta sospeso, vorrebbe darsi ma non può darsi, e tuttavia nemmeno spegnersi: l’assoluto. È in questa dimensione sospesa che si realizza l’assoluto, inteso come luogo di ossimori: «paradiso selvaggio», «sorriso», che c’è ma è nascosto, interiore, che potrebbe essere all’angolo della bocca ma non è, «piega» nascosta che però è anche unanime, ossia universale. Nell’ultima strofa il viaggio si conclude, si ritorna alla realtà sensoriale, che resta tuttavia trasformata dalla rivelazione accaduta: l’ala-ventaglio si chiude e diventa scettro (ventaglio chiuso) sull’orizzonte che si riforma (rive rosa e tramonto dorato), posato dalla mano della sognatrice contro il suo braccialetto scintillante, ultimo bagliore di luce.

Si tratta uno dei testi dell’autore che la figlia e il genero raccolsero dopo la morte del poeta, riunendo versi occasionali composti per amici e famigliari; la raccolta comprende alcune brevi strofe che il poeta scriveva come dedica sui ventagli delle signore e tre poesie che hanno il ventaglio come protagonista. Un aspetto particolare, infatti, del carattere e del gusto di Mallarmé è proprio il suo preziosismo, che si manifestò evidente anche nelle diverse rubriche della Dernière Mode, una rivista da lui inventata nel 1874 che è, in un certo senso, una sua personale riconciliazione con l’effimero, con la bellezza in tutte le sue forme, comprese quelle frivole e mondane, che pure possono essere fonte di poesia, come accade qui con il ventaglio. Una poesia come questa permette al lettore di capire il difficile percorso poetico e la figura variegata di uno dei più grandi simbolisti francesi, decisamente meno letto rispetto a Les Fleurs du Mal di Charles Baudelaire e più in sordina rispetto al genio ribelle di Arthur Rimbaud.

Compresa lucidamente la grande lezione baudelairiana, Mallarmé è soprattutto convinto che sia l’Immaginazione la facoltà unica dell’uomo in grado di cogliere le analogie universali, le corrispondenze tra le cose, rivelatrici dell’Assoluto a cui aspira l’uomo. Ed è a questo scopo che egli dedica la propria vita fino al progetto di Hérodiade, un poema irrisolto che nasce dalla convinzione elevatissima che la creazione poetica sia atto intellettuale, strumento di conoscenza del trascendente. Ma questa ricerca alla fine ha un esito angoscioso: con l’assoluto c’è anche il Nulla. Un concetto inteso come dimensione impossibile da definire eppure più presente per l’uomo di qualsiasi dato reale. Così, con la scoperta che il cervello deve imporsi un vuoto assoluto, non possono che diventare ingannevoli sia Dio sia la religione in generale e ogni palliativo umano. Eppure, insieme con il Nulla, Mallarmé dice di aver scoperto anche la Bellezza: Nulla, luogo delle menzogne umane, e Bellezza, luogo di epifania dell’Assoluto, sono il binomio centrale del suo pensiero, nucleo del suo progetto estetico e poetico. Il suo sogno è un’opera, l’Opera per eccellenza, che parli del Nulla, dell’Assoluto e della Bellezza nel modo più completo, ma dopo qualche tentativo il solo risultato sono «poesie soltanto screziate di assoluto, ma già belle», una riduzione delle proprie pretese. Ed è a queste che deve guardare il lettore. Per riuscire a comporre opere che anche solo profumino di Assoluto, si tratta di meditare a lungo sull’unico strumento di cui il poeta dispone, la parola, sperimentandone tutte le potenzialità. Compito della parola poetica non è quello di comunicare cose e sentimenti noti, quelli appartengono alla realtà quotidiana fatta di spleen. La poesia deve poter dire l’ignoto, ciò che va oltre l’esperienza dei sensi, e questo è attuabile solo se anche la parola va oltre se stessa e si snoda nelle sue varie possibilità: «L’opera pura implica la disparizione del poeta, che cede all’iniziativa delle parole(…) esse si accendono di riflessi reciproci come una striscia virtuale di fuochi di luce su pietre preziose». La parola poetica e il verso dunque si fanno puri, sono dicitura del nuovo, dell’inaudito. Ecco perché Mallarmé risulta ermetico: le sue poesie sono ermetiche perché diranno il mistero del trascendente, esprimeranno nozioni pure, che stanno oltre l’umana esperienza, in una potenzialità infinita di sensi, dove la parola e l’immaginazione hanno l’egemonia. E la stessa cosa succede con gli oggetti protagonisti dei suoi testi. L’oggetto non è più sé stesso, ma è l’oggetto nella sua relazione misteriosa con gli altri oggetti dell’universo, è un simbolo di bellezza, una finestra aperta sull’assoluto, sfumato di tutti i dati reali. Si capisce quindi perchè Mallarmé sia stato sempre tanto ossessionato dalla pagina bianca: è perchè ogni rappresentazione poetica deve porsi il solo compito di raffigurare l’assoluto, tentativo che si avvicina all’atto della creazione divina, vera aspirazione dell’uomo, anche se per pochi istanti, quelli di qualche verso.

Autre éventail esprime al meglio questo intero percorso di pensiero e di poesia, qui solamente sintetizzato, ed è soprattutto un invito al lettore di oggi ad andare oltre la difficoltà iniziale di un testo ermetico tanto diverso dalle nostre più recenti abitudini di lettori (perché c’è altro, oltre alla difficoltà), per ri-scoprire il valore della parola nella sua enorme potenza e la storia profonda di una fase poetica, quella simbolista di area francese, che è stata tappa fondamentale per la poesia successiva e anche per l’intero pensiero letterario, troppo spesso appiattita, tuttavia, su luoghi comuni e banali riesumazioni. Oppure il lettore chiuda gli occhi e ascolti semplicemente la bellezza di quella grande similitudine: «Ecco che lo spazio rabbrividisce così come un grande bacio che, folle di nascere per nessuno, non può sgorgare né calmarsi». Un po’ di Assoluto si riesce a percepire.

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