La cultura che muove l’Europa: intervista a Luigi Morgano

Sono giornate turbolente quelle che si vivono tra Bruxelles e Strasburgo negli ultimi mesi. I ricordi di Nizza, di Orlando, delle tragedie del mare e del terremoto di Amatrice sembrano svanire di fronte alle imminenti sfide politiche di un presente che appare confuso e non gestibile. Le elezioni in Austria, il voto del Regno Unito contro l’Unione Europea, le seconde elezioni in Spagna, il referendum in Olanda sull’accordo di associazione con l’Ucraina, la svolta della Polonia, il voto in Ungheria sulle politiche di asilo europee e il tentativo di colpo di Stato in Turchia sono stati segnali di gravi tensioni e rischio per la stabilità dell’Unione.

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Eppure, nonostante questi gravi e destabilizzanti eventi, i Paesi Europei sembrano non aver compreso le recenti lezioni e, al contrario, come mostrano i risultati del recente summit di Bratislava, sono profondamente divisi e faticano a comprendersi. Purtroppo, le speranze del vertice di Ventotene con l’Italia che guidava una svolta europeista e proponeva una nuova leadership europea, è naufragato velocemente. I recenti risultati in Macleburgo e Berlino hanno segnato una forte battuta d’arresto in Germania per il cancelliere Merkel e per la grande Coalizione. In questo scenario, l’Italia si avvicina al delicato appuntamento del Referendum Costituzionale, atteso a livello internazionale con qualche ansia e con la consapevolezza che un ulteriore destabilizzazione di uno dei Governi dell’Unione potrebbe avere conseguenze per l’intera Eurozona.

In questo scenario, mettere ordine appare assolutamente difficile e, nella confusione degli appuntamenti straordinari, pare che non ci sia spazio per la politica ordinaria e per le discussioni su temi che non siano di stretta urgenza. Noi de Il Fascino degli Intellettuali ci siamo chiesti che spazio abbia la cultura in questa confusione e, per questo, abbiamo deciso di chiedere a chi tutte le settimane si muove tra i corridoi del Parlamento. Luigi Morgano, bresciano doc, ci accoglie nel suo studio a Bruxelles e sin da subito ci mette a suo agio.

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Onorevole Luigi Morgano. Fonte: www.bresciaoggi.it

Onorevole Morgano, la situazione politica sembra essere incandescente e la confusione sembra regnare sovrana. Com’è la situazione dentro il palazzo?

Non c’è dubbio che il contesto politico non sia dei migliori e indubbiamente la divisione che viene riportata dai giornali in merito alla mancanza di condivisione di prospettive tra gli Stati Membri è reale. Ciononostante, non possiamo non ricordare che quanto i diversi leader sostengono in pubblico e soprattutto nel Consiglio Europeo molto spesso è una risposta e una comunicazione al proprio elettorato di casa. La posizione del cancelliere tedesco è, ad esempio, visibilmente stata condizionata dalle recenti consultazioni a Berlino e Macleburgo.

Ovviamente la linea politica dell’Unione Europea viene decisa nel Consiglio e quindi la mancanza di un accordo a Bratislava ha ripercussioni dirette sull’azione dell’UE e degli Stati Membri. L’esempio più lampante è la questione dei migranti e della gestione dei flussi migratori. Finora le divisioni ci hanno costretto ad ancorarci alla Direttiva di Dublino e non uscire dalla responsabilità di accoglienza e identificazione accollata allo stato di primo approdo. Nonostante la proposta della Commissione e la risoluzione Kyenge-Metsola per un approccio olistico al problema dei flussi migratori e un sistema di quote per la gestione di chi arriva in cerca di aiuto umanitario, gli Stati non hanno raggiunto nessun accordo e quindi non abbiamo raggiunto alcuna soluzione.

Eppure le proposte sono note e pronte, come la costruzione di corridoi educativi per i bambini e minori che arrivano, sistemi di finger-printing per l’identificazione e il ricollocamento dei migranti, piani di aiuto e sostegno direttamente nei Paesi di origine, come proposto dal Governo italiano nel Migration Compact. A tal proposito, il lavoro che abbiamo fatto come Commissione Cultura ed Educazione è definito e può essere sfruttato. Insomma serve la volontà politica di attuarlo.

Come ci ha ricordato, lei è membro della Commissione Cultura ed Educazione. Ci può spiegare in cosa consiste la sua attività?

Parlare di cultura in un periodo di plurime crisi sembra per alcuni è paradossale, eppure sono convinto mai come ora della centralità della nostra Commissione per il futuro dell’Unione Europea. Durante l’ultima sessione plenaria a Strasburgo sono intervenuto a sostegno della proposta di dare ai ragazzi neo-diciottenni un interrail gratuito. La proposta può sembrare un regalo per andare a divertirsi con i soldi pubblici. Lo stesso si diceva di Erasmus +, uno dei programmi, il più noto, finanziato dalla mia Commissione, e che oggi è riconosciuto unanimemente come uno dei risultati più importanti nella direzione di un’integrazione europea. Non c’è bisogno di scomodare Umberto Eco per ricordare i dati eccezionali sul numero di amicizie e coppie nate durante il programma Erasmus.

Meno celebre, ma altrettanto importante è il programma Europa Creativa, che da anni si divide in due sottoprogrammi di importanza fondamentale per il finanziamento dei programmi culturali e del cinema. Poche settimane fa mi trovavo a Venezia per discutere e concludere il Forum Europeo del Cinema e ricordavo l’importanza dei fondi di finanziamento europei nella promozione e diffusione del cinema europeo di qualità: film come La Grande Bellezza, Goodbye Lenin e The Millionaire sono stati supportati da finanziamenti dell’UE.

Indubbiamente investire sulla cultura serve ad alimentare e favorire uno spirito europeo. Come risponde però alle critiche di chi dice che con la cultura non si mangia?

Devo dire, in quanto relatore della relazione su una politica europea coerente sulle industrie culturali e creative, che questo settore è tutto fuorché economicamente poco forte. Per ragionare sui numeri: 3 milioni di imprese, 12 milioni di dipendenti, possono essere ricondotte alle ICC e rappresentano il 13% delle esportazioni dell’UE con un fatturato annuale di oltre 500 miliardi di euro. Una forza lavoro 2,5 volte superiore rispetto a quella della produzione automobilistica e 5 volte superiore rispetto all’industria chimica. Non male direi. Non solo, ancorate ad un sistema di tradizioni dei territori, le ICC sono composte prevalentemente da microimprese e PMI, sono difficilmente de-localizzabili, più resistenti alla crisi economica e più di ogni altro settore impiegano ragazzi e giovani tra i 15 e i 29 anni.

Il valore duale delle Industrie Culturali e Creative, è allora evidente: preservano e promuovono la diversità culturale e linguistica europea, contribuiscono a trasmettere le conoscenze e i valori e a salvaguardare il patrimonio materiale e immateriale per le generazioni presenti e future e, al contempo, sono strumento di coesione sociale, occupazione e crescita.

Nel quadro delle iniziative per contrastare la disoccupazione giovanile, serve un serio sostegno alle industrie culturali e creative. Realizzare un gioiello, una scarpa, una borsa, così come costruire una scenografia teatrale, concepire un mosaico, restaurare un libro … sono “professioni alla moda” Occorre attrarre nuovi talenti e indirizzare i giovani anche verso questi mestieri di eccellenza che non devono essere più considerati come una seconda scelta. Anche questo richiede di investire seriamente nel nostro bene più prezioso: la nostra cultura.

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