Land of mine 1

“Land of Mine”: tragedia sepolta
sotto la sabbia della Danimarca

Una storia sepolta, proprio come le mine del titolo, Land of mine – sotto la sabbia; un capitolo oscuro della storia dell’Europa post Seconda Guerra Mondiale; una tragedia che coinvolge carnefici e vittime, entrambi a far fronte alla medesima realtà nascosta sotto la sabbia della Danimarca.

Land of mine 1

A scavare e a portare alla luce la vicenda ci pensa il regista Martin Zandvlietche approda nel 2015 alla Festa del cinema di Roma con la sua pellicola Land of Mine, col suo sottotitolo italiano Sotto la sabbia. Siamo in Danimarca, nel 1945: la guerra è apparentemente appena finita, ma le sue terribile conseguenze sono ancora lì, pronte ad esplodere, letteralmente.

La pellicola si concentra sulla vicenda di un gruppo di quattordici giovanissimi soldati tedeschi, di età compresa tra i 15 ed i 17 anni, a cui viene imposto, contravvenendo alla Convenzione di Ginevra del ’29, di sminare la zona ovest della costa danese. Affidati al burbero sergente Rasmussen (Roland Møller), che subito ribadisce, a suon di botte e punizioni, come quella sia la «sua terra» (la Land of mine del titolo, che per l’appunto significa anche “la mia terra”), i ragazzi devono disinnescare le mine sepolte dai loro connazionali tedeschi, e pagare sulla propria pelle il prezzo del danno inferto all’Europa ed al mondo dal regime.

Dopo un sommario addestramento, rigorosamente a porte chiuse, per evitare che un compagno rimasto vittima di una deflagrazione inabissi il morale di tutti, Rasmussen fa marciare il suo manipolo sulla sabbia bianca tutte le mattine, dal maggio all’ottobre del 1945. Su di loro, si riversa l’odio di una nazione, incarnata dal sergente-tiranno, che ben presto rivelerà il suo lato umano, riuscendo a scorgere nel giovane Sebastian (Louis Hoffman) un leader carismatico per tutta la banda, nei gemelli Ernst e Werner (Emil e Oskar Bushow) due semplici ragazzini strappati con violenza alle loro sgangherate fantasticherie di fanciulli.

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Pian piano, col proseguire della storia, i “mostri”, i carnefici, non solo diventano le vittima ma, cosa ben più importante, tornano ad essere umani, coi loro drammi interiori, il loro desiderio di tornare a vivere con la loro famiglia, di rivedere la loro mamma – che invocano in preda al dolore ed al panico quando rimangono vittime delle esplosioni – o di iniziare la loro attività di manovali. E, sempre col proseguire del racconto, il regista mette in luce l’aspetto più umano della guerra, mostrando, in un ultimo afflato di libertà, quando ormai il confine tedesco è a poche centinaia di metri, come ci si trovi anzitutto di fronte a esseri umani, prima che a dei nemici.

A farla da padrona, per tutto il film, è la suspense. Sulle loro teste pende una spada di Damocle che non si sa se e quando cadrà: col fiato sospeso vediamo i ragazzi “pungere” il terreno coi loro spuntoni a caccia di mine, sulla punta della poltroncina li vediamo maneggiare, con le loro dita piccole e sottili, i meccanismi che potrebbero stroncare la loro vita da un momento all’altro.

La fotografia, infine, mostra, a dispetto della tensione che permea tutto il film, e che si stempera solo negli ultimi trenta, luminosissimi, secondi, un panorama maestoso, arioso, ben lontano dalla freddezza e dall’aridità della situazione.

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Una vicenda, insomma, tenuta all’oscuro per molto tempo, che non si studia sui libri di scuola, e che la Danimarca ha voluto sotterrare – per l’appunto – perché, di fatto, si tratta di un crimine di guerra, torna, grazie alla pellicola di Zandvliet, ad aprire gli occhi sul lato più umano del conflitto e, suscitando nello spettatore una forte pietas. I colpevoli, secondo la Storia, sono in questo caso coloro che hanno pagato con la propria vita le imperdonabili colpe della loro nazione.

 

 

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