“La lingua perduta delle gru”:
le mille facce dell’omosessualità

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Tra i libri che affrontano il tema dell’omosessualità, La lingua perduta delle gru è uno dei più particolari. Scritto nel 1986 da David  Leavitt, il romanzo narra la storia di una famiglia sul ciglio del baratro nella New York degli anni Ottanta. Rose e Owen hanno superato i cinquant’anni e rischiano di dover abbandonare la casa in cui hanno visto crescere il loro amore, coronato dalla nascita di Philip, il figlio ventenne. Ma l’appartamento non è l’unico problema a oscurare la serenità della famiglia: Rose e Owen sembrano essere più lontani che mai, una coppia ormai spezzata che continua a condividere lo stesso letto, lo stesso divano, le stesse stanze. Da anni, ogni domenica il marito esce di casa senza dire nulla a Rose sui suoi programmi. La donna lo aspetta paziente guardando la TV, lavorando o leggendo qualche libro, ma al suo ritorno non osa chiedere nulla: non vuole sapere, pensando che l’ignoranza possa salvare un matrimonio ormai agli sgoccioli.

Il segreto di Owen è svelato al lettore dopo poche pagine: la meta preferita è il Bijiou, un cinema a luci rosse dove su delle vecchie poltrone uomini di ogni età si palpeggiano a vicenda, protetti dal buio della sala. L’omosessualità di Owen è tremendamente cruda e molto lontana dal romanticismo, un’attrazione sessuale che, almeno in apparenza, nulla ha a che fare con l’amore. Ogni domenica, tornando a casa e vedendo la moglie preoccupata ma silenziosa, il marito si ripromette che il fine settimana successivo non scapperà più al cinema, ma ogni domenica, puntuale, il bisogno di uno svago si ripresenta. Viaggiando tra i pensieri di Owen – il libro ha un punto di vista mobile che ci permette di conoscere le idee e i conflitti interiori di tutti e tre i personaggi principali – scopriamo che l’etichetta che l’uomo si dà è “bisessuale”. Il lettore però comprende presto che si tratta di una parziale bugia, di una situazione ben più complessa impossibile da incasellare: l’uomo non riesce a rinunciare alla moglie Rose, suo punto di riferimento, ma non è sessualmente attratto dalle donne. Amore sessuale e romantico si scindono, mostrando così le più varie sfaccettature della passione: non più un singolo oggetto del desiderio che incarna l’attrazione del corpo e della mente, ma una netta separazione tra due bisogni che non vanno sempre di pari passo.

La lingua perduta delle gru, BBC (1991)
La lingua perduta delle gru, BBC (1991)

Rose non è del resto la compagna fedele che ogni uomo desidererebbe: con dei flashback sul suo passato scopriamo come abbia tradito Owen anni prima. Il fatto che entrambi i coniugi sbaglino permette al lettore di non schierarsi dalla parte di nessuno, ma di osservare in modo più oggettivo una situazione bizzarra, ma di certo reale e forse più comune di quanto si pensi. Il romanzo infatti si tiene lontano dai giudizi, ma si limita a mostrare al lettore uno spaccato di vita americana, lasciando che sia chi legge a trarre le proprie conclusioni dopo aver osservato personaggi complessi che intessono tra loro relazioni ancor più complesse e incredibilmente umane.

Il terzo personaggio è Philip. Anche il figlio di Owen e Rose è attratto dagli uomini, ma la sua omosessualità è completamente opposta a quella del padre. Philip non ha mai amato una donna e ha una relazione piuttosto stabile con Eliot, un ragazzo affascinante e sicuro di sé di cui è completamente invaghito. In questo amore puro ma al tempo stesso maniacale, Philip è la parte debole spesso ferita, Eliot l’opportunista dai sentimenti confusi: un cliché tipico di molte storie eterosessuali – dentro e fuori la letteratura – che qui viene riproposto con due personaggi maschili. Alle scene dirette e prive di fronzoli riguardanti la sessualità del padre, si oppongono passaggi più romantici in cui viene descritta la storia d’amore del figlio, dove comunque non viene dimenticata la difficoltà di una relazione tra due uomini, per quanto naturale sia:

«Philip allungò una mano e gli accarezzò la guancia, un gesto che persino adesso gli sembrava grandioso e terrificante, benché Eliot se ne accorgesse a malapena. Per lui, simili manifestazioni d’affetto non erano niente; la sua vita ne era stata piena, buffetti e carezze e baci casuali, mentre per Philip appoggiare una mano su una guancia era una gesto di tale portata che doveva essere contato, tesaurizzato, conservato. Irradiava potere; esigeva coraggio».

Gay Activists Alliance holding a sit-in at New York State Republican headquarters in New York City in 1970. Diana Davies photographs/New York Public Library
Gay Activists Alliance holding a sit-in at New York State Republican headquarters in New York City in 1970. Diana Davies photographs/New York Public Library

Ai personaggi principali si aggiunge Jerene, coinquilina di Eliot, una ragazza che sta scrivendo una tesi di laurea sulle lingue perdute – da qui il titolo dell’opera. Jerene è lesbica e la parte più toccante della sua storia è il coming out mal riuscito con i suoi genitori, che decidono di rinnegare completamente la figlia:

«Hai finito?» le chiese Sam [il padre] dopo che era stata in silenzio per qualche secondo.
«Sì, ho finito.»
«Allora ti dirò una cosa. Ti dirò che avrei preferito mi dicessi che avevi un cancro.»

La confessione di Jerene non è la sola in questo romanzo di segreti, amore e repressione. Anche Philip, facendosi coraggio, decide di parlare ai suoi genitori della relazione con Eliot. Rose si rivela estremamente confusa al riguardo e preoccupata (siamo nel pieno della minaccia HIV), mentre Owen vede nel figlio uno specchio che gli mostra la sua stessa omosessualità, seppur vissuta in modo estremamente diverso, più libero e sereno. Il coming out di Philip è quindi il motore che porta il romanzo a una conclusone aperta e singolare, fatta di confessioni reciproche, rotture, nuove unioni, in un particolarissimo rapporto padre-figlio:

«Probabilmente» disse Owen «ti stai chiedendo da quanto tempo lo so. E la risposta è, come per te, da tutta la vita. Ma ai miei tempi le cose erano diverse Philip. Oh, alcuni ce la facevano, immagino, anche se significava sacrificare la famiglia, la carriera, tutto. Era una malattia, capisci. Quindi io sposai tua madre sperando che sarei guarito».

La lingua perduta delle gru è un libro che potrebbe apparire vecchio, sorpassato, eppure dà una visione dell’omosessualità parzialmente slegata dagli stereotipi, ampia, complessa, utile per comprendere un mondo vissuto da ogni individuo in maniera a sé stante, raramente fatto di bianchi e neri, ma delle più svariate sfumature.

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