La risata di Frida contro la Morte

Una vita fatta di colori e grumi di emozioni per un’icona del Novecento: Frida Kahlo (1907-1954), celeberrima pittrice messicana, ma anche rivoluzionaria, femminista, esotica e tormentata, dalla sensualità ambigua ed esuberante. Non è facile sintetizzare la sua personalità travolgente: nel 2002 la regista Julie Taymor le ha dedicato un bel film (con Salma Hayek protagonista) e ora al Teatro Libero di Milano un nuovo lavoro teatrale prova a raccontarci questa figura esplosiva, perché, come scrisse l’amico André Breton, «l’arte di Frida Kahlo è un nastro legato attorno a una bomba».

Non si tratta di uno spettacolo didascalico o di un pretesto per ripercorrere la bellezza inquietante delle sue opere. Il lavoro della regista Serena Nardi punta al mondo interiore della pittrice messicana, che possiamo ricostruire dai dipinti ma anche dai pensieri vergati nel diario, dove palpiti di vitalità si alternano ad abissi di disperazione.

Frda Kahlo, La colonna spezzata (1944)
Frida Kahlo, La colonna spezzata (1944)

A soli diciassette anni, la vita di Frida è segnata per sempre da un gravissimo incidente: la colonna vertebrale si spezza in più punti e una sbarra di ferro la trapassa. Inizia un calvario di dolori lancinanti, operazioni chirurgiche, immobilismo forzato. «Le cicatrici sono aperture attraverso cui un essere entra nella superficie dell’altro», dice Frida. E infatti i segni sul suo corpo puntellato, imbrigliato, squarciato e mutilato, urlano un dolore che si accende nei colori sgargianti dei suoi dipinti. Il corpo è al centro, una esposizione organica del sé: l’interno diventa visibile, esteriorizzato, esposto, reso “teatralmente” fruibile, osceno (nel senso letterale di ob scaenum).

Una pittura surrealista? Piace ricordare il giudizio della critica d’arte americana Hayden Herrera: «La sua immaginazione era il prodotto del suo temperamento, della sua vita e del luogo; era un modo di scendere a patti con la realtà, non di scavalcarla per accedere a un altro territorio». Nello spettacolo infatti Frida sostiene di aver sempre dipinto la sua realtà fatta a pezzi, non sogni, ma proiezioni del suo vissuto, la consapevolezza di essere «preda del corpo», «spazio mutilato».

Come figurare a teatro questo universo complesso? Un’idea scenografica riuscita è l’apparizione iniziale: seduta sopra un baule, Frida (Sarah Collu) si aggrappa a nastri rossi che dalle sue mani si dipartono a raggiera verso l’alto, simili alle vene e arterie di tanti suoi quadri. Al centro di questo fragile ventaglio di porpora c’è lei: si sostiene con tenacia a questi fili perché vuole vivere, ma al tempo stesso ne è prigioniera, appesa al suo dolore come un burattino.

Frida Kahlo, Le due Frida (1939)
Frida Kahlo, Le due Frida (1939)

Il pubblico forse si aspettava di rivedere qualche riproduzione dei quadri di Frida. Ne vediamo solo alcuni dettagli, proposti in otto grandi pannelli: il bacino lesionato dal terribile incidente, il sangue, il figlio mai nato, la colonna vertebrale che dovrebbe essere puntello e invece ha bisogno di chiodi e di impalcature per sostenere le proprie macerie, il corazón che continua a pulsare nonostante tutto… I pannelli sono appesi ai nastri rossi, a segnalare la continuità fra la sofferenza fisica e la sua trasposizione pittorica; poi, accostati l’uno all’altro, creano figure come castelli di carta, che cadono, si riformano e diventano pretesto per una carrellata di ricordi o rivelazioni non sempre chiare: una ricognizione memoriale che però risulta pallida, a fronte del coloratissimo mondo di Frida.

Co-protagonista (Serena Nardi), una figura femminile dal portamento algido e ingessato: è la Morte, compagna di viaggio di Frida ormai da molti anni, e forse l’unica che davvero la ami ancora. Compare in completo da uomo e, mentre invita Frida a seguirla, ci dà le spalle, quasi per alludere che noi, i posteri, siamo il suo aldilà.

È venuta a prendere l’artista perché il suo tempo è scaduto, ma è sedotta dalla sua forte personalità. Frida infatti sfida la Morte facendo l’elogio della sua vita, pur così difficile. Interessante l’idea del confronto-duello, ma questa tenzone conosce momenti di stanchezza, con sfilacciature che andrebbero levigate. Ad esempio gli scatti umorali della pittrice si stemperano in una recitazione a tratti macchiettistica, e il contraltare della Morte risulta eccessivamente debole, mentre si poteva sfruttare meglio l’aspetto rituale e l’ambiguità di fondo, tra l’imposizione brutale della partenza e l’attrazione per la “vittima”. Non da ultimo, le frasi di estrema bellezza tratte dai diari di Frida, che avrebbero bisogno di un ampio respiro di decantazione, passano come folate di vento, troppo rapide.

© Giorni Dispari Teatro
© Giorni Dispari Teatro

Frida dice addio alla vita congedandosi dai colori: il blu cobalto è l’amore per Diego Rivera, il giallo è la gelosia e la paura, il rosso è il sangue. Colori sgargianti cominciano a profilarsi sullo schermo del fondale, che mostra la famosa Casa Azul di Coyoacán, il lussureggiante giardino, ninnoli, boccette e pastelli. Rosso è anche il vestito indossato per il suo ultimo viaggio. Dopo aver urlato con disperazione la sua poesia per l’amato («Diego. Inizio / Diego. Costruttore / Diego. Io / Diego. Universo»), Frida ci saluta con gioia, vorticando in un valzer con la Compagna, con lo spirito giocoso e familiare dei messicani per la morte.

Spettacolo ambizioso che può guadagnare in accessibilità e scorrevolezza di ritmo, sfruttando anche una cifra cromatica più coraggiosa.

Frida K
testo e regia di Serena Nardi
Produzione Giorni Dispari Teatro
Teatro Libero, Milano
24-30 ottobre 2016

 

 

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.