“Ma le parole dove sono?”
Una raccolta di poesie speciale
a cura di una poetessa che insegna

Chandra-Livia-Candiani-per-lEstroVerso-intervista-di-Grazia-Calanna

C’è una maestra speciale che vive a Milano, dove è nata, ma ha origini russe. Si chiama Chandra Livia Candiani, è una poetessa tra le più interessanti sul panorama italiano di oggi: ha pubblicato per diverse case editrici le raccolte in versi Io con vestito leggero, La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo,  La porta, Bevendo il thé con i morti, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, per Einaudi nel 2014.

Chandra Candiani è anche traduttrice di testi buddhisti ed è stata inserita nell’antologia Nuovi poeti italiani 6, curata da Giovanna Rosadini nel 2012 per Einaudi. Ma è soprattutto un’insegnante, che tiene seminari di poesia da ormai otto anni in diverse scuole elementari della sua città. Nell’ultimo periodo la sua attività si è concentrata sulla periferia nord-ovest di Milano, tra via Console Marcello e viale Espinasse. Le classi interessate dai laboratori sono quelle della quarta e quinta elementare. Qui Chandra Candiani ci è finita quasi per caso. Una maestra aveva chiesto di avere un poeta “dal vivo” a scuola e qualcuno ha fatto il suo nome. Di solito un autore va in una scuola, in un convegno, per parlare di sé e del proprio lavoro, al massimo azzardare qualche riflessione sul poetare in generale, in questo caso no. In questo caso la Candiani non ha parlato della propria scrittura, ma ha fatto scrivere i ragazzi. E così racconta in un’intervista che una sua allieva scrisse in un breve tema assegnatole: «Credevo che le poetesse fossero noiosissime, invece questa aveva una vocina piccola piccola e quando ho visto le sue scarpe ho visto che portava forse il 32, quindi è una principessa».

Da questo progetto è nata una raccolta di poesie, dal titolo Ma dove sono le parole?, Le poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano nei seminari di una maestra speciale, edita da Effigie lo scorso anno. Leggere le poesie di questi bambini è un’esperienza straordinaria: all’inizio si stenta quasi a crederci, eppure nulla di ciò che hanno scritto è stato corretto o modificato. Due soli gli strumenti che hanno avuto per le mani: libertà di espressione e fiducia. E l’interesse per l’inatteso, per quello che non si può sapere bene che esito avrà, come le parole nelle mani dei bambini. Chandra Candiani scrive in una riflessione sulla rivista di architettura e design “Abitare”:

«Così giorno per giorno, anno per anno, ho imparato a dimorare nell’inaspettato, non è che mi aspetto di tutto, è che sto in una zona precaria e marginale dove so di non poter controllare quasi niente. E comincio a starci bene. Proprio vivissima. Fa tremare essere vivi, vivissimi fa tremarissimare. A scuola un bambino russo, grande e grosso, che non partecipava mai a nessun lavoro, mi ha avvicinato ciondolando e mi ha chiesto: “Perché l’amore si rompe?”».

E aggiunge che questo genere di esperienza è stato utile anche per la propria poesia, per confrontarsi con chi non ha cardini, non ha regole, non fa niente apposta: i bambini, in particolare i bambini della periferia di una grande città come Milano, in particolare bambini di etnie tra le più varie che coesistono tra loro all’interno delle stesse quattro mura. La lezione imparata è quella di sforzarsi di stare nelle zone scomode, aprirsi all’inaspettato, proprio come i ragazzi che hanno bisogno di sentire che anche a scuola, nell’ora di italiano, ci possono essere sorprese, come quella portata da una poetessa un mattino qualunque.

12614488684_cd13ec6f98_zOtto grandi nuclei tematici suddividono la raccolta: il silenzio, le parole, l’autoritratto, il mondo, l’addio, i grandi, quello che conta, che cosa è poesia. Il testo raccoglie una selezione parziale ma rappresentativa del lavoro svolto dai circa 1400 bambini che negli anni hanno frequentato i seminari della Candiani. Non vengono indicate le scuole di provenienza, né i cognomi, e a volte nemmeno i nomi, dei bambini: le parole contano più dell’anagrafe. I piccoli poeti arrivano dai Paesi più diversi e il metodo utilizzato parte dall’idea che quello che conta non è affatto conoscere molte parole della lingua italiana o della propria lingua madre. Si parte dalle sensazioni e dagli stimoli esterni per cercare di trovare le parole che meglio riescano a renderli. Non si spiega cosa è la poesia, ma si cerca di buttare i ragazzi direttamente dentro il procedimento poetico e la scrittura in versi, così difficile oggi da capire per chi è costretto solo a studiarla memoria o su un manuale.

Il poeta Giallâl ad-Dîn Rûmi, nato nel 1207 nell’attuale Afganistan e morto in Turchia, dove è venerato come un mistico, diceva in suo testo che esistono due tipi di intelligenza:

«Ci sono due tipi di intelligenza: una acquisita/ come lo scolaro memorizza fatti e concetti/dai libri e da quel che il maestro dice/accumulando informazioni dalle scienze tradizionali/come da quelle nuove./ Con questa intelligenza emergi nel mondo/ti collochi davanti o dietro gli altri/in base alla tua competenza nel memorizzare/ l’informazione, con questa intelligenza te ne vai a zonzo/per i campi della conoscenza segnando sempre più/cose sul tuo quaderno di appunti./C’è un altro tipo di quadernetto/uno già completo e custodito dentro di te/una sorgente che straripa dal suo alveo. Una frescura/al centro del petto. Quest’altra intelligenza/non ingiallisce e non ristagna. E’ fluida/e il suo movimento non è da fuori a dentro/ attraverso le condutture di un sapere idraulico/Questo secondo sapere è una fonte/che da dentro di te va verso l’esterno».

Si tratta del sapere poetico, dell’intelligenza delle parole e della capacità di metterle su carta, quello che la Candiani ha cercato di insegnare ai suoi allievi.

Si parte con il tema del silenzio, perché tanto caro alla poetessa-maestra, che nella sua ultima raccolta scrive infatti a tal proposito: «Prediligi / il silenzio che segue la nota / e la rende sconosciuta / e lesta nello sfuggire / ogni via domestica del senso…Ripiega i pensieri / fino a riceverle in pieno / petto risonante / le parole in boccio». Una poesia asciutta dunque, essenziale, che sceglie le parole con cura dopo averne percepito la mancanza, l’esatto opposto, ossia il vuoto silenzioso. I bambini conoscono però, di solito, il silenzio in accezione negativa: come assenza, come comando a cui obbedire. La Candiani vuole insegnare il silenzio che allarga, che dà piacere, come ascolto di sé, del mondo, dell’altro, del tutto di cui facciamo parte, in un’ottica che conferma anche le sue ricerche spirituali.

Il compito affidato agli allievi è quello di aspettare le parole, sbucciarle dall’eccesso, attendere che vengano fuori dal silenzio da cui nascono, senza fretta. A questo si aggiunge l’interesse per il ritorno alle origini, far pensare ai bambini che cosa significa avere radici, sentirsi parte di un luogo determinato, avere dentro di sé quasi nelle cellule la storia di quel posto, per quanto differente sia da quello in cui si vive. Resta la parola la protagonista: ai suoi allevi la Candiani insegna che non esistono limiti nelle parole, che si può fare di tutto con le parole, che la differenza linguistica è un valore e non uno svantaggio. E per chi ancora non sa bene l’italiano il coinvolgimento parte dalla grammatica del corpo, dalla mimica facciale e da un lungo lavoro sulle emozioni che possono uscire fuori sotto forma di parole. Può accadere allora che nelle loro storie si incontri anche il dolore: l’atteggiamento è quello della fiducia e della condivisione, ma soprattutto della “nudità intellettiva“, eliminare preconcetti, giudizi, luoghi comuni, opinioni, chiacchierio della mente. Unico scopo della poetessa all’avvio dei propri seminari è quello di fornire uno strumento, far capire che la poesia e le parole, la letteratura, sono anzitutto un mezzo per leggere il mondo e se stessi, per leggere la storia e quello che è l’uomo nelle sue contraddizioni. La poesia come sapere pratico.

Poi ci sono le poesie dei bambini rom, una sezione dedicata solo a loro. Spiega la Candiani in una intervista delle difficoltà affrontate durante i seminari con i ragazzini di questa etnia. Nessuno voleva stringere loro la mano perché troppo sporchi, ma Paul Celan ha detto che negare una stretta di mano è come negare una poesia e da lì tutti per paura di non poter più scrivere hanno cominciato a stringere la mano anche a loro. I bambini rom parlano spesso della notte nei loro testi, parlano di libertà e di polizia, ma anche di feste e canti. In generale si tratta di testi duri, decisi, fatti di precisione fisica dei sentimenti e delle immagini. Le poesie raccolte nell’ultima sezione sono quelle che precedono lo sgombero dei campi nella periferia milanese, da lì in poi Chandra Candiani non ne ha più incontrato nessuno nelle scuole dove ha insegnato.

La poesia
è una clandestina
che gira di nascosto
per il mondo.
Sei tu maestra
con lo zaino con le campane
le conchiglie e le piume
che se ti fermano i vigili
cosa diranno.
Anonimo, dieci anni

Le mani che scrivono le poesie
sono le stesse mani
che fanno le pulizie.
Ramayana, nove anni.

La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un compleanno bellissimo!
Nashua, nove anni, marocchina.

 

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