“La vestizione della sposa”:
Peggy Guggenheim
musa inquietante di Ernst

La tela La vestizione della sposa (La Toilette de la mariée), realizzata dall’artista surrealista Max Ernst (Bruhl, 2 aprile 1891 – Parigi, 1 aprile 1976) tra il 1939 e il 1940, è conservata oggi presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

La vestizione della sposa, Max Ernst, 1940, olio su tela, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia
La vestizione della sposa, Max Ernst, 1940, olio su tela, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

Ernst lavora a quest’opera poco prima delle sue nozze con la giovane collezionista Peggy Guggenheim, ma sembrano già evidenti i primi i segni di un conflitto fra i due, sia dal punto di vista relazionale che sessuale. Questo è il secondo matrimonio per l’artista tedesco, dopo il primo nel 1918 con Luise Strauss e la breve relazione con la pittrice Leonora Carrington. Solamente cinque anni dopo, nel 1946, Max Ernst si legherà a Dorothea Tanning, giovane artista americana ospitata dalla stessa Guggenheim nella sua galleria.

Negli anni ’20, Ernst passa dal movimento dadaista alla corrente surrealista, a quel tempo fortemente influenzata dalle teorie e dalle interpretazioni della psicoanalisi di Sigmund Freud. È chiara, infatti, in Ernst la volontà di sperimentare nuove tecniche pittoriche applicate alla rappresentazioni di soggetti apparentemente casuali in cui poi trovare inaspettati significati simbolici nascosti.

In particolare, lo specchio in alto a sinistra rappresenterebbe proprio lo schizzo preparatorio realizzato grazie all’uso della decalcomania, una tecnica appresa dal pittore spagnolo Oscar Domínguez che consiste nel tamponare con stracci o carta il colore ancora fresco in modo da creare una superficie increspata e irregolare.

Il fenomeno della vestizione, possibile riferimento all’iniziazione mistica dei rosacrociani, avrebbe in questo caso una connotazione autobiografica: Peggy diventa una corteggiata e potente donna-uccello avvolta in un magnifico mantello di piume arancioni, mentre Ernst sarebbe il cigno verde dalle gambe umane situato al suo fianco. La figura del cigno non è del tutto casuale, ma evoca Loplop, alter-ego dell’artista, e l’antico mito greco in cui Giove si tramuta in cigno per sedurre la giovane Leda. Da come si svolge l’inquietante scena, Ernst sembra non avere successo come corteggiatore, stringe nelle mani una lancia spezzata in due, chiaro simbolo fallico che indica il pube della ragazza, mentre la giovane Guggenheim si rivolge agli altri attraenti pretendenti che la circondano.

La piccola figura ermafrodita in basso, unione di uomo e donna, rimanda probabilmente alle piccole statue votive propiziatorie di fertilità che Ernst vide durante un viaggio in Oriente. Le lacrime simboleggiano la dura repressione sessuale imposta dalla società borghese del tempo.

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Nata a Verona 19 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Affetta da sempre dalla sindrome dell'ebreo errante di Kafka e Chagall, vive a Venezia e studia Conservazione dei Beni Culturali, in fuga da un Liceo (troppo) scientifico. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.