Mauri-Sturno: doppio Edipo

Edipo prima e dopo. Due ore e mezza per immergersi nell’orrore di Tebe, alle radici dell’Occidente e del suo interrogarsi sull’esistenza e il mistero della condizione umana. È questo il viaggio promesso dalla storica compagnia di Glauco Mauri e Roberto Sturno, che ritorna a un classico, riproponendo in veste rinnovata il dittico Edipo re – Edipo a Colono di Sofocle.

I due testi sono affiancati e posti in dialogo secondo un filo di linearità che naturalmente impone tagli e sforbiciate, soprattutto – come spesso avviene in Italia – ai danni del Coro, ridotto a una voce sola ed espropriato non solo dell’idea di danza e canto collettivo, ma anche di quella potenza deflagrante e lirica propria del ruolo. Fra il pubblico, i grecisti (e non solo) forse speravano in qualche audacia in più, perché la riproposta di un successo già consolidato fosse un’occasione anche per far risuonare il testo nelle sue corde più profonde. Si è puntato invece al ritmo scorrevole del narrativo, trascinante soprattutto nella prima parte, attraverso ritmi calibrati di sviluppo e suspence che hanno catturato anche i numerosi studenti: «Prof, sembra un thriller» sussurrava qualcuno. Ed è rimasto sorpreso chi si aspettava la solennità di una recitazione enfatica in pepli e coturni, la patina antiquata di parole polverose e un po’ noiose. Il grande pregio dell’allestimento è infatti la capacità di rendere Sofocle attuale, in grado di parlare alla generazione 2.0 senza effetti speciali o forzature, grazie a una recitazione composta, mai urlata e sopra le righe. «Edipo come uno di noi»: l’eroe che ha sconfitto la Sfinge, il re che indaga senza sosta il “chi sono?”, alla ricerca della verità che sarà rivelazione dell’orrore più indicibile, la doppia colpa di parricidio e incesto, subìta più che compiuta, perché l’Edipo sofocleo è un colpevole inconsapevole e innocente.

Gli attori sono impegnati in un duplice ruolo: il re Edipo è interpretato con grande sicurezza e bravura da Roberto Sturno mentre Glauco Mauri, ottantasei anni portati con vitalità, forza vocale ed esperienza, sarà l’anziano Edipo cieco e in esilio. Da segnalare inoltre Elena Arvigo, prima Giocasta e poi Antigone, Ivan Alovisio è il Coro e poi un convincente Polinice, Mauro Mandolini esuberante e inconsapevole pastore e poi un borioso Creonte.

Giocasta (Elena Arvigo) © Manuela Giusto
Giocasta (Elena Arvigo)

Il primo segmento porta la firma del regista Andrea Baracco ed è il più riuscito per compattezza, andamento ritmico e scelte visive. Ad esempio l’incipit, sfruttando le metafore del testo sofocleo, delinea una visione da post-apocalisse: preda della peste, Tebe naufraga nel mare di una tempesta di sventure e l’atmosfera plumbea viene resa da una pioggia vera, che cade a riempire una fossa, chiara metafora della morte e dell’abisso-orrore della conoscenza. Creonte, vestito come un damerino e con le scarpe di vernice, se ne tiene lontano, fermo e sicuro delle sue certezze, mentre l’inquieto Edipo-Sturno prima la attraversa con sicurezza nervosa su una passerella, ma poi sprofonda, così come avviene per Giocasta, che vacilla malferma e poi si abbandona tutta nell’acqua, proprio quando diventa chiaro che «dal marito ha partorito marito, dal figlio altri figli».

Il palazzo è una parete di lamiera scura su cui viaggiano ombre e proiezioni. Uno dei momenti più toccanti è la figurazione scenica che accompagna il terribile resoconto del messaggero: la struttura si squarcia e Giocasta comincia a scendere una pedana, lo sguardo fisso nel vuoto, mentre dal collo si srotola una lunghissima sciarpa. È la discesa inevitabile verso l’Ade e la delicata poesia di quel velo è segno del cappio del suicidio e anche corda di disperazione a cui si aggrappa Edipo mentre, accecato, muove i primi passi barcollanti.

Edipo (Roberto Sturno) © Manuela Giusto
Edipo (Roberto Sturno)

La seconda parte (regia dello stesso Mauri) ha per protagonista un Edipo anziano e cieco, giunto insieme alla figlia Antigone a Colono, quartiere di Atene. Non più movimenti tesi e nervosi, ma stasi, abiti che ricordano costumi antichi, cromatismi bianchi e violacei, volumi astratti e minimali. I personaggi in scena sono celati sotto gli ampi costumi del coro degli Ateniesi, simili a druidi o iniziati di una setta misteriosa: un mantello o un cappuccio che ricade all’indietro svela la loro identità, annullando in modo efficace tempi e modalità di entrate-uscite. Il sacro bosco delle Eumenidi è composto da una struttura a cubi che evoca il razionalismo marmoreo di Atene: qui siede come su un trono il cieco e canuto Edipo-Mauri, dalla mirabile tenuta scenica.

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Gli orrori del passato lo perseguitano ancora con lampi di disperazione sofferta e impeti d’ira che ricadono però come spossati. Circondato dai figli-fratelli, il parricida è ora un padre-patriarca mancato. Immobile di fronte alle preghiere del figlio o (quasi come un re Lear) rancoroso mentre gli rinfaccia di essere stato da lui stesso bandito, sembra però perso in pensieri lontani. Alla fine lascia la scena indicando un grosso volume: sarà non a caso Sturno, il precedente Edipo giovane, a leggere da quel libro la sua misteriosa e placida fine e sarà Mauri, in una sorta di ideale staffetta, a chiudere il sipario. Fine di un’opera, ma inizio di infinite interpretazioni.

Edipo re – Edipo a Colono
di Sofocle

con Glauco Mauri e Roberto Sturno
regie di Andrea Baracco e Glauco Mauri
produzione Compagnia Mauri Sturno
Teatro Franco Parenti, Milano
23 novembre – 4 dicembre 2016

 

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.