“La guerre est la guerre”:
la nascita dell’Isis
e le responsabilità occidentali

di Michele Zanesi.

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Fonte: cnn.com

La guerra è la guerra, permetteteci di dare un titolo cinico e provocatorio a questa riflessione. Tutti noi abbiamo ancora negli occhi le drammatiche scene della sera del 13 novembre a Parigi, la città europea che ancora una volta paga lo scotto dello scontro tra Isis e occidente. Mentre tutto il mondo politico si unisce nel cordoglio e nella sofferenza dei francesi, una frase espressa questa mattina dal presidente transalpino Francois Hollande ha colpito la nostra attenzione: gli attacchi di ieri sera sono da considerarsi un atto di guerra compiuto dall’esercito dell’Isis. Ormai non è più un segreto: l’intero occidente è in guerra contro il sedicente Stato Islamico, ma gli attacchi di ieri non sono stati sicuramente la dichiarazione di guerra da parte dell’Isis, ma solamente una nuova azione militare di un conflitto che dura ormai da anni e del quale noi occidentali siamo stati i promotori. L’intero mondo occidentale ha enormi responsabilità nella nascita e nel rafforzamento del califfato in Medio Oriente e nell’aver favorito la loro strategia del terrore a livello internazionale.

Fonte: cnn.com
Fonte: cnn.com

Trovare le vere e proprie radici di questo conflitto risulta estremamente complesso poiché bisogna considerare numerose variabili di carattere politico, religioso ed economico e, a seconda della variabile presa in considerazione, questa guerra a tratti invisibile e a tratti estremamente reale potrebbe avere avuto inizio in un’epoca piuttosto che in un’altra. Cercando di restringere il nostro campo di analisi e valutare le cause dell’attentato di ieri a Parigi, possiamo iniziare il nostro ragionamento da quel fatidico 11 settembre del 2001. Gli attentati terroristici a New York e Washington perpetrati dal gruppo terroristico sunnita di Al-Qaeda hanno dato vita a un nuovo modello di conflitti non convenzionali e portando nel cuore della nazione egemone a livello mondiale la più atroce delle barbarie. Anche in quel caso si trattò di un ulteriore atto di una guerra già dichiarata anni prima ma evidentemente sottovalutata e a tratti ignorata. Eppure il precedente tentativo di attacco al World Trade Center nel 1993 e gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998 sarebbero dovute essere il segnale inequivocabile che una nuova minaccia incombeva a livello mondiale. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il termine della Guerra Fredda, per il mondo occidentale un nuovo nemico si era definitivamente affacciato sul palcoscenico mondiale: il terrorismo di matrice islamica. La principale differenza con il passato, però, è che il nuovo nemico non era facilmente identificabile, non rientrava nei confini di uno o più stati e soprattutto agiva nell’ombra. Il terrorismo non ha frontiere e non indossa divise, colpisce in maniera indiscriminata in Medio Oriente come in Europa (prima in Spagna nel 2004 e poi in Gran Bretagna nel 2005).

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La contromossa statunitense all’offesa terroristica fu radicale e soprattutto fu sostenuta dalla maggior parte dell’opinione pubblica, ancora ferita dalle drammatiche vicende del Settembre 2001. In meno di un mese l’amministrazione Bush dichiarò guerra all’Afghanistan dei talebani, reo di nascondere nei propri territori i principali leader e mandanti degli attentati. La mobilitazione politica mondiale fu estremamente elevata; a meno di due anni dall’invio dei primi soldati americani, sotto il comando dell’ISAF (International Security Assistance Force) e quindi della NATO, erano presenti sul suolo afgano contingenti provenienti da ventotto diversi stati. Tutto il mondo aveva dichiarato guerra al terrorismo di matrice islamica e probabilmente nello stesso momento il terrorismo aveva dichiarato guerra a tutto il mondo.

Il principale errore compiuto dall’occidente sull’onda emotiva dell’11 settembre fu invece l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003. La mancanza di forti contatti diplomatici tra le parti, le informazioni sbagliate e una buona dose di interessi personali spinsero Stati Uniti e Gran Bretagna a dichiarare guerra allo stato Iracheno. È importante fare attenzione al fatto che, forti dell’alleanza in Afghanistan, partecipò alla seconda guerra del golfo una folta coalizione internazionale, definita dallo stesso presidente Bush come la “Coalizione dei Volenterosi”. Bisogna notare come si fossero tenuti distanti da questa grande coalizione la Germania e la Francia. Se era facile prevedere un’astensione di Berlino da un intervento militare in Iraq, fu imprevista la grande assenza francese, sebbene la loro scelta, con il senno di poi, può essere indicata come estremamente positiva.

guerra in iraq 2003

L’Iraq fu un estremo fallimento militare per la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Non solo le accuse rivolte a Hussein si rivelarono totalmente infondate, ma il rovesciamento del suo regime in favore di ideali democratici ostentati dagli Stati Uniti sin dalla seconda guerra mondiale scoperchiarono un enorme vaso di Pandora del quale ancora oggi paghiamo le conseguenze. Nella difficile e lunga guerra al terrorismo avevamo de facto regalato terreno al nemico. I vari tentativi di importare gli standard tipici occidentali furono un enorme fallimento in un paese abituato a un forte potere centralizzato e dove la divisione tribale risulta più forte del governo di Baghdad. Il pugno di ferro di Hussein con metodi dittatoriali aveva permesso di mantenere per quasi venticinque anni un determinato equilibrio politico che in poco tempo venne spazzato via dall’intervento di stati esteri. Dal 2004 l’Iraq entrò in un vortice di violenza e di attacchi terroristici dove a far da padrone fu l’accesa rivalità religiosa tra musulmani sciiti e musulmani sunniti che per anni era stata repressa dall’ideologia laica e nazionalista del partito Ba’th di Hussein.

Nonostante il tentativo di un recupero formale della sovranità nel 2005, con le elezioni della nuova Assemblea Nazionale Irachena e la stesura della nuova costituzione, il governo centrale non riuscì a conquistare quella forza tale per riportare l’effettivo ordine in ogni angolo del suo territorio. Se a livello interno la guerra portò a un aumento delle violenze religiose tra curdi, sunniti e sciiti, a livello internazionale il crollo dell’Iraq favorì l’ascesa di un nuovo stato leader nella regione, l’Iran, e del suo contraddittorio presidente Mahmud Ahmadinejad. Eletto presidente della Repubblica Iraniana il 5 agosto 2005, Ahmadinejad si ritrovò a capo del più potente stato della regione proprio a causa del forte indebolimento iracheno. La perdita di quell’equilibrio di potenza fondamentale in una regione così instabile pose l’Iran sotto l’attenzione dell’intera comunità internazionale e il suo programma nucleare e le continue minacce contro Israele fecero passare in secondo piano le problematiche irachene.

Description=Iranian President, Mahmoud Ahmadinejad points during a public gathering in the city of Abhar about 120 miles (200 kilometers) west of the capital Tehran, Iran, Friday, April 28, 2006. Ahmadinejad vowed Thursday that no one could make Tehran give up its nuclear technology, and he warned that the United States and its European allies will regret their decision if they "violate the rights of the Iranian nation." (AP Photo/Mehr News, Sajjad Safari)
Mahmud Ahmadinejad

Fu proprio in questo periodo di estrema vulnerabilità statale e di distrazione internazionale che in Iraq iniziò a nascere il progetto della Dawla (Stato in arabo), quello che tutti noi conosciamo come Isis. Il pioniere di questa nuova corrente terroristica fu Abu Mus’ab al-Zarqawi, un terrorista giordano legato ad Al-Qaeda e inviato in Iraq per combattere l’occupazione americana e il governo iracheno sciita sostenuto dagli stessi Stati Uniti. Con l’appoggio delle comunità sunniti irachene, al-Zarqawi riuscì in un primo momento a creare una costola affiliata di Al-Qaeda, denominata appunto Al-Qaeda Iraq. Il mancato rispetto degli ordini da parte del giordano e l’estrema ferocia con cui compiva attentati in Iraq spinsero Al-Qaeda a distaccarsi dalla figura di al-Zarqawi, temendo che un livello così alto di violenza potesse far perdere loro il consenso della popolazione sunnita irachena. A seguito dello scisma al-Zarqawi, forte della propria esperienza al servizio di Al-Qaeda, fondò dalle ceneri di Al-Qaeda Iraq un nuovo gruppo terroristico denominato Stato Islamico dell’Iraq, il vero e proprio precursore del califfato.

Il 7 giugno 2006 al-Zarqawi venne ucciso da un raid aereo americano e l’eredità del gruppo terroristico giunse nelle mani di Abū ʿOmar al-Baghdādī e Abū Ayyūb al-Maṣrī, continuando la propria lotta nei confronti degli occupanti stranieri in Iraq. Entrambi i leader furono uccisi dagli americani nel 2010 e il potere passò nelle mani di un ex imam iracheno, arrestato nel 2003 dagli americani ma rilasciato un anno più tardi. Il suo nome è Abu Bakr al-Baghdadi, più comunemente noto a noi con l’appellativo di Califfo.

Abu Bakr al-Baghdadi
Abu Bakr al-Baghdadi

Il Califfo iniziò a conquistare un ruolo di spicco all’interno dell’organizzazione terroristica irachena proprio nel biennio in cui l’occidente fece il regalo più grande all’Isi, dando il suo appoggio alle rivoluzioni arabe. Tra la fine del 2010 e il 2011, come ben sappiamo, i principali stati del nord africa e del Medio Oriente furono colpiti da un’ondata rivoluzionaria nata su iniziativa dei cittadini ma fortemente sostenuta da Washington e dai governi europei, che portò alla caduta dei principali dittatori delle due regioni. I primi a farne le spese furono il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali e quello egiziano Hosni Mubarak. Un discorso a parte invece meritano la guerra civile combattuta in Libia e quella ancora in corso in Siria, dove l’influenza occidentale non si è fermata a livello diplomatico-politico ma ha influito anche sul piano militare.

© Mauro Scrobogna / Pool/ LaPresse 16-11-2009 Roma Interni FAO - summit sulla sicurezza alimentare Nella foto: il leader libico Muammar Gheddafi durante il suo intervento Word Summit on Food Security
Muammar Gheddafi

Dei quattro stati in cui l’Isis fonda il proprio regno, ovvero Yemen, Iraq, Libia e Siria, tre di questi erano (o sono ancora) governati da dittatori che per decenni hanno controllato i propri stati in ferreo stile machiavellico, seppur senza riuscire a fare quel salto di qualità che andasse oltre la ferrea amministrazione del territorio. Nonostante ciò, in tutti e tre questi stati, l’imposizione di un governo laico e nazionalista aveva fatto in modo di tenere a bada tutte quelle correnti religiose estremiste nonché le forti rivalità tra tribù. Lo stesso Gheddafi, infatti, nel suo Libro verde si propose come obiettivo principale del suo governo il passaggio da uno stato di tribù a uno stato di effettivi cittadini libici sotto il ferreo controllo di Tripoli. La mancanza di un’effettiva democrazia in tali stati veniva quindi ricambiata con un ordine sociale di tutto rispetto, sia a livello interno che internazionale.

Una situazione simile era riscontrabile in Siria dove l’ascesa al potere nel 1971 di Hafez el Assad, il Leone di Damasco segnò anche gli anni della più dura repressione nei confronti della fratellanza musulmana a favore dell’imposizione di uno stato laico. Lo status quo durò anche nei primi anni di governo del suo successore e odierno presidente siriano, Bassar el Assad, fino al gennaio del 2011 quando scoppiarono le prime rivolte, prima pacifiche e poi armate, da parte dei ribelli siriani. L’indebolimento del potere centrale dei principali stati laici del Nord Africa e del Medio Oriente favorì il riemergere di gruppi di estremisti religiosi, principalmente di estrazione sunnita, in tutta la regione araba. Proprio sotto gli occhi della comunità internazionale il gruppo di Abu Bakr al-Baghdadi riuscì ad aumentare il suo potere. Proprio in Siria e in Iraq il califfo trovò terreno fertile per la creazione del nuovo stato islamico. Nonostante il tentativo di controllo del governo iracheno e la ferrea resistenza di Assad, Siria e Iraq risultano essere due stati con sovranità a geometria variabile, ovvero stati presentanti diverse zone grigie nelle quali il potere centrale non riesce avere il controllo e l’egemonia della forza. Se dapprima tali zone venivano governate da tribù locali, a seguito della guerra in Iraq e delle rivoluzioni arabe, l’Isis ha iniziato a prendere il controllo di tutte queste aree.

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Così, sfruttando la ritirata americana dall’Iraq dovuta ai costi non più sostenibili e grazie alla debolezza militare alla corruzione e alla confusione politica in Iraq, il gruppo terroristico di al-Baghdadi, denominato nel frattempo Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) riuscì a espandersi tra Iraq e Siria, conquistando senza grossi problemi le città di Raqqa, Falluja, Ramadi, Mossul e Tikrit. Da quel momento l’Isis è diventata una realtà ibrida tra un soggetto internazionale con una propria localizzazione e un gruppo terroristico che agisce ancora nell’ombra.  Ciò che è sicuro è che gli errori occidentali commessi nell’area mediorientale abbiano sicuramente favorito l’emergere di questo nuovo protagonista internazionale estremamente più pericoloso di Al-Qaeda. Ciò che rende l’Isis una minaccia di primo livello è la semplicità con la quale riesce a reclutare foreign fighters e re-inserirli nei loro paesi di origine.

L’attentato di ieri a Parigi ha mostrato ancora una volta, come già accaduto nello scorso gennaio, la vulnerabilità francese e l’esposizione europea a possibili attacchi terroristici. Sicuramente non è nell’effettiva strategia del califfato espandersi fino ai confini europei ma l’attività di terrorismo al di fuori della regione araba è parte fondamentale del secondo asse strategico dell’organizzazione: quello propagandistico. Se, come espresso nel novembre 2014 dallo stesso califfo, la missione principale dell’Isis risulta essere la fondazione di uno stato islamico sunnita che oltre all’Iraq, la Siria e la Libia copra anche Arabia Saudita, Yemen, Algeria e Sinai, la forza dello Stato Islamico è in buona parte fondata sulla propria capacità di sfruttare la propaganda a proprio favore. L’odio nei confronti degli occidentali fa parte di questa propaganda estrema. Da una parte c’è la volontà di rivendicare la propria matrice islamica e forzando passi del corano a favore della propria causa, dall’altra c’è la volontà di colpire il nemico che tramite una coalizione internazionale sta cercando di ostacolare l’espansione dello stato islamico. Nelle ultime due settimane sono stati colpiti dall’Isis la Russia, il Libano e con i tragici episodi di ieri anche la Francia. È intuibile la correlazione tra gli stati colpiti e la loro decisa opposizione allo Stato Islamico.

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Dunque ha ragione Hollande, quello di ieri è stato un atto di guerra, una guerra nel quale il teatro di battaglia è l’intero globo, una guerra senza soldati in divisa ma soprattutto una guerra che noi occidentali abbiamo creato, lasciando che l’Isis prendesse piede lì dove prima c’era stabilità politica. E ancora una volta curare sarà più semplice che prevenire, eppure fino a ieri sera tutti gli organi di informazione occidentale lanciavano la notizia dell’uccisione di Jihadi John, il boia del califfato, poi d’un tratto ci siamo ritrovati a essere piccoli, tanto piccoli davanti a tali violenze.

L’unica soluzione possibile per arginare il pericolo dell’Isis sarebbe ristabilire le vecchie dittature nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Il controllo delle rotte migratorie alla partenza e una determinata risposta militare contro gli estremismi religiosi da parte di un potere centrale forte e laico possono essere la giusta risposta a questa escalation di violenza.

Un ultimo pensiero è rivolto a tutti coloro che oggi condividono sui social network pensieri di cordoglio e vicinanza alle vittime di Parigi, ma che settimana scorsa non hanno battuto ciglio sulla morte di duecento russi. È comprensibile che la percezione giochi un ruolo importante nella valutazione personale di un dramma, ma sono proprio queste differenze nel pesare una morte rispetto a un’altra a favorire lo scontro di civiltà, a ritenere che un russo o un islamico siano meno importanti di un europeo o di un americano. Sarebbe bello vivere in un mondo senza queste differenze percettive, dove tutti siamo importanti allo stesso livello. Solo allora forse sarà possibile disfarci del terrorismo e della violenza mondiale.