Miles Davis, il principe delle tenebre

Miles Davis è un amalgama incandescente di cultura pop e irriverente innovazione, una vertigine che sta sempre sul pezzo, mentre lo reinventa. Nasce ad Alton il 26 maggio 1926, con un’impronta caratteriale schiva, insicura, scontrosa, che graffia quando non sa come reagire. Ma c’è una sensibilità, grande, sotto la scorza fintamente dura, che vibra controllata, solistica, nella sua musica. È il principe delle tenebre, ombroso animale notturno che si esibisce soprattutto con l’oscurità, quando suona fino alle cinque del mattino in sedute trascinate con Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk e gli altri musicisti del Minton.

«Preferisco un suono rotondo senza troppo carattere, una voce senza molto tremolo, vibrato o armonici gravi. Se non riesco ad ottenere un suono del genere non riesco a suonare»

Miles Davis Porgy and Bess Recording 1959. Fonte: jazzinphoto.wordpress.com

Lo strumento che impugna, dall’età di tredici anni, è la tromba. Dopo il diploma e un dentro e fuori dai locali jazz di St. Louis, si trasferisce a New York, che pullulava di sale di ballo e locali notturni, ed era il centro nevralgico di tutto il jazz. The Street, la cinquantaduesima strada, calamitava la vita notturna. Era un periodo di notti bianche deliranti in jam session improvvisate, che calamitavano tutti i protagonisti della scena bepop. A mescolarsi a questo fertile underground, Miles arriva ben presto a mal sopportare le lezioni troppo dritte, troppo “bianche” della Juilliard School of Music, inquadrata per lo più in senso tradizionalista. I corsi alla Juilliard, anche se abbandonati, avviteranno per gli anni a venire il talento di Miles su una solida conoscenza teorica.

« Non credo avessero capito che non mi sentivo pronto a diventare un ricordo e a entrare nel cosiddetto catalogo dei classici Columbia. […] Volevo cambiare strada. Dovevo cambiare strada, se volevo continuare ad amare e a credere nella musica che facevo».

Miles Davis al piano. Fonte: jazzinphoto.wordpress.com

Il suo suono ha un tratto inconfondibile, come la voce, che non potrebbe essere di nessun altro. Raschiante, rauca, effetto collaterale, a detta sua, di un’invettiva contro un procuratore discografico pochi giorni dopo un’operazione alla laringe.

Birth of the Cool è registrato tra il 1949 e il 1950 e nasce dall’esperienza bepop. Negli anni successivi Miles si chiude nella stanza buia dell’eroina, come molti musicisti jazz del suo tempo. Ne esce nel 1954, quando mette in piedi un sestetto pazzesco, con John Coltrane e Cannonball Adderley. I pezzi di questi anni sono storia: nel 1959 esce Kind of Blue.

Miles Davis mano e tromba. Fonte: jazzinphoto.wordpress.com

Svicolando il free-jazz, che vede artificioso, inizia a saggiare il rock e la strumentazione elettrica, che lo catapulta nella scena del West Coast con il suo rock psichedelico. A jazz rock e fusion spalancano le porte album come In a Silent Way e Bitches Brew. Continua a impastarsi di contaminazioni: con funk, pop, elettronica.

Dedica una cura minuziosa alla costruzione della sua immagine pubblica, di quella che venderà inguantata in coloratissimi vestiti Versace negli ultimi anni. È sacra la sua icona, e continuamente reinventata nei rituali che la accompagnano. Eppure, per quanto imbrigliato nelle trame dei megaconcerti e dell’industria dello spettacolo, non scade nella ripetitività ossessiva e atona di se stesso.

Miles Davis. Fonte: jazzinphoto.wordpress.com

Miles Davis è forza che continuamente si rigenera nella composizione. Innova, svecchia, e forma nuovi musicisti che hanno del potenziale, che sboccerà con lui o dopo di lui, di certo in buona parte grazie a lui. Si supera e si ricrea, anche dopo il successo rock, quando passa a una sonorità totalmente elettrica. Con la critica fa il muso duro, e prosegue per la sua strada, nonostante le ostilità.

Con altalenanti voragini buie di droga e depressione, continua a vivere sui palchi fino a pochi mesi dalla morte, che lo coglie a Santa Monica, in California, il 28 settembre 1991.

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