La shoah: la guerra dell’uomo comune

di Margherita Vitali

La storia del Novecento è stata teatro di atroci crimini contro l’umanità. Annientamento fisico e psicologico, schiavitù e genocidi sono state per moltissimo tempo le parole d’ordine quotidiane dei più disparati paesi del mondo. Che si parli di gulag sovietici oppure di campi di concentramento o di sterminio tedeschi, i totalitarismi dell’epoca, fomentati dalla paura del diverso e dal terrore di venire sottomessi, hanno oppresso culture e popoli con brutali meschinità andando ben oltre ciò che fino ad allora era umano pensare. La seconda guerra mondiale ha sconvolto la sensibilità globale e ha stravolto il concetto di guerra. Non c’è più solo un nemico al fronte da sconfiggere, lo Stato non si limita a difendere o espandere i propri confini nazionali, ora è «il popolo stesso parte del nemico, l’uomo comune, noi stessi o il nostro vicino di casa», per affrontarlo ogni arma è lecita e ammessa.

Questo drastico cambiamento nel modo di condurre e combattere una guerra, tutt’oggi si riflette sulla nostra sensibilità. A 71 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, se volgiamo il nostro pensiero ad Auschwitz ci percorre un brivido di orrore e disgusto, che forse nessun altro evento nella storia è capace di suscitare. Non è solo per l’incredibile quantità di morti, che solo tra gli ebrei ne conta circa 6 milioni, visto che purtroppo i numeri sono altrettanto agghiaccianti sotto altri regimi totalitari. Veniamo piuttosto sconvolti dalla brutale ed inquietante peculiarità dei nazisti: la disumana follia del loro progetto e il modo in cui questo è stato portato a compimento.

Il nemico del regime nazista non è banalmente, come detto, l’oppositore politico, ma la gente comune che non si è macchiata di alcun reato se non quello di esistere. Sono gli ebrei in quanto tali, gli zingari, i disabili perché imperfetti ed incapaci di portare avanti il progetto genetico di razza perfetta. Il nemico sono le donne sterili, i malati di mente. Persone considerate impure, sbagliate, inadatte al tipo di società che deve essere creata.

Questo fa dei campi di sterminio un’esperienza – fortunatamente – unica nella storia, imparagonabile a qualunque genere di dramma. Ciò che genera in noi tanta repulsione è la banalità di pensiero che ha portato a tutto questo: la nostra totale incapacità di comprendere come un fenomeno del genere sia potuto accadere, come abbia potuto trovare tanti seguaci ed arrivare a comandare, stravolgere e sterminare un’intera nazione.

«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e in coordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue estreme conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo»

Primo Levi, Se questo è un uomo

Alla base della Shoah c’è, come sottolineato da Levi, una degenerazione di pensiero che ha portato la popolazione tedesca a una maniacale follia collettiva. I nazisti sfruttano un momento di depressione e frustrazione sociale del paese per creare una distorta caricatura del nemico. Usciti distrutti dalla prima guerra mondiale, costretti a ripagare immense quantità di denaro per i danni di guerra, i tedeschi mettono in piedi una biblica caccia alle streghe per venire a conoscenza dei colpevoli delle proprie disgrazie.

Già alle soglie del secolo, l’idea che la razza germanica fosse superiore a tutte le altre e che dovesse essere unificata sotto una sola bandiera, avendo il compito di guidare il mondo, comincia a prendere sempre più piede. I reduci della guerra di trincea e le loro famiglie sono stati invece umiliati, non solo militarmente ma anche diplomaticamente dopo gli accordi di Parigi. Adolf Hitler è anche lui un reduce della battaglia e riesce a parlare alla pancia della gente. Imputa ogni disfatta agli ebrei e ai comunisti, ritenuti cospiratori, traditori della nazione, animali senza patria pronti a vendere il luogo che li ha ospitati al miglior offerente. Parla energicamente a un popolo accecato dall’odio. Il partito di Hitler è composto prevalentemente da giovani personalità, lui stesso è il più vecchio ed ha appena 44 anni quando la sua figura diventa prorompente sulla scena politica tedesca. I suoi seguaci vedono il partito nazionalsocialista come l’unico in grado di abbattere le vecchie istituzioni di potere, rivelatesi incapaci di far fronte al disastro economico e non in grado di riscattare l’onore perduto della nazione. Il Mein Kampf di Hitler diventa uno dei libri più apprezzati e comprati: dalle sue pagine si strilla a gran voce il tradimento ebraico verso il supremo popolo tedesco.0
Alla luce dei fatti storici che ci possono spiegare come un fenomeno abbia avuto inizio, come si può realmente comprendere come sia stato possibile arrivare a tanto? In molti si sono interrogati in merito, puntando anche l’attenzione sul significato stretto delle parole: comprendere vuol dire in qualche modo immedesimarsi nei fatti, cercare di capirli e dar loro una qualche giustificazione. Ma fare questo di fronte ai forni crematori è una cosa impossibile, vorrebbe dire in qualche modo rinunciare alla nostra umanità, perché non vi è niente che possa farci ritenere plausibile una “causa – effetto” capace di arrivare a tanto.
Hannah Arendt fa numerose riflessioni proprio sul “tipo umano” cui appartengono i gerarchi del regime.
Ne La banalità del male la Arendt analizza il concetto di male stesso, penetrando in profondità l’interiorità dell’uomo. Per tutto il testo l’autrice percorre il processo a Gerusalemme per giudicare Adolf Eichmann, gerarca nazista, arrivando fino al noto epilogo: la condanna a morte. Ciò che lascia impietriti nelle dichiarazioni di Eichmann è che questi si giustifichi affermando di essersi limitato ad eseguire degli ordini: ha svolto il proprio compito, disubbidire sarebbe stato sleale nei confronti dei superiori. Sta dicendo la verità: non è un uomo crudele, è semplicemente un uomo incapace di pensare, capace solo di eseguire. Eichmann ha una famiglia, è capace di provare sentimenti, come un uomo qualunque avrebbe pianto per la morte di un suo caro. Chi compie il male non è dotato di nessuna eccezionale malvagità, nessuna genialità maligna accompagna i nazisti, ecco la banalità del male.

Il problema può essere riassunto con un celebre motto di Blaise Pascal «la cosa più difficile al mondo è pensare».

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