La (vera) austerità:
Pasolini e Berlinguer

pasolini berlinguer

Quello di austerità è uno dei termini che più ricorre nel dibattito politico da qualche anno a questa parte. Innalzato a paradigma economico dalle destre liberiste e stigmatizzato dalle sinistre socialiste e comuniste, è un concetto che in ogni caso fa parlare di sé. Oggi con austerità siamo soliti riferirci a un insieme di provvedimenti economici e politici che prevedono un forte taglio della spesa al fine di contenere il debito pubblico. Le famose misure lacrime e sangue, che, come è ormai evidente e riconosciuto da chi non ha fette di affettati vari sugli occhi, non hanno fatto altro che deprimere ulteriormente economie già non proprio ribollenti di entusiasmo. Eppure non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui con austerità si intendeva qualcosa di diverso.

A portare avanti la bandiera dell’austerità in Italia sono stati, nel corso degli anni ’70, due dei personaggi più grandi e affascinanti del Novecento nostrano, uomini di sinistra e, più precisamente, comunisti: Pier Paolo Pasolini ed Enrico Berlinguer. Ma come – si dirà – non abbiamo appena detto che l’austerità è il mantra delle destre liberiste? Allora perché due esponenti così di spicco, seppur in modo radicalmente diverso, del comunismo italiano si sono fatti portavoce dell’austerità? La risposta è in verità molto semplice: perché l’intellettuale friulano e il politico sardo con austerità intendevano tutt’altro da ciò che si intende oggi con il medesimo termine.

Premettiamo una contestualizzazione storica alla riflessione dei nostri due: siamo negli anni ’70, al termine dei trente glorieuses, i trent’anni di crescita fortissima seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale. In questo lasso di tempo il rapporto capitale/reddito nei paesi europei è crollato (cfr. T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, pp. 49-52 e pp. 224-229), i consumi privati sono esplosi e ha visto la luce quel fenomeno del consumismo contro cui tanto inchiostro ha versato Pasolini (per quanto riguarda la natura e l’entità di tali fenomeni in Italia, cfr. S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, pp. 239-325). Dai cambiamenti avvenuti in questi pochi decenni l’Italia ne esce radicalmente trasformata. Ma questa improvvisa impennata di benessere non è destinata a durare a lungo: basti citare la famosa crisi petrolifera del 1973. Poi vennero gli anni ’80, la deregulation e lo smantellamento dello stato sociale. Il resto è storia nota.

Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini inizia a scrivere di consumismo lato sensu nel 1973 e proseguirà pressoché ininterrottamente fino alla sua tragica morte, avvenuta a Ostia il 2 novembre 1975. Possiamo, a grandi linee, riassumere così l’elaborazione teorica dell’autore (che da sola meriterebbe innumerevoli volumi): per Pasolini il fenomeno della diffusione del consumismo – determinato dal cambiamento nei modi di produzione conseguente al boom economico – ha causato una mutazione antropologica negli italiani, la quale è un fenomeno di omologazione culturale totale e di conseguenza – come dirà altrove – di genocidio culturale. Ai fini del nostro discorso però è necessario prendere in esame lo scritto Sviluppo e progresso, rimasto inedito fino alla pubblicazione degli Scritti corsari nel 1975 ad opera dell’editore Livio Garzanti, recentemente scomparso. Scrive Pasolini: «Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi, sono le parole chiave dei nostri discorsi. Queste parole sono “sviluppo” e “progresso” […]. Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste parole e il loro rapporto». Lo sviluppo, prosegue l’autore,

«ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di “destra”. Chi vuole infatti lo “sviluppo”? Cioè, chi lo vuole non in senso astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo “sviluppo” in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo “sviluppo” in Italia è questo sviluppo [il consumismo, ndr], sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui».

Per Pasolini, dunque, lo sviluppo è essenzialmente lo sviluppo industriale, cioè la crescita quantitativa della produzione di beni. Secondo l’intellettuale friulano però anche le “masse” vogliono questo sviluppo, poiché esso «significa promozione sociale e liberazione, con conseguente abiura dei valori culturali che avevano loro fornito i modelli di “poveri”, di “lavoratori”, di “risparmiatori”, di “soldati”, di “credenti”». Proprio questa abiura dei valori culturali costituisce il nocciolo della mutazione antropologica che Pasolini osserva essere avvenuta in Italia negli anni del boom. Ma questa è un’altra storia.

Definito in questi termini lo sviluppo, cos’è allora il progresso? Per l’autore esso è «una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo “sviluppo” è un fattore pragmatico ed economico» e a volerlo sono «coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare […]: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato». Il progresso è dunque un miglioramento delle condizioni di vita. Come può esistere un progresso senza sviluppo (Pasolini porta l’esempio di Lenin e della Rivoluzione del 1917: ottenuto il progresso ideale, lo statista russo ha poi dovuto porre le basi per lo sviluppo materiale), può d’altro canto esistere uno sviluppo senza progresso e questo è quanto avvenuto nell’Italia del boom: all’esplosione dell’industrializzazione e all’aumento dei redditi non ha fatto da contraltare un salto in avanti sul piano culturale e sociale. Per concludere, secondo Pasolini «è questa dissociazione che richiede una “sincronia” tra “sviluppo” e “progresso”, visto che non è concepibile (a quanto pare) un vero progresso se non si creano le premesse economiche necessarie ad attuarlo». Un pensiero di una modernità sconvolgente, alla faccia di chi vede in Pasolini un nostalgico reazionario.

È bene notare che in Pasolini non compare mai il termine austerità, ma possiamo comunque dire che, se avesse avuto questo termine nel suo lessico, lo avrebbe certamente utilizzato come antitesi politica ed economica al consumismo. Questo concetto è invece utilizzato esplicitamente da Berlinguer nel discorso che ha tenuto al Teatro Eliseo di Roma in chiusura del convegno degli intellettuali promosso dal Pci il 15 gennaio 1977 e poi inserito nella raccolta di scritti La passione non è finita (Einaudi, 2013) con il titolo Austerità. Occasione per trasformare l’Italia.

enrico berlinguerNon è ben chiaro che rapporti intercorressero fra Pasolini e Berlinguer, anche se sicuramente si conoscevano. Nell’Introduzione a La passione non è finita, è lo storico e senatore Miguel Gotor a tracciare un ponte tra i due:

«Non da meno, sempre sul piano dell’influenza culturale, svolsero un ruolo le riflessioni di Pier Paolo Pasolini, proprio in quegli ultimi tempi riavvicinatosi al Pci: la critica della persuasione occulta svolta in primo luogo dalla TV, l’edonismo interclassista che imponeva ai giovani di omologarsi provocando nevrosi e frustrazioni in chi non vi riusciva, l’idea che il potere “avesse bisogno di un tipo diverso di suddito che fosse prima di tutto un consumatore”, la distinzione tra “progresso” e “sviluppo” […] – si tratta di una serie di tematiche che ricorrono tutte anche in Berlinguer».

Gotor, oltre allo scrittore casarsese, individua altre due figure a costituire i fondamenti culturali della nozione di austerità utilizzata da Berlinguer, cioè Franco Rodano e Antonio Tatò, entrambi di estrazione cattolica. A fianco delle suggestioni culturali, Gotor vi identifica anche ragioni più prettamente politiche. Scrive lo storico: «Se ne accorsero in pochi, ma già il Comitato centrale dell’ottobre 1976 aveva posto all’ordine del giorno la parola austerità sin dal titolo della relazione di Berlinguer», una relazione preparata nel corso di lunghe sedute notturne insieme a Luciano Barca. Sempre come ricostruisce Gotor, la nozione di austerità elaborata da Berlinguer

«si proponeva di offrire una risposta alternativa e concorrenziale alla proposta di austerità che negli stessi anni era stata elaborata dalle classi dirigenti italiane più conservatrici in termini di sacrifici per i soli operai […]. Adottando la visione gramsciana della crisi come cambiamento, egli voleva dimostrare che un’altra austerità era possibile, a patto che diventasse un’occasione per trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, e per ridurre le differenze sociali».

Secondo Gotor la proposta berlingueriana e quella pasoliniana sono di fatto identiche: coniugare lo sviluppo e il progresso, nelle accezioni di questi termini di cui sopra. Alla contestualizzazione dell’austerità secondo Berlinguer, è necessario far seguire una riflessione sul significato di questa nozione che è insieme un preciso programma di azione politica:

   «Questa esigenza [n.d.r. di coniugare sviluppo e progresso] nasce dalla consapevolezza che occorre dare un senso e uno scopo a quella politica di austerità che è una scelta obbligata e duratura, e che, al tempo stesso, è una condizione di salvezza per i popoli dell’occidente, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano.
   L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. […] Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci hanno portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata».

Queste parole, drammaticamente contemporanee, sono il manifesto dell’austerità così come intesa da Enrico Berlinguer. I punti di contatto con la riflessione svolta qualche anno prima da Pasolini sono numerosissimi, a partire dalla critica al consumismo e al capitalismo come produzione di beni superflui (lo “sviluppo” pasoliniano), per arrivare all’austerità come chiave per una trasformazione della società. Quel generico anti-consumismo di Pasolini con Berlinguer trova un termine suo proprio: austerità.

Sarebbe allora davvero molto difficile sostenere che Berlinguer non abbia mai letto Pasolini: le tematiche in comune sono troppe per essere meramente casuali. Sembrerebbe anzi che il politico abbia preso a spunto le intuizioni – solo abbozzate – del poeta, arricchendole con gli spunti provenienti da eminenti figure del mondo cattolico e con l’irriducibile quid personale. Il risultato è un cocktail potentissimo: un termine generalmente negativo, quale ancora oggi è, viene completamente risvoltato fino a diventare la chiave per immaginare un futuro diverso.

Non bisogna infine dimenticare che con la già citata crisi petrolifera del 1973 il mondo si rese improvvisamente conto che le risorse della Terra non sono infinite, ma che esiste un limite fisiologico oltre cui lo sfruttamento del pianeta non può spingersi, portando alla nascita dei vari movimenti ecologisti. Ciò che fa più amaramente sorridere è che oggi, in Italia, a farsi principale portavoce di queste istanze non è più il maggiore partito di sinistra, ormai intento ad abiurare i suoi valori tradizionali per aderire all’ideologia liberista, bensì Papa Francesco, l’uomo a capo della chiesa cattolica, quell’istituzione da sempre conservatrice, se non reazionaria.

Si può affermare senza timore che la questione ecologica dovrà necessariamente essere la battaglia politica del XXI secolo, se l’umanità vorrà avere ancora un futuro sulla terra. Allora le parole di Pasolini e Berlinguer su questa strana specie di austerità, formulate ormai quarant’anni fa, devono tracciare il cammino di quegli avventurieri che vogliano inerpicarsi sul ripido monte dei sogni: il monte di chi non vuole arrendersi all’esistente, ma lotterà sempre per un mondo, se non migliore, almeno diverso.

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