Barthes e la trama del matrimonio

In La trama del matrimonio, l’ultimo romanzo di Jeffrey Eugenides, ci troviamo significativamente all’inizio degli anni Ottanta. Madeleine Hannah è una giovane e graziosa studentessa di Letteratura che rimane ferocemente attaccata a Jane Austen, George Eliot ed Henry James mentre tutti i suoi compagni divorano Roland Barthes, Jacques Derrida e studiano appassionatamente lo strutturalismo, la prima cosa che profuma davvero di rivoluzione.

Un po’ troppo borghesotta per gli standard bohemien degli studenti che fanno tendenza, un po’ troppo romantica per avere storie di sesso soddisfacenti e decisamente un po’ troppo ansiosa per vivere a pieno la vita da studentessa, Madeleine è bella, con gli zigomi alti, i capelli folti e scuri e le ciglia lunghe. Ma, come non cessa mai di ricordarle il suo brillante, spirituale amico Mitchell, probabilmente il personaggio più empatico del libro, il suo interesse per scrittori come Cheever e Updike è diventato qualcosa di risibile. Si deve leggere il marchese De Sade, che scrive di deflorazioni anali di fanciulle vergini nella Francia del diciottesimo secolo e la ragione scioccante per cui va preferito è che non parla di sesso, ma di politica.

Si deve studiare Maurice Blanchot e almeno fingere di masticare Michel Foucault, Gilles Deleuze e Jean Baudrillard. Soprattutto, bisogna rassegnarsi ad abbandonare il seminario su Beowulf e concepire solo letture antimperialiste, antiborghesi, antipatriarcali e contrarie a tutto quello a cui deve essere contraria una femminista giovane e intelligente. Così Madeleine decide di provarci: indossa maglioni norvegesi con motivi jacquard a fiocchi di neve, sostituisce il suo elegante portarossetto d’argento con un poster di Federico Fellini, finge di essere attenta all’ambiente e alla politica espansionistica del suo governo.

Nel vano tentativo di adeguarsi ai tempi e corrispondere un poco di più all’immagine che vorrebbe avere di sé, Madeleine si iscrive al corso del professor Zipperstein, curioso individuo con l’abitudine di soffocare nella semiotica la crisi di mezza età, sovrapponendo Jean-François Lyotard e Gertrude Stein a giacche di pelle e motociclette costose. Madeleine non capisce Derrida e non apprezza Umberto Eco, ma comprende come Zipperstein, invece di lasciare la moglie, abbia lasciato la facoltà di letteratura e, in preda a un umano moto di simpatia, si butta anima e corpo negli studi, finendo per innamorarsi perdutamente di un compagno di corso alto e moro.

Leonard Bankhead vive in un monolocale al terzo piano di una residenza studentesca fatiscente dove l’affitto è basso, biciclette e volantini pubblicitari ingombrano i corridoi e un enorme materasso grigiastro è l’unico mobilio della stanza da letto. Leonard è come un kokle, una specie di balalaika lettone: può essere scatenato e frenetico, ma, ahimè, anche molto triste e malinconico. Leonard è capace di ascoltare Madeleine per delle ore intere e, soprattutto, è capace di rassicurarla e farla ridere al punto di scoperchiare la solitudine esistenziale e la dipendenza affettiva della protagonista, che esplode in un sentimento torrenziale e appiccicoso.

Quando Madeleine, con una voce roca che contiene un senso di pericolo, gli dice «Ti amo», Leonard non risponde immediatamente, non risponde come dovrebbe, e comincia il tormento amoroso.

In Roland Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, libro guida nelle pene e nella passione di Madeleine nella vita sentimentale e nei tentativi di stare al passo con quella accademica, la precisa descrizione del significato della dichiarazione “Io ti amo” è tanto accurata da risultare sconfortante. Secondo Barthes, “io-ti-amo” non si riferisce alla dichiarazione d’amore, alla confessione, bensì al reiterato proferimento del grido d’amore. Esso presuppone, continua lo studioso, un “io” da una parte, un “tu” dall’altra e, in mezzo, una sensata, poiché lessicale, congiunzione d’affetto.

«Passato il momento della prima confessione, il “ti amo” non vuol dire più niente; esso non fa che ripetere in maniera enigmatica, tanto suona vuoto, l’antico messaggio (che forse quelle parole non erano riuscite a comunicare)».
(R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

Madeleine è confusa e, ottenebrata dal suo desiderio di fondersi e di lasciarsi completare da Leonard, cede all’impulso di autocommiserarsi e barricarsi nella sua tesi di laurea, un argomento che in fondo nemmeno le piace e per cui non si sente portata. Il destrutturalismo è un gelido studio tecnico e matematico privo di trama, ma, come le spiega un altro professore, il romanzo ha raggiunto l’apogeo parlando di matrimonio e non si è mai ripreso dalla sua distruzione. Da quando si è raggiunta la parità dei sessi il matrimonio non è più una necessità, e i grandi romanzi fondati sull’importanza di avere una dote consistente o una professione abbastanza redditizia da mandare avanti una famiglia sono diventati antiquati, qualcosa di buono solo per gli articoli di costume.

Quando sembra che la passione fra i due studenti non sia destinata ad avere un seguito, Leonard si ammala: la depressione covata fino a quel momento in piccole fisse e in gesti rassicuranti esplode con la violenza di un fiume in piena. Non c’è modo di trovare riparo nell’intelligenza e nella cultura: più acuta è la mente, più profonda è la ferita. Madeleine gli corre incontro, cercando di soccorrerlo, disposta a diventare un appoggio e a identificarsi con un’ancora di salvataggio più che con una persona stabile e felice. Ma la vita è fatta di possibilità nascoste e di ragioni insondabili e si dà mostra di carattere, se poi ci si riesce davvero, soltanto nelle pause fra un dissidio interiore e l’altro.

L’autore delle Vergini suicide e di Middlesex, vincitore del Premio Pulitzer 2003 per la narrativa, ha prodotto un romanzo intenso, ironico e spietato che ricorda il famoso aforisma di Friedrich Nietzsche, per cui il mondo è uno solo ed è falso, crudele e bello. Per Roland Barthes, ispiratore e puntello di Madeleine e degli studenti da lei ammirati, senza oblio la vita non sarebbe possibile, e il testo amoroso è fatto di piccoli narcisismi e di meschinità psicologiche, non c’è grandiosità nel parlare di sentimenti, ma il tema centrale di questo romanzo è il ruolo salvifico, terapeutico della letteratura. E’ innegabile la necessità dell’essere umano di rifugiarsi nelle favole e nei racconti, anche quando non sono impegnati, anche quando non accrescono il nostro fascino sociale, anche quando sono solo squallide e piccole storie d’amore.

 

 

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Sofia Torre

Sofia Torre, classe 1991, cinismo in pillole, chiacchiere da bar e un’incontrollabile passione per lo yogurt al caffè. Mi sono laureata in Mass Media e Politica presso l’Università di Forlì, ho accuratamente predisposto un piano in dodici punti su come concludere qualcosa nella vita e poi sono andata al cinema. Scrivo, leggo, mi interesso di politica, letteratura, diritti umani e musica. La tuttologia mi dà sui nervi ma mi ci riconosco. Scrivo e collaboro al social media management del giornale online The Bottom Up, preparo campagne elettorali per partiti con meno iscritti di una bocciofila e cerco di mantenermi in maniera non sempre creativa.