Mondi in contrasto
in contrasti di colore:
Steve McCurry racconta

Steve McCurry ha schiaffato su carta un mondo bello fino alle lacrime. Le sue foto sono condensati di emozione palpabile, che pizzicano corde di vite pregne, e richiamano all’ordine anche le esistenze più atone, grigiamente occidentali. Il fotografo è in giro per l’Italia per un ciclo di presentazioni del nuovo volume Il mondo di Steve McCurry, in cui si racconta a Gianni Riotta. Il 20 ottobre era a Palazzo Bo, a Padova, di fronte a centinaia di studenti e sullo schermo di altrettanti e anche più, che lo seguivano in diretta streaming su youtube.

Steve McCurry - Rajastan, India. Fonte: www.incredibilia.it
Rajastan, India. Fonte: www.incredibilia.it

Raccontandosi a due insigni professori, Steve ricorda che è partito da niente a finire poi con quel fagotto di un tutto vivissimo: la sua passione cresce in un piccolo giornale, di quelli che sembra destino che non pasceranno mai gloria. E invece a volte qualcosa non va come deve andare, e il fotografo si trova in poco tempo a spostare grumi densi di emozione e ad attivare gruppi enormi di persone. La sua macchina è un dado che rotola e atterra sempre in piedi, segnando un numero diverso su ogni suolo su cui si posa, placido, a impressionare. Racconta la guerra, l’ambiente, la società, la cultura sul filo rosso del concetto di crisi. Guerra civile, crisi ambientale, crisi economica e culturale. Cerca un cosmo in ogni fermo immagine, un karma universale che pervada ogni interstizio di realtà.

Steve McCurry - Girl with Green Shawl, Peshawar, Pakistan, 2002. Fonte: http://www.artnoise.it/
Girl with Green Shawl, Peshawar, Pakistan, 2002. Fonte: http://www.artnoise.it/

Steve McCurry si è drogato di viaggi dall’età di diciannove anni, iniziando a sguazzare nella pasta e nel fango delle vite degli altri. Si è nutrito di un equilibrismo tra fotografia d’azione e flânerie per disegnare con la luce eleganti umanità memorabili, memorie di popoli universali e senza tempo. Henri Cartier-Bresson gli diceva di mettere il mondo in bianco e nero, ma lui non ha mai voluto spegnere il fuoco dei colori, di un colore che dà calore. È un cacciatore di icone, che dice della necessità, per ogni generazione, di crearsene di nuove. La sua è fotografia militante contro l’oblio, in un frangente storico che mangia sulle carcasse delle emozioni di ieri, che continuamente si rigenera e perde il suo passato.

Ci vuole una carica immensa per non farsi scaricare dal recidivo reiterarsi degli stessi drammi, delle tragedie che estirpate continuano a rinascere dalle ceneri. Il male è uno strato di suolo continuamente sotto i nostri piedi, che richiede una lotta continua, che non rinunci mai a urlare al cielo il ciclo vizioso dei suoi dolori. È una militanza che necessita di rigenerare continuamente le forze, di riprogettare incessantemente nuove icone d’accusa.

Tailor carries his sewing machine through monsoon floodwaters. Fonte: www.mucsarnok.hu
Tailor carries his sewing machine through monsoon floodwaters.
Fonte: www.mucsarnok.hu

Hanno una bellezza schiacciante le fotografie di momenti orribili, è un sublime epico quello del dolore estremo. Steve McCurry racconta storie con la carica di leggende, che impattano sulla nostra staticità rassicurante di abitanti di mondi “civilizzati”. Sono drammi ritornanti, come ritornante è la bontà gratuita delle povere anime che si incontrano su strade disastrate.

Jodhpur, Rajasthan, India, 2007. Fonte: www.icp.org
Jodhpur, Rajasthan, India, 2007. Fonte: www.icp.org

Steve McCurry è un fotografo di frontiera, che cammina sulle linee instabili di confini evanescenti. Sono sempre uguali le persone che vivono su bombe di conflittualità che costantemente minacciano di deflagrare. Selvagge, corrotte, precarie, insicure, mischiate invece a tante troppo assurdamente belle. Molti dei paesi che figurano nelle sue immagini sono nazioni decolonizzate, che vanno a gambero e reintroducono divieti iconoclasti. Sotto piogge di minacce e permessi negati, Steve si è sempre aggrappato al suo dovere di documentare. La fotografia legge la realtà e ne ricompone i tasselli, ricreandola, reinterpretandola. Le qualità richieste per fare della buona fotografia si riducono semplicemente a un esserci a trecentosessanta gradi, i sensi costantemente all’erta. È un viaggio come una lettura, che C.S. Lewis (citazione introduttiva al suo volume Leggere) definisce come tiepida consolazione del non essere soli.

Rio de Janeiro, Brasile, 2009. Fonte: www.stevemccurryicons.it
Rio de Janeiro, Brasile, 2009. Fonte: www.stevemccurryicons.it

Come tutti i corridori, anche Steve McCurry è indomabile, non si fa salire in groppa e non si lascia cavalcare. Si inquadra artista e non ama lavorare per riviste e giornali. Vive i suoi progetti divertendosi, e li sceglie in virtù di ciò che piace a lui. È una libertà piena maturata con l’anzianità, forte dell’esperienza di chi da giovane stillava gocce di sudore a destra e a manca. Il fotografo ha lavorato, per guadagnarsi la possibilità di scegliere. Ora la vuole esercitare appieno, e tra i posti che potenzialmente lo seducono ci sono Russia, Birmania, Tibet, Madagascar, e forse, infine e finalmente, il suo paese. Vorrebbe consegnargli un suo progetto, prima di morire.

Afghanista. Fonte: www.audreyworldnews.com
Afghanista. Fonte: www.audreyworldnews.com

Per fare una bella foto, bisogna essere dei sentimentali. Sensibili sentimentali, che entrano subito in confidenza anche con il diverso, con una terra e delle persone dai colori che non riconoscono. «Conta più il viaggio della destinazione», stradetto ma sempre così maledettamente vero. E mentre si va si deve essere in armonia, con se stessi, con gli altri, con il mondo. È un lasciarsi trasportare sulle onde vibranti della comunicazione non verbale. Confondersi con l’ambiente, essere invisibile, aspettare a lungo, che si schiuda la congiuntura perfetta.

Weligama, Sri Lanka, 1995. Fonte: www.lavenaria.it
Weligama, Sri Lanka, 1995. Fonte: www.lavenaria.it

 

Condividi: