Il Premio Nobel che non si racconta: Grazia Deledda e la forza della letteratura

Premio Nobel nel 1926, Grazia Deledda è l’emblema femminile dei riconoscimenti dimenticati. Poco citata, ricordata quasi esclusivamente da studiosi della sua terra, fieri – come è giusto che sia – di condividere radici e origini con un gigante gentile della letteratura nostrana.

Eppure Grazia Deledda ne aveva suscitate di invidie; Michela Murgia ricorda giustamente quella di Luigi Pirandello, che con Suo Marito, come recensirà Remo Branca, darà vita a «un mediocrissimo romanzo in cui sfoga il suo livore sulla scrittrice sarda». Se il drammaturgo di Agrigento si sentiva così minacciato dalla personalità e dal successo della Deledda doveva per forza di cose nutrire per lei un’ammirazione mista a rabbia, miscuglio di sentimenti che solo un grande talento riesce a suscitare.

Eppure ancor oggi, nei manuali di letteratura italiana, l’autrice di Nuoro è ricordata quasi en passant. Certo, c’è il Nobel, e non si può non tenerne conto. Ma a Eugenio Montale  sono dedicate tantissime pagine, a Salvatore Quasimodo idem. Persino Giosuè Carducci, da molti critici ormai particolarmente sofferto, risulta essere maggiormente trattato di Grazia Deledda.

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Il motivo rimane un mistero, e non pensiamo sia derubricabile unicamente a una questione di genere. Bisognerebbe approfondire i criteri che informano le curatele dei testi, e prima ancora quelli che orientano i programmi ministeriali. Compendiare la storia della letteratura italiana è un’impresa titanica, ogni autore per essere compreso appieno avrebbe bisogno di un corso monografico come quelli che si dedicano – ancora, e si spera per molto – nelle università. Ma un minimo di attenzione andrebbe rivolta a Grazia Deledda, anche solo per sapere chi fosse e quanto abbia dato a se stessa e a tutta la tradizione nostrana.

La sua apparizione, negli ultimi del secolo, poteva apparire tarda e contraddittoria, con quell’immediatezza riflessiva che emerge con forza dai primi romanzi, che dispongono la narrazione negli schemi offerti dalla narrativa francese, con Alexandre Dumas padre a capitanare una schiera di scrittori che rivoluzionarono l’Ottocento letterario. I lettori leggevano Anime oneste e Fiori di Sardegna in chiave di letteratura documentaria, accusandola anzi di scarsa obiettività quando indagava il destino eterno – nel bene e nel mare – dei suoi personaggi di fantasia.

Ma non era una Sardegna documentaria quella che Grazia Deledda dipingeva, ma un luogo mitico che andava a scoprire dietro le esperienze sensibili. Non si trattava di documentarismo, né unicamente di uno stile narrativo e scabro. La sostanza della sua letteratura era quella di non fermarsi mai alle apparenze, né allo svago, né al compito, errato, dell’arte come intrattenimento.

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Supportata, nonostante tutto, da un’inesauribile fiducia nella condizione umana, poneva al centro della sua opera la verità, insistendo sul paragone del mondo con la fantasia, che è luce della realtà. Con la scoperta poetica di Elias Portulu e Cenere, Grazia Deledda disegnava un itinerario nell’uomo inseguendo, tra paura e speranza, la traccia di morte che lascia sulla terra l’amore tradito. E a questo dittico ne (con)seguiva un altro, quello dell’Edera e di Canne al vento, ritratti sullo sfondo di una decadenza quasi endemica, religiosamente interpretata.

Ma la Deledda, nella sua ultima maniera, si allontanava deliberatamente dall’ambiente sardo e tentava di riassumere, in figure simboliche, la verità di cui si era fatta consapevole. Segreto del’uomo solitario, Annalena Belsini, Danza della collana chiudevano in figurazioni simboliche il senso tragico dell’anima. Tutto, per Grazia Deledda era realtà e fantasia, favola e historia. È per questo che in lei, assai più che altrove, risiede la ripresa, e il paragone, per la narrativa le segue. 

 

 

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