“La fattoria dei malfattori”:
un incubo che si avvera

La fattoria dei malfattori
Dettaglio della copertina de “La fattoria dei malfattori”

Volere così fortemente la giustizia da scadere nel torto, ambire alla giusta punizione e alla correzione e ritrovarsi a commettere un crimine ben peggiore di quello da emendare. La fattoria dei malfattori (tradotto per l’edizione italiana da Francesco Felici) è un romanzo insolito, diverso da quelli tradizionali del suo autore, il finlandese Arto Paasilinna. Lo scrittore è un vero e proprio autore di culto in patria e in Scandinavia ma ha raggiunto una discreta notorietà anche nella nostra penisola grazie alle pubblicazioni della casa editrice Iperborea.

I romanzi di Paasilinna sono celebri per le ambientazioni idilliache, l’ironia assurda e dissacrante e la centralità della natura. La fattoria dei malfattori parla di tutto questo, ma non solo. Innanzitutto, una novità parlando di Paasilinna, si tratta di un giallo: abbiamo un ispettore dei servizi segreti, il protagonista Jalmari Jyllänketo, chiamato a indagare su un’azienda agricola biologica sospetta: la “Palude delle renne”. Jyllänketo si finge un ispettore bio incaricato di verificare l’idoneità delle tecniche agricole. In un primo momento le indagini non evidenziano nulla d’insolito, ma col tempo si accorge della mostruosa verità.

La “Palude delle renne” è in realtà un mastodontico “centro di rieducazione”, un campo di detenzione forzata in cui vengono condotti i criminali della Finlandia e non solo. Alla base di tutto sta l’utopia degenere della proprietaria della tenuta, Ilona Kärmeskallio, che sogna di redimere col duro lavoro le anime dei malfattori. E come reagisce alla scoperta Jyllänketo, il rappresentante della legge? Si lascia inebriare da questa sbornia di rigore. In sella alla sua Harley Davidson (rubata), va a stanare tutti i reprobi di Scandinavia per condurli nel campo di rieducazione: naziskin, norvegesi maleducati, satanisti, sono alcune prede del grottesco bestiario, fino al colpo grosso: imprigionare tutta la classe dirigente finlandese per punirne la corruzione e i misfatti finanziari compiuti ai danni della povera gente.

La fattoria dei malfattori, sotto la consueta patina idilliaca e incantevole “paasilinniana” si rivela un horror in piena regola che raggiunge il suo acme nel corso della visita di Jyllänketo alle miniere in cui vengono rinchiusi i criminali più impenitenti. In questa discesa agli Inferi in salsa finnica, l’innocente Jyllänketo, per un caso fortuito si trova a lavorare fianco a fianco coi condannati.

«La cosa peggiore, dopo l’essere stato rinchiuso là sotto per sbaglio, era il timore di non rivedere mai più la luce del giorno, un terrore che lo rodeva e lo consumava da dentro. Peggio di una condanna a morte. Peggio. Solo chi era colpevole di crimini più efferati dell’omicidio meritava di marcire vivo all’inferno in quel modo. Sotto una pressione del genere Jyllänketo sentiva di impazzire».

Arto Paasilinna Fonte: www.ppbb.it
Arto Paasilinna
Fonte: www.ppbb.it

Leggendo il romanzo non si può fare a meno di pensare alle aberrazioni compiute nel secolo scorso nel nome della giustizia e della giusta punizione. Soprusi commessi magari con l’intento benevolo di guarire le vittime sottoposte al trattamento. Accostare la “Palude delle renne”, coi lavori forzati, gli aguzzini e il cibo razionato, a un lager nazista o a un gulag sovietico non è una forzatura strumentale. Non lo è perché è Paasilinna stesso a definire il posto un campo di concentramento. Già in altri romanzi di Paasilinna era comparso il tema della ricerca della giustizia, vedi Il liberatore dei popoli oppressi, ma mai con tale virulenza.

Forse La fattoria dei malfattori è anche un monito attuale: quanti di noi si sono sdegnati alla notizia di criminali a piede libero nonostante i reati commessi? Quante volte ci si sente impotenti vedendo il nostro vicino sovrastarci con mezzi illegali senza essere punito? A quanti politici corrotti e disonesti si augura di andare a zappare la terra o di finire in galera?

Il crinale tra il giusto sdegno e la collera del carnefice, tra la voglia di legalità e quella di sostituirsi alla legalità è molto sottile. Jyllänketo ne è involontariamente il simbolo: da poliziotto si ritrova a un tratto nell’abisso, ai lavori forzati.

Forse gli aguzzini della “Palude delle renne” non sono dei pazzi esaltati, ma semplicemente gente con gli stessi rancori, le stesse frustrazioni, la stessa sete di vendetta degli altri. Con la differenza che possiedono i mezzi per mettere in pratica i loro pensieri. Gente normale ma con poteri speciali insomma.

Ascoltiamo l’opinione, riportata sotto forma di discorso indiretto, di uno dei sorveglianti del campo di rieducazione:

«Si faceva sempre un gran parlare della perdita di punti di riferimento, ma chi provava a porvi rimedio? Quanti delinquenti, assassini, stupratori venivano puniti a dovere? E quanti invece restavano liberi di terrorizzare i poveri cittadini onesti?»

Sembra un discorso di quelli che si sentono tutti i giorni, fa venire i brividi. I brividi di un gelido centro di rieducazione nel cuore della Lapponia.

Bruno Contini

 

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