La politica dell’onestà e l’immobilismo a 5 Stelle

La politica, italiana e non solo, sta vivendo da tempo una crisi profonda. Incapace di rinnovarsi nel suo establishment, si è fatta travolgere dalla retorica anti-casta ed ha colpevolmente abdicato alle sue idee, accettando sommessamente la vulgata, unanimemente annunciata dal megafono dei media, della fine delle categorie che finora l’avevano contraddistinta: destra e sinistra. I partititi politici di massa hanno rinunciato al proprio ruolo educativo e hanno sostituito la lettura dei processi storici con lo story-telling incentrato sul leader del momento. Il pensiero socialista e cristiano, incentrati sul valore della comunità e sulla cura del prossimo, hanno lasciato spazio al pensiero individualista e alla fine del pensiero escatologico, che da sempre si era interrogato sui fini ultimi della società.

Lo scontro si è così spostato dalle idee alle forme del politico. La classe dirigente ha cominciato ad essere giudicata sulla base di come prende le proprie decisioni e non più sulla base delle scelte che adotta. A partire dai primi anni ’90 l’appello all’onestà ha trovato in Italia sempre maggiore spazio politico, diventando dapprima tema pressante e poi, sempre di più, tema egemone di qualsiasi confronto. Le battaglie politiche si sono progressivamente trasformate in campagne moralizzatrici ed anti-establishment. Il pluralismo politico ha lasciato con il tempo spazio all’egemonia totalitaria dell’onestà, che da categoria morale si è mutata in politica. Nel primo caso, il termine onestà abbraccia le aree semantiche dell’onore, dell’integrità, della lealtà, e anche del decoro ed è proprio di chi agisce con rettitudine, con lealtà, con giustizia, astenendosi dal commettere il male. Nel secondo caso, l’onestà, come ricorda bene Andrea Zhok, diventa “intellettuale”, ossia coerenza con i propri principi e con la propria visione di società. Distinguere bene questi due livelli è di importanza fondamentale: l’onestà morale è una categoria pre-politica mentre quella intellettuale è funzionale ad un necessario sistema di valori e ad una visione di società.

Il problema italiano è aver fatto una grande confusione tra i due piani e, elevando il piano morale a quello politico, aver rinunciato completamente al secondo. Questa crisi del politico si è manifestata a partire dai cappi penzolanti in Senato dei primi anni Novanta e trova oggi la sua celebrazione nel Movimento 5 Stelle.

In tempi recenti, il sentimento di disgusto che si è diffuso nella popolazione nei confronti della classe dirigente è confluito infatti nel movimento di Beppe Grillo, novello Calvino e moralizzatore del malcostume della classe dirigente del nostro Paese. L’appello quotidiano alla purezza e all’onestà è stato nuovamente, con grave responsabilità del sistema di informazione, promosso e presentato come elemento politico caratterizzante, come fine politico e non più come premessa. Benché, il Movimento 5 Stelle abbia sempre negato la riduzione del proprio programma di governo, sia sul piano locale sia nazionale, a semplice operazione di moralizzazione del pubblico, i suoi leader hanno sempre rifiutato con forza l’affiliazione a qualsiasi pensiero ideologico, a qualsiasi sistema di categorie politiche, propriamente intese. In questo modo, i pentastellati hanno nuovamente abdicato al piano politico, confondendolo con quello morale, con buona pace di Machiavelli.

Il loro programma si articola in cinque punti: “stato e cittadini”, “energia”, “informazione”, “economia”, “trasporti”, “salute” e “istruzione”. Leggendolo si ritrovano alcuni punti condivisibili e altri molto meno. Si tratta, tuttavia, di misure molto precise e specifiche, le quali prese singolarmente possono avere un valore ma che non rientrano in un quadro di programma e di visione della società omogeneo. Molti punti confliggono tra loro e sembra mancare l’indicazione di un fine ultimo, di un modello di società.

Come abbiamo detto sopra, l’elevazione del piano morale a quello politico e la rinuncia al secondo è un’operazione politica altamente rischiosa e con il tempo rischia di trasformarsi in boomerang per il Movimento stesso, ma soprattutto per il buon funzionamento della politica in quanto tale. Concentrando il dibattito pubblico sullo scontro su chi gioca a fare il più puro, il cittadino viene diseducato e allontanato ancora di più dalla cosa pubblica. Il che non si tradurrà forse in una diminuzione immediata dei consensi nei confronti del partito o movimento di turno ma che certamente determinerà un inasprimento del clima e un aumento ancora maggiore della sfiducia nelle istituzioni e più in generale nella democrazia.

Il Movimento 5 Stelle rifiuta questa accusa pubblicamente. Eppure, ogni volta che si è trattato di dover prendere una posizione propriamente politica, essendo decisivi in una votazione, hanno preferito astenersi. Sotto questo punto di vista, i recenti eventi che hanno visto protagonisti i penta-stellati al Parlamento Europeo sono un’ottima cartina tornasole che ben esemplifica una crisi di identità assolutamente non trascurabile. L’ormai celebre caso dell’alleanza con i nazionalisti e anti-euro del Partito Indipendente del Regno Unito di Nigel Farage, fautore della Brexit, ad inizio legislatura, e la richiesta successiva di adesione all’Alleanza dei liberali e democratici, filo-europeisti e guidati dal federalista belga Guy Verhofstadt, ha fatto scalpore ed è stata abbondantemente riportata dai media nazionali. La migrazione dei propri eurodeputati nel gruppo dei Verdi e in quello di Le Pen e Salvini ha certificato ulteriormente la crisi di identità pentastellata. Questa incapacità di prendere una decisione e una posizione politica si è manifestata con ulteriore evidenza durante questa settimana. Il Movimento si è astenuto sulla votazione del presidente del Parlamento Europeo e giovedì si è astenuto anche sulla votazione in aula del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. La ragione di questa non presa di posizione è che nel primo caso entrambi i candidati rappresentano l’establishment, mentre nel secondo è che la proposta avviene nel quadro istituzionale europeo che, tuttavia, loro rifiutano.

La schizofrenia di questi atteggiamenti rasenta il paradossale e non fa altro che confermare l’errore di fondo che sta alla base del Movimento: non aver mai superato il peccato originale di chi confonde il piano morale con quello politico.

Come detto poc’anzi, questi atteggiamenti forse non si tradurranno in crisi dei consensi. Ciononostante, una riflessione andrebbe fatta sul lungo termine e trascurare questa profonda crisi di chi si fa alfiere del nuovo corso della politica italiana potrebbe aiutarci.

 

 

 

Articoli correlati

Condividi:

Dottorando (PhD candidate) presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Ho lavorato al Parlamento Europeo da Maggio 2016 fino gennaio 2017 e sono laureato in Filosofia Politica presso il Dipartimento di Filosofia dell'Unimi. Mi interesso di teorie contemporanee della democrazia, con un'attenzione particolare all'UE e alle politiche sociali dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione nel 2007 e nei GD di Brescia. Ho studiato e vissuto quasi due anni in Germania, dove ho approfondito il tema del deficit democratico dell'UE e le diverse teorie dell'integrazione europea.