Malgrado tutto si finisce
per diventare se stessi

Il timore della delusione ha stretto per mesi il cuore dei fan di David Foster Wallace. Le notizie parziali, gli stralci di trailer, le frasi estrapolate qua e là hanno generato quel terribile dissidio tra curiosità e paura delle scottature che da sempre accompagna l’uscita di un film tratto da un libro che si è amato profondamente. Ma stavolta il testo non era un testo qualsiasi e il personaggio principale non era un generico X indefinito ma Lui, il più straordinario autore americano dell’ultima generazione, quello che con una formula orrida i giornali hanno iniziato a chiamare “rock star della letteratura”. Trovarsi davanti a un Wallace non Wallace poteva portare con sé tutti i rischi del caso e la paura di assistere a un patetico ritratto encomiastico ha fatto sì che ci si muovesse con i piedi di piombo nello scivoloso sentiero dell’entusiasmo. Jason Segel deve aver sentito su di sé il gravoso peso di chi si trova ad invidiare Atlante per la facilità con cui sorregge il mondo e James Ponsoldt, regista del film, avrà dovuto fare i conti con se stesso prima di rischiare di esporsi al fucili puntati del pubblico che non perdona. Eppure, nonostante la gravosa salita da percorrere nel buio, The end of the tour ha preso forma nel modo migliore possibile: mostrandosi onesto.

Jess Eisenberg e Jason Segel serietvinside.altervista.org
Jess Eisenberg e Jason Segel
serietvinside.altervista.org

La velleità tipica dei cineasti di strafare stravolgendo trame e ordini originali è stata la causa del fallimento manierista di tante pellicole di oggi. La fedeltà al testo di partenza, ove necessaria, è stata più volte vista come un attacco all’autonomia del regista, un affronto senza pudore alla sua capacità creatrice. Inutile citare i casi più noti, ma basterebbe pensare agli ultimi adattamenti shakespeariani per vedere la volontà di potenza dei cineasti contemporanei in tutta la sua ampollosità. James Ponsoldt è tornato indietro eppure, paradossalmente, ha fatto un enorme balzo in avanti.

Come diventare se stessi (il cui titolo originario, decisamente più calzante è Although of Course You End Up Becoming Yourself) è un libro da leggere staccando la spina dal mondo, dopo aver fatto la spesa per una settimana e essersi procurati qualcosa da bere che duri fino a sera. È quello che molti hanno definito “il testamento spirituale” di David Foster Wallace e chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la seconda vita che la letteratura genera sa bene che stravolgere un testo del genere (che, per altro, è la sbobinatura di un’intervista) sarebbe stato un folle atto suicida. Ecco allora che The end of the tour si muove sui binari del già accaduto, del narrato e letto, senza azzardare rivisitazioni o omaggi sbilanciati e falsati. Perché raccontare David Foster Wallace non è solo difficile ma è quasi impossibile. Ci è riuscito David Lipsky solo perché a parlare era l’autore, attraverso le proprie risposte. E ci riesce ora Ponsoldt, attraverso Segel, finalmente liberato dalla prigione strettissima di How I Met Your Mother.

www.indie-zone.it
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Il film segue fedelmente le cinque giornate del 1996 in cui Lipsky (Jesse Eisenberg) raggiunge e intervista Wallace (Jason Segel) impegnato nel tour promozionale di Infinite Jest. L’occasione è un incontro di anime, un confronto tra moderni Mozart e Salieri che, malgrado tutto, finiscono per diventare loro stessi. Lipsky, come noto, pubblicò solo dopo il suicidio dell’autore la lunga intervista perché, nonostante il siderale abisso tra i due, il sottile filo rosso che si era creato fra loro poneva l’intervistatore in una sorta di debito morale nei confronti di quel suo idolo tanto geniale quanto fragile. Uno scrittore che gli stessi fan hanno trasformato in rock (o pop?) star, in santino da teca, in edicola da pregare nel buon nome della cultura da social network. Un antidivo trasformato in mito, quando in realtà la sua profonda fragilità lo portava a nascondersi da qualsiasi etichetta di idolo generazionale. The end of the tour non fa che ricordarcelo, soffermandosi con delicatezza su quel lato umano che, ancor più dei suoi testi, dà l’impressione da Lipsky e a noi di averlo conosciuto davvero.

David diventa per il suo omonimo un fratello maggiore, con quella sottile rivalità che caratterizza i quasi coetanei ma li spinge a parlare del mondo, delle ragazze, del sesso, di musica e letteratura. Si percepisce la voglia dell’intervistatore di essere intervistato, il suo senso d’inferiorità dinnanzi a quel pilastro di quattro anni più grande e dall’intelligenza devastante. Ma si avverte anche il perenne disagio di questi, il timore di affrontare il discorso della dipendenza, il sottile desiderio di trovarsi lui, davvero, nei panni dell’altro («Non credo tu voglia essere me» dirà a Lipsky). «Lui voleva più di ciò che aveva, io volevo precisamente ciò che lui aveva già» sintetizza il giovane cronista di Rolling Stone ma quel “di più” per Wallace era altro rispetto alla concezione comune. Lo capirà Lipsky, mentre anni dopo parlerà commosso alla presentazione del libro. Lo capiremo forse noi un giorno quando, finalmente, smetteremo di cannibalizzare chi di tanti riflettori non sentiva l’esigenza. Perché davvero, malgrado tutto, si finisce per diventare se stessi.

whatson.bfi.org.uk
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