Le storie dell’Impressionismo raccontate a Treviso

Ci vorrebbe uno Iosif Brodskij per ogni città d’Italia, se non del mondo, che con le parole sappia narrare la bellezza dei luoghi nascosti e sconosciuti come fece con Venezia, di certo non ignota, ma ritratta con così grande eleganza di stile, che la voglia di prendere il primo treno per dirigervisi a stento si trattiene. Per chi volesse conoscerne da lontano le meravigliose calli è sufficiente leggere qualche pagine de Le fondamenta degli incurabili e difficilmente non ce ne si innamorerà. Ma non c’è solo Venezia, appunto. E di Iosif Brodskij, altrettanto, la storia di certo non trabocca. Così l’occasione per visitare paesi altri dal nostro può presentarsi per vie secondarie ed indirette. Una bella mostra d’arte, ad esempio, in una bella città. E forse comporterebbe un certo rimorso lasciarsi sfuggire la possibilità e di fare due passi nel centro cittadino di Treviso mentre accoglie una così importante esibizione d’arte come quella che ha nome Storie dell’Impressionismo, dedicata a preamboli, vicende e sviluppi della grande arte Impressionista.

Ospitata nel Museo di Santa Caterina, affiancato all’omonima chiesa (che di per sé meriterebbe una gita a Treviso), la mostra Storie dell’Impressionismo vuole raccontare in 140 opere (dipinti ma anche fotografie) non solo quello che dell’Impressionismo fu l’inizio e in seguito, soprattutto a partire da quel fatidico 1864 che ne segnò la nascita, il successo, ma anche le fondamenta artistiche che ne costituirono il necessario presupposto. E la meditata e ben costruita disposizione delle opere ha il pregio di accompagnare quasi manu lo spettatore attraverso le numerose stanze, l’ultima delle quali accoglie capolavori come Covoni, effetto di neve di Claude MonetLe bagnanti di Paul Cézanne.

Paul Cézanne, Bagnanti, 1895 circa, olio su tela, cm 47 x 77, Copenhagen, Ordrupgaard

Risalendo all’indietro, viceversa, l’esposizione dà voce a nomi come Eugene Delàcroix, che tanto aveva interessato gli autori a lui successivi fino a Vincent Van Gogh, con il meraviglioso ritratto di George Sand.

Eugène Delacroix, Gerge Sand, 1839, olio su tela, cm 79 x 57, Copenaghen, Ordrupgaard

Non si tratta dunque, semplicemente, di ammirare l’eterna bellezza di opere che oltrepassano il tempo, quanto piuttosto di esperire in concreto il passaggio da un’epoca per così dire accademica, che trova il suo rappresentante di maggior spicco in William-Adolphe Bouguereau, a ciò che l’Impressionismo diverrà. Una «tavola sinottica dell’epoca», dove a parlare per contrapposizioni sono gli artisti del Salon e altresì i grandi Van Gogh, Monet, Manet, Cézanne.

Già dalla prima sezione della mostra (intitolata Lo sguardo e il silenzio e dedicata al ritratto), s’intuisce la netta cesura che separa  la copia dell’Autoritratto di Raffaello dipinta da Jean-Auguste-Dominique Ingres, dal meraviglioso Gli antenati di Tehamana di Paul Gauguin. Giacché con Ingres è l’attaccamento alla disciplina degli antichi, fissata nei suoi «confini eterni e indiscutibili del sublime», come lui stesso scrive, a dar vita all’opera, che deve strappare il vero al reale cercando in questo il senso del bello – laddove, come voleva John Keats, «Bellezza è verità, verità bellezza», mentre in Gauguin l’aspetto della verosimiglianza lascia il posto ad un’interpretazione del ritratto forgiata dal sentimento interiore, non dalla volontà di rifarsi ai maestri del passato. Ciò nondimeno la presenza di Ingres testimonia la fondante attitudine ad un realismo che corre nel sottosuolo di tutta la pittura impressionista, talvolta silenziosamente mediato dal sentire dell’anima, ma decisivo in pittori come Manet, Degas o Renoir.

Paul Gauguin, Gli antenati di Tehamana (Merahi metua No Tehamana), 1893, olio su tela, cm 76 x 54, Chicago,  The Art Institute of Chicago

E poi c’è la natura. Natura che in Vincent van Gogh diviene lo straziante linguaggio del suo cuore, emozionale e fisico: il vibrante Cipressi con due figure lascia parlare, nella sua passionalità, prima di tutto il mondo sentimentale  dell’artista olandese e poi la fisicità e pienezza dei dolori patiti tradotti nelle rughe di colore che percorrono l’intero quadro.

Vincent van Gogh, Cipressi con due figure, 1889 olio su tela, cm 91,6 x 72,4, Otterlo, Kröller-Müller Museum

A chiudere l’esposizione si trovano, come già detto, le opere che dall’interno dell’Impressionismo stesso ne sgretoleranno le fondamenta. E tra queste, a tracciare i solchi dei viatici che il Novecento si preoccuperà di percorrere, c’è in prima linea la serie dei Disgeli di Monet segnando la fine del plain air. ora è il lavoro in serie, riportato nel chiuso dello studio, che prende il posto delle sedute all’aria aperta e con questo una concezione della verità non più da intendersi quale istantaneità, ma accolta nella dimensione infinita del tempo.

Claude Monet, Covoni, effetto di neve, 1891, olio su tela, cm 65 x 92, Edimburgo, Scottish National Gallery

Non si pretende con questa breve descrizione  di proporre un resoconto filologico ed esaustivo delle storie che la mostra di Treviso raccoglie; ed anzi, sarebbe un successo se la scarsezza delle informazioni qui date riuscisse ad invogliare a spendere un pomeriggio fra le opere dell’Impressionismo, la cui visione di certo travalica le parole ora spese. Non ci resta che ringraziare Marco Goldin, responsabile dell’organizzazione dell’esposizione, per la bellezza dei dipinti che la mostra accoglie e per la scelta efficace di proporre, come già detto, un percorso fra le opere dell’Impressionismo di natura fortemente didattica, tale da consentire non solo piacere estetico, ma anche l’occasione di inquadrare un’importante svolta artistica, fondamentale per comprendere ciò che la pittura diverrà nei decenni a seguire.

Come diceva Benedetto Croce, «l’arte somiglia al raggio di sole che splende sul buio rivestendolo di luce, e fa chiare le nascoste sembianze delle cose». È solo nella viva esperienza diretta, tuttavia, che la luminosità di un capolavoro (come può essere Mademoiselle Irène Cahen d`Anvers di Renoir) si fa reale, lasciandosi ammirare e sperimentare.

Pierre-Auguste Renoir, Mademoiselle Irène Cahen d`Anvers (La piccola Irene), 1880, olio su tela, cm 65 x 54, Zurigo, Stiftung Sammlung E.G. Bührle

 

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Giovanni Fava

21 anni, studente di Storia e Filosofia presso l'Università di Trento. Vitam impendere vero. Buoni libri. Passeggiate in montagna.