Le parole dell’odio,
fra hate speech
e negazionismo

di Alberto Martinengo

hate-speech-is-not-free-speech-2Come fare cose con le parole è il titolo di un libro che il filosofo inglese John Austin pubblicò nel 1962. Era un volume che parlava della forza depositata nel nostro linguaggio: attraverso le parole non descriviamo soltanto il mondo, ma facciamo molte cose in più, per esempio promettiamo, ci impegniamo, chiediamo conto, ci arrabbiamo. Questa forza della lingua – lo dicono ancora i filosofi – è tale che i vocaboli sono in grado di uscire dal dizionario e andare verso la realtà, colpirla, modificarla, spesso piegarla ai nostri interessi. È una forza che diventa “violenza ontologica”, come scriveva Paul Ricoeur.

Nella sfera di parole e immagini che fanno da tessuto ai social e ai blog, questa previsione è ancora più vera. Per la rete che veicola contenuti prodotti dal pubblico dei fruitori, è il tema annoso dello hate speech. Nelle cronache – e nelle nostre stesse esperienze sul web – si tratta del fenomeno degli insulti nascosti dietro a una tastiera, di cui ci accorgiamo solo quando l’insulto diventa incitamento, bullismo, movente di violenza.

Ma la storia parte da più lontano. Almeno da quando abbiamo iniziato a pensare la democrazia come il luogo che ospita libere opinioni, confronti e conflitti tra le interpretazioni. Può infatti esistere una sfera pubblica democratica senza la libertà d’espressione? Naturalmente no. Ma d’altro canto vivere in un’arena democratica significa essere liberi di affermare pubblicamente (sui media, nei libri, nelle università…) che il genere maschile è superiore a quello femminile, o che la schiavitù è giusta, o che i genocidi novecenteschi non sono mai esistiti? Anche in questo caso, riconosciamo che no, non può essere così. E lo percepiamo sempre più, quando lo hate speech esce dalle tastiere e arriva a isolare, a marginalizzare, talvolta a farsi arma.

Naturalmente è difficile tracciare i confini dei “discorsi di incitamento all’odio”. Non solo nel senso che è complicato contenerli e spegnerli; ma anche perché è difficile convincere che non hanno niente a che fare con la libertà d’opinione, così come viaggiare a 200 all’ora in un centro cittadino non c’entra nulla con l’autodeterminazione del guidatore. Pensiamo allo hate speech di stampo omofobo e a quanto sia complesso articolare politicamente un’istanza basilare: cioè che la negazione di eguali diritti a una parte della cittadinanza non sia affatto un’opinione ma semplicemente un reato – come lo è una propaganda basata su differenze di religione, di etnia, di condizione economica.

auschwitzC’è però un modello che esemplifica nella maniera più appariscente il fenomeno dei “discorsi di incitamento all’odio”: è proprio quello del negazionismo rispetto ai genocidi novecenteschi. Si tratta di un fenomeno incomparabile rispetto a qualsiasi atto di negazione della storia, come è unico il suo oggetto, ossia l’Olocausto. Eppure fa vedere nel modo più forte con quale strategia lo hate speech si travesta da libertà di pensiero, da opinione tramandata, talvolta da sedicente “teoria storiografica”: lì si trova uno schema di costruzione della “violenza ontologica” che non ha pari per natura e proporzioni, ma le cui copie sbiadite risuonano talvolta nel razzismo propagandato dalle destre europee o nelle crociate di qualche sentinella dalla postura eretta.

Negli ultimi anni, i parlamenti di parecchi Stati europei si sono mossi contro il negazionismo e la UE lo ha fatto, dal canto suo, nel 2008. Anche in Italia è finalmente in dirittura di arrivo un’iniziativa legislativa che rappresenterà un tassello fondamentale nel ripensamento di questo tema-cardine per la convivenza democratica.

Il reato di negazionismo in Italia: le richieste della società, le risposte della politica è il titolo di un incontro che si svolgerà oggi, giovedì 15 ottobre, alle ore 17, presso la Fondazione Corriere della Sera di Milano (Sala Buzzati, Via Balzan 3 angolo Via S. Marco 21). Ne parleranno Donatella Di Cesare, filosofa e autrice di un libro sul negazionismo (Se Auschwitz è nulla), Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale, e Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera. Qui l’evento Facebook.

 

 

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