“Madonna” di Edvard Munch:
tra sacro e profano

A sinistra: Edvard Munch, "Madonna", 1894-85, olio su tela, 91×70,5 cm, Munch Museum ©, Oslo. A destra: Edvard Munch, "Madonna", 1896, litografia, 60,5 x 44,7 cm, Munch Museum ©, Oslo.
A sinistra: Edvard Munch, “Madonna”, 1894-95, olio su tela, 91×70,5 cm, Munch Museum ©, Oslo.
A destra: Edvard Munch, “Madonna”, 1896, litografia, 60,5 x 44,7 cm, Munch Museum ©, Oslo.

Se si pensa a un quadro rappresentante la Madonna, probabilmente si immaginerà una ragazza casta, con un velo – presumibilmente azzurro o bianco – che le copre i capelli e un’aria particolarmente innocente. Eppure, Edvard Munch (1863 – 1944), pittore espressionista norvegese, rielabora questo ideale in modo totalmente nuovo e inaspettato, seguendo il suo stile tormentato in cui vita e morte, passione e angoscia si mescolano tra loro.

Madonna di Edvard Munch (91×70.5 cm, olio su tela) è custodita al Museo Munch di Oslo. Il pittore amava ripetersi e riprodurre più volte lo stesso soggetto con piccole variazioni, così come erano soliti fare gli Impressionisti – pur appartenendo alla corrente espressionista. Così, Madonna fu realizzata in ben quattro versioni a olio e in varie litografie, il tutto in soli due anni, il 1894 e il 1895.

L’opera intreccia abilmente sacro e profano: il titolo rimanda ovviamente alla Vergine Maria, ma la sua rappresentazione non è delle più classiche. Se la figura della Madonna di solito è rappresentata da una donna timida e candida, Munch stravolge questo ideale proponendo un’interpretazione completamente nuova. La donna, raffigurata dall’ombelico in su, è infatti nuda e dalle forme sinuose, la pelle è pallida, cadaverica, le braccia sono piegate dietro alla testa, i lunghi capelli neri sembrano spargersi sulla tela come tentacoli (come del resto accade nell’opera Il Vampiro) e il volto, reclinato all’indietro, mostra un’estasi non del tutto casta, quasi sensuale: una caratteristica tutta nuova che stride – pur restando di grande effetto – con la verginità della Madonna più tradizionale. La figura è poi contornata da linee ondeggianti che sottolineano ulteriormente la sensualità del corpo. L’effetto di queste linee è ancor più visibile nella litografia dello stesso soggetto, dove la donna ha un’aria ancor più peccaminosa e provocante.

C’è poi un’aureola che incorona la donna: non la classica aureola angelica, ma un cerchio rosso che può legarsi sia alla passione sia al sangue, dandole in questo modo un’aria profana. Il rosso d’altra parte è il colore dominante insieme al nero in quest’opera (e in molte altre opere di Munch), probabilmente un riferimento a eros e thanatos, amore e morte, godimento e – immancabile – sofferenza.

Se i dipinti intitolati Madonna erano già di per sé innovativi per il loro inaspettato eros, lo sono ancora di più le litografie dello stesso soggetto, in cui Munch poteva esprimersi liberamente senza temere la censura. In una di esse, per esempio, l’artista disegna una cornice rossa percorsa da degli spermatozoi, mentre in un angolo è rannicchiato un macabro e infelice embrione che per certi versi ricorda il protagonista de L’urlo. La figura della donna è più stilizzata, ma ugualmente impudica, mentre in generale la litografia, proprio per la presenza della cornice e dei suoi simboli, è considerata più allegorica rispetto all’originale. Cosa poi stiano a simboleggiare il feto e gli spermatozoi non è facile dirlo: forse la vita che nasce dal piacere (e dal peccato); forse la morte – essendo il feto fuori dal grembo materno – e la condanna all’infelicità; forse la contaminazione del male che feconda ogni cosa. Quel che è certo è che la Vergine ritratta da Munch ha perso il suo velo di castità: è provocante ma ripugnante al tempo stesso, seducente e macabra.

Dando un’interpretazione religiosa, con quest’opera si assiste a una vera e propria demistificazione del Cristianesimo: le icone religiose vengono “profanate” rendendole umane e comuni. Tra la Madonna ritratta da Munch e alcune prostitute/modelle, non vi è alcuna differenza. Suo figlio, Gesù, è un feto raccapricciante e desolato, non più il salvatore del mondo. È la crisi della tradizione, il crollo delle certezze secolari in una società che sempre più si avvicina al XX secolo, dove la spiritualità verrà abbandonata per la tecnologia e il consumismo.

Coi suoi toni cupi tipici di Munch, le varie versioni di Madonna riescono a essere affascinante quanto dissacranti, oscure quanto provocatorie. Le parole dell’artista stesso descrivono perfettamente l’opera e l’atmosfera di vita e morte che la caratterizza: «La pausa nella quale il mondo arresta il proprio corso / Il tuo aspetto racchiude tutta la bellezza della terra / Le tue labbra crèmisi come il frutto che matura / si allontanano l’una dall’altra come se soffrissero / Il sorriso di un cadavere / Adesso la vita porge la mano alla morte / Viene chiusa la catena che unisce mille generazioni / di morti a mille generazioni future».

 

 

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1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.