artemisia gentileschi

L’eterna e coraggiosa passione di Artemisia Gentileschi

Nel tempo in cui persino una delle violenze più celebri può diventare un romanzo erotico, negli anni in cui le parole hanno perso il loro significato, trapassando di campo semantico in altro mischiandosi in una nebulosa attenuante, Agostino Tassi, lo “stupratore” – tra virgolette, sì, come fosse stupro ma non troppo –  di Artemisia Gentileschi, può finire quasi riabilitato.

A stroncare il romanzo (pubblicato, tra l’altro, da un’importante casa editrice specializzata in pubblicazioni d’arte) ci ha pensato egregiamente, e senza troppi giri di parole destinati unicamente agli ossi che vale la pena rodere, Michela Murgia. Non è di questo che si deve parlare. O almeno non del Tassi, artista sì affermato ma perfetto rappresentante di una cultura in cui la donna o è meretrice o è consenziente.

È Artemisia che deve essere posta al centro. Artemisia moderna, che seppe lottare contro i pregiudizi di un’epoca, affermarsi con le proprie forze, Albatros regale in volo destinata a essere derisa sulla terra da contemporanei che non sapevano che farsene – come sempre – delle menti superiori.

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Artemisia Gentileschi – Autoritratto come suonatrice di liuto (1615-1617)

Di lei Roberto Longhi parlò come dell’«unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa fosse la pittura, e il colore, e l’impasto, e simili essenzialità…». Li aveva imparati dal padre Orazio, è chiaro, ma ci aveva messo del suo, aggiungendo una carica di dolore e umiliazione che solo chi ha subito un episodio di violenza può trasporre su tela.

L’incontro col Tassi, del resto, avvenuto a soli diciassette anni quando la ragazza lavorava con il padre all’affresco del Casino delle Rose nel Palazzo Pallavicini-Rospigliosi a Roma, cambiò per sempre la sua vita. Lo stupro, il tentativo di un matrimonio riparatore, l’incubo del processo. Per secoli Artemisia Gentileschi è stata ricordata unicamente come la furbetta che voleva incastrare il pittore, l’artista mediocre, antesignana “figlia di” che aveva osato portare in tribunale colui che tutti sapevano defloratore di donne continuando a confondere consciamente seduzione con violenza.

Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi – La ninfa Corsica e il satiro (1635-40)

Artemisia si batté con coraggio e primordiale femminismo, contrappose la verità alle altre verità, subì persino la tortura senza cedere. Tutta l’opinione pubblica contro, ad eccezione dell’amico Giovan Battista Stiattesi e del frate Pietro Giordano. Le false testimonianze, le difese comprate dal Tassi, l’accusa mascherata da neutralità dell’inquilina dei Gentileschi Tuzia, che Artemisia orfana considerava quasi madre, che davanti ai giudici dichiarò: «Più volte ho visto Agostino di solo a solo in camera con detta Artimitia che lei era a letto spogliata e lui stava vestito […] Et io l’ho ripresa più volte in presenza anco del medesimo Agostino e lei mi diceva: “Che volete! Abbadate a voi e non v’impicciate di quel che non vi tocca!”».

Una giovane dai costumi disinibiti, persino una prostituta in certe deposizioni. Non era altro invece che una donna abusata che cercava di farsi giustizia. La ottenne, con la condanna di Tassi e l’esilio di questo a Roma. Ma la vera condannata, in fondo, restò lei. 

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Artemisia Gentileschi – Susanna e i vecchioni (particolare), 1610

I segni, le cicatrici di quell’evento le portò incise nell’anima e nelle sue tele: Susanna e i vecchioni del 1610, Giuditta che decapita Oloferne del 1620, i riferimenti alla solidarietà femminile (tradita da Tuzia) in certi quadri immediatamente successivi al processo.

E proprio Giuditta e Oloferne può essere assunto come emblema perfetto dell’interiorità distrutta di Artemisia Gentilieschi; commissionato da Cosimo II de’ Medici, esposto a Firenze alla Galleria degli Uffizi, il dipinto impressiona per la violenza della scena raffigurata, interpretata, al di là di ogni dubbio, come desiderio di rivalsa per il terribile torto subito. Qui Artemisia trasferisce con forza tutto l’odio per l’oppressore, chiunque esso sia. E l’eroina biblica, per tradizione esempio di virtù e castità, viene così rappresentata proprio nel momento della decapitazione di Oloferne, nemico assiro che la donna aveva sedotto con l’inganno, tutelando però la propria purezza.

Giuditta, che qui ha il volto di Artemisia, esprime odio nei confronti di colui che sta per uccidere con mano ferma, fermandone la testa mentre rivoli di sangue macchiano il letto. Un quadro di un realismo estremo, che finirà relegato in un angolo buio di Palazzo Pitti. Soltanto la mediazione di Galileo Galilei permise ad Artemisia Gentileschi, dopo la morte di Cosimo, di ottenere il compenso pattuito. Soltanto molto tempo dopo l’opera farà mostra di sé in tutto lo spazio che essa meritava.

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Artemisia Gentileschi – Giuditta che decapita Oloferne (1620)

È un po’ il destino dei grandi artisti, quello di essere (ri)conosciuti unicamente dopo lunghissimi, se non infiniti, lassi di tempo. E questo è il destino di Artemisia, celebrata in tutta la sua grandezza col passar di tre secoli, ricordata da mostre che ne esaltano il genio ma ancora – e che tristezza dirlo – richiamata ai posteri da scrittori poco avveduti che per qualche copia in più riscriverebbero persino la più triste delle storie.

Per questo il modo migliore di ricordarla è forse, ancora, ripercorrerne la vita. Ammirarne il coraggio, incamerarne la forza. E leggerne sempre la descrizione – questa sì veritiera – che ne fece Anna Banti, lucida e diretta nel suo splendido Artemisia (Sansoni, Firenze, 1947):

«Oltraggiata appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi».

 

 

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