La poesia di Damien Rice, quindici anni di “O”

Quindici anni fa, l’1 febbraio 2002, viene pubblicato il primo album del cantautore irlandese Damien Rice, nato a Celbridge, poco distante da Dublino, nel 1973.

Nonostante il discreto livello di fama che aveva precedentemente raggiunto nel Regno Unito con il suo gruppo indie rock, Juniper, egli decide di intraprendere una carriera solista, esordendo sulla scena del cantautorato con il disco O, un fulmine a ciel sereno, che stupisce critica e pubblico.

Il successo, infatti, non si fa troppo attendere e, nel giro di qualche anno, la musica di Rice risuona al di fuori di Irlanda e Regno Unito, guadagnandosi anche uno spazio importante sulla celebre rivista Rolling Stone, che dedica una lunga intervista all’autore.

Paragonato spesso a cantanti come David Gray o Nick Drake, Damien Rice dimostra fin dal suo primo disco di avere una marcia in più, di essere in grado di fare musica di un altro tempo, tanto che la critica lo accosterà a pilastri del cantautorato come Jeff Buckley e gli riserverà un posto tra i migliori cantautori del millennio.

A quindici anni dalla pubblicazione, O rimane un punto di riferimento nel panorama musicale del suo genere perché conserva l’unione di drammaticità e bellezza che hanno contraddistinto Damien, padrone di un talento ancora, purtroppo, poco riconosciuto.

I brani sono dominati dalla chitarra acustica, affiancata da qualche arco e dal timbro angelico della voce di Lisa Hannigan, che è stata compagna del cantautore non solo sul palcoscenico per diversi anni.  I testi sono fortemente evocativi e celebrativi, resi momenti di pura poesia grazie alla voce di Rice, ipnotica e pervasa da un senso di tristezza presente in quasi tutte le dieci tracce.

Tuttavia, quella di O è una tristezza ben lontana dalla commiserazione o dal compiacimento, è piuttosto il tentativo di avvicinarsi ad un progetto di serenità e stabilità.

Questo disco contiene buona parte delle canzoni migliori di Damien Rice e soprattutto cela il suo più famoso capolavoro, il brano apice dell’album e forse della sua intera carriera, The Blower’s Daughter, che è diventato colonna sonora del film Closer di Mike Nichols e de Il Caimano di Nanni Moretti.

Al di là di questa perla, O è pieno di magia, ottenuta dall’incontro di situazioni e sensazioni a dir poco contrastanti di cui i brani ci raccontano, costruendosi di un momento di dolcezza al quale ne succede uno aggressivo con un testo più torbido.

Nonostante la logica del disco si concentri attorno allo svolgimento di una storia d’amore già sentita e risentita, Damien Rice la veste di originalità fin dalla prima traccia, raccontandola sia nei suoi momenti più timidi e intimi, che in quelli di desiderio accecante, di delusione, di sofferenza, di contraddizione tra la purezza dell’amore e dell’ossessione malata che esso nasconde. I testi nascono e muoiono tutti all’interno del cerchio della O che dà il titolo all’album.

Vengono così tradotte in musica e in parole spesso ciniche e sarcastiche, l’indecisione e l’insicurezza, la malinconia, la gioia e la passione, con una vera e propria devozione, quasi religiosa, che l’autore prova nei confronti dei suoi brani.

Il rapporto di Rice nei confronti della discografia non perde la sua discontinuità, caratterizzata da silenzi che durano anni, ma O continua ad essere sperimentazione sempre attuale, sia musicale sia testuale, perché prima di essere un grande musicista, Damien Rice è un poeta che ama giocare con le parole e che, cantando di situazioni molto umane, riesce a trovare il punto d’incontro tra semplicità e ricercatezza solenne, anche a distanza di quindici anni.

Arianna Locatello

 

 

Condividi: