Tra le mura di una
strada verticale

di Francesca Leali.

condominio cuori infranti

Il condominio dei cuori infranti è l’ultimo film di Samuel Benchetrit, che scrive la desertificazione dell’anima urbana. Schegge di vite gettate, a marcire in case che sanno di strade su cui si sono smarrite. Sono figure atone stagliate su uno sfondo grigio di disfacimento e verde di malattia. Sono personaggi a caso, pescati su gradini progressivi ma sempre in basso di una, di ogni, ipotetica piramide sociale. Sono sedici o trenta o sessanta o quaranta gli anni di questa umanità sospesa, tra un limbo di non-sense e pochi forti sprazzi di sentimento autentico.

C’è un ragazzo orfano d’affetto che vive con la madre, la cui assenza è riempita della presenza di una vecchia attrice di mezza età, che pensa che non potrà stupire mai più nessuno. Ci sono gambe che circolano senza sosta su una cyclette al primo piano, azioniste di un corpo depresso e di un’anima vituperata alle riunioni condominiali. Di un brizzolato che cerca il primo amore, bislacco e impacciato. Poi c’è un astronauta della NASA, che atterra sul tetto di questo condominio dei cuori infranti, in un altrove che si trova alle porte di Parigi. Sono le rughe amorose di un’anziana marocchina a sorridergli per prime in una terra di cui non capisce le parole. È un po’ la solidarietà dei disperati, che versa maree di couscous su mondi che funzionano a fastfood. Che impone l’affetto del nucleo familiare a cuori temprati dalla gravità dello spazio.

È un’umanità scardinata e che vive dentro una scatola di asfalto di infiniti piani. E ai campanelli delle porte sta scritto-non scritto che vi abitano tante vite spezzate da mancanze. Di genitori che sono persone giuridiche, ma che preparano un pranzo di banconote, di carriere cominciate con la rincorsa, che portano a girare a caso, di vite scapigliate dalle tante sfumature di grigio, dove il silenzio è sempre vuoto e mai affetto. Ci sono i ladruncoli e i furbetti, quelli svogliati a scuola che nella vita se la cavano, facendo la spola tra la strada e la prigione. Ci sono i giovanotti dopati di sogni di glorie epiche, che hanno dimenticato la dolcezza di un affetto sulla pelle. Ci sono vecchie signore che hanno vissuto una vita di alienazione, perché migrante il cuore rimane sempre in una casa straniera.

Bisognerebbe fare mille orecchie alle pagine di questo racconto vero. Per ogni ritratto forte, che fa centro. Il condominio dei cuori infranti è il quinto film del francese Benchetrit, girato su Les Chroniques de l’Asphalte, il suo romanzo semi-biografico in cinque volumi. È una commedia sociale che scrive straordinariamente la surrealtà del reale. Il film denuda in macchina episodi di una vita spoglia, di un’infanzia deserta. Le inquadrature lunghe, lente, lontane, catturano momenti infiniti di silenzio e vuoto, di quel vuoto che forse riempiva quella sua, originaria, banlieue, a Champigny-sur-Marne. Atoni e afoni, capita però che i personaggi lacrimino sentimenti. È proprio quel loro assurdo silenzio, a vibrare emozioni tese. È un grido mai lanciato, che chiede amore più disperatamente di qualunque SOS. È una poesia di abbandono, tragicomica, politica, sociale, ma soprattutto immanentemente, incredibilmente, umana.

Sono autoironici e buffi questi puzzle di gente ridotta a macchiette. Dicono frasi sospese, e indossano abiti che etichettano la loro categoria sociale. I loro gesti sono lenti, consueti, e scaricano nella ritualità del vivere quotidiano tutto il buco nero della loro mancanza. È un equilibrio instabile, che attira altre anime galleggianti. È un toccarsi morbido di salvagenti, che nello scontro si sballottolano un po’, ma poi insieme, alla fine, è tanto più facile raggiungere la riva. È molto più divertente andare alla deriva.

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