L’amore che fiorisce
tra le sbarre in “Fiore”
di Claudio Giovannesi

In carcere, si sa, si è privati quasi di tutto: dei propri effetti personali, della privacy, della famiglia, della libertà. Ma non del desiderio di riappropriarsi in futuro di questi aspetti e, perché no, della possibilità di innamorarsi tra le sbarre. Questo il filo narrativo di Fiore, di Claudio Giovannesi, presentato fuori concorso alla sessantanovesima edizione del Festival del Cinema di Cannes 2016 e che alla fine della proiezione nel Theatre Croisette ha ricevuto dieci minuti di applausi calorosi da parte del pubblico.

Daphne (interpretata dall’esordiente Daphne Scoccia), dalle spalle esili e il corpo fragile ma dal carattere forte come quello di una guerriera, vive di piccoli furti e rapine nella periferia di Roma, non ha una casa in cui tornare la sera e spesso trascorre la notte in stazione. Viene però arrestata per furto e inviata nel carcere minorile, dove continua con la sua ribellione giovanile a sfidare ed infrangere le regole, litigando con le compagne e ricevendo così frequenti punizioni. A peggiorare la condizione della giovane vi è il padre sempre assente (Valerio Mastandrea), anch’egli ex galeotto, che non va quasi mai a trovarla e che, inizialmente, rifiuta la possibilità dell’affidamento in custodia.

fiore, claudio giovannesi
Daphne e il padre Ascanio. Immagine tratta da: www.bestmovie.it

L’unica àncora di salvezza in questo abisso che è il carcere è il milanese Josh (Josciua Algeri, anche lui attore non professionista), che vive nella sezione maschile, ben separata da quella femminile, a cui mancano due mesi alla libertà. I due iniziano a parlarsi e a conoscersi da lontano tramite sguardi rubati e fugaci, con le grate delle finestre delle stanze che impediscono una visione completa del viso della persona, conversazioni brevi e ridotte all’osso e lettere scritte di nascosto: entrambi cercano un supporto per superare i monotoni e grigi giorni in carcere, si raccontano della propria vita, delle famiglie e fantasticano sul loro futuro da ragazzi liberi.

«L’impossibilità di comunicare, la separazione di mura e sbarre, la messa come unico luogo d’incontro fanno sì che questi due ragazzi debbano cercarsi e amarsi come se fossero nel Medioevo», afferma Giovannesi in merito ai nuovi Abelardo ed Eloisa. La cinepresa riprende, infatti, i loro corpi e la loro carica erotica (centrale è, infatti, la scena in cui dalla finestra della sua camera Daphne si toglie la maglietta, mentre Josh, non potendo fare altro, la guarda incantato dalla sua), di come si cercano e si incontrano, si desiderano, si abbandonano ad un bacio acrobatico tra le sbarre che rievoca quello degli ovidiani Piramo e Tisbe, che si baciavano attraverso la crepa del muro. Non c’è regola o imposizione che freni il loro istinto giovanile di ribellione e rivalsa, di correre a perdifiato verso la libertà, verso l’amore.

Josh«Fra un anno ci rivediamo fuori, dov’è che vuoi andare?»
Daphne: «A Ibiza, perché c’è il sole, il mare, le feste…»
Josh: «Allora ci andiamo insieme ad Ibiza, ti va?»
Daphne: «Magari»

fiore claudio giovannesi
Immagine tratta da: quinlan.it

Il regista racconta che l’idea del film è nata quando ha scoperto che nel carcere minorile romano di Casal del Marmo vi erano due edifici, uno assegnato ai detenuti di sesso maschile e l’altro a quelli di sesso femminile, separati tra di loro e in cui la possibilità di incontrarsi o svolgere qualche attività insieme è assolutamente proibita. La pellicola è stata però girata nel carcere minorile a L’Aquila, che dopo il terremoto è stato ristrutturato, ma che non è ancora in funzione.

Per questa esperienza il regista ha scelto come protagonista due attori giovanissimi e amatoriali: la ventunenne Daphne Scoccia è stata scoperta in una trattoria romana, mentre serviva ai tavoli, mentre il ventenne Josciua Algeri – con un vero passato di detenzione alle spalle dal 2012 al 2014 – aveva già recitato negli spettacoli teatrali organizzati dal carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. In molte interviste a Cannes Algeri ha confidato le sensazioni provate a dover rientrare in carcere, anche se questa volta da finto detenuto: «In alcuni momenti, anche per raggiungere il giusto grado di emotività che ci chiedeva il regista ho ripensato ai giorni della mia detenzione. Ma, vi assicuro, rientrare in una struttura carceraria da uomo libero non è certo la stessa cosa».

"Fiore" Cannes 2016
Il cast durante la presentazione del film a Cannes. Immagine tratta da: www.tgcom24.mediaset.it

I protagonisti sono stati affiancati dal talento e dalla professionalità di Valerio Mastandrea, che interpreta un padre che non ha abbastanza forza e coraggio per stare vicino alla figlia in un momento così delicato, forse proprio a causa del suo passato da detenuto e della sua vita presente precaria, non ancora solida ed appesa ad un filo.

Un lungometraggio – molto vicino alle opere neorealiste e al primo Pier Paolo Pasolini – diretto e concreto, privo di retorica, di tentativi di anestetizzare o addolcire una realtà cruda e sofferente, e caratterizzato da una fotografia semplice, che con i frequenti primi piani testimonia il senso di claustrofobia e di oppressione del carcere, combattuto strenuamente dai grandi occhi della protagonista, il cui sguardo regala al pubblico un ampio ventaglio di emozioni e sentimenti: rabbia, amore, delusione, sofferenza, speranza, orgoglio. Tutti questi si intersecano l’uno con l’altro nel corso del film, dalla rabbia di chi vive nella Roma borgata, a tratti quasi pasoliniana, dall’orgoglio di chi lotta per non perdere la propria dignità, all’amore per Josh. Un’attrice, Daphne Scoccia, dalla presenza scenica impressionante e dagli occhi troppo grandi e intrisi di dolore per una ragazza con il corpo esile e delicato da bambina.

Nicole Erbetti

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